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di Silvia Iachetta - 9 marzo 2010
“La prova che attualmente la mafia è ancora più forte rispetto a
prima è che ora sono i politici che vanno a chiedere i voti ai mafiosi,
e non il contrario.
Il mafioso non ha più interesse a rivolgersi ad un
politico perché regolamenta la vita, il respiro, il battito cardiaco del
Paese”. Si rimane sconcertati sentendo le parole del Procuratore
aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, uno dei
magistrati più esposti nella lotta alla ‘ndrangheta. L’autore de “La
Malapianta”, scritto con Antonio Nicaso, giornalista specializzato in
temi legati alla ’ndrangheta, lascia poco spazio alle speranze: la mafia
conquisterà sempre più spazio. Sempre che lo Stato non decida di
affrontare seriamente la sfida.
Recentemente è stata
approvata alla Camera dei Deputati il disegno di legge Lazzati. Il Ddl
dovrebbe limitare la contaminazione mafiosa dalla procedura elettiva dei
candidati in elezioni locali e nazionali, punendo ogni atto di
propaganda elettorale da parte dei pregiudicati e punendo anche chi ne
ha ricevuto gli illeciti benefici. Crede che sia un passo in avanti
nella lotta contro la mafia?
Punisce chi fa propaganda
elettorale e l’eletto o l’eleggendo che è mafioso chi lo punisce? È un
passo in avanti, però rispetto alla gravità del fenomeno mafioso è
troppo poco. La ‘ndrangheta oggi è molto più arrogante rispetto a 15
anni fa, primo perché è più ricca e poi perché i vari governi, che si
sono succeduti negli ultimi anni, non hanno creato un sistema
giudiziario proporzionato e proporzionale alla realtà criminale. Man
mano che sono passati i decenni, i figli degli ‘ndranghetisti sono
andati all’università e oggi sono medici, ingegneri, avvocati che
occupano i quadri della pubblica amministrazione. È quindi molto più
difficile, non dico sconfiggere, ma “arginare” il fenomeno mafia.
Lei
afferma quindi che il problema non è più come sconfiggere la mafia, ma
come arginarla?
Sì. Con le leggi e gli uomini di oggi non
si può nemmeno più arginare la mafia. In Calabria, attualmente, abbiamo
una ‘ndrangheta talmente forte da determinare le scelte economiche della
Regione stessa, da condurre l’economia, da decidere posti di lavoro.
Paradossalmente, mentre in altri luoghi il lavoro rende liberi, in
Calabria è l’opposto, il lavoro rende schiavi perché il mercato del
lavoro lo determina la mafia. Quando si parla di voto di scambio non
deve intendersi come un ottenere voti in cambio di denaro, così come
prevede l’art. 416-ter del codice penale, ma di un posto di lavoro, di
un appalto, di una fornitura, comunque di rapporti economici.
Ma
com’è possibile riscontrare oggettivamente il voto di scambio?
Soprattutto attraverso le intercettazioni telefoniche.
Restendo
in tema, come giudica la nuova legge sulle intercettazioni telefoniche?
E’
una disgrazia, una rovina. L’intercettazione telefonica è il mezzo più
economico e garantista che esista. Consente di poter acquisire prove che
sono inoppugnabili e dove non c’è margine di discrezionalità. E’ la
voce degli indagati che forma la prova. E non è vero che le
intercettazioni costano molto. Intercettare un telefono in un giorno
costa 12 euro più iva, per un pedinamento ci voglio 2000-3000 euro al
giorno.
Ma ritiene che ci sia un abuso delle
intercettazioni?
No, un abuso no. Intanto, quando diamo una
valutazione sul troppo o sul poco dobbiamo farlo considerando diversi
parametri. Vent’anni fa per ogni cinque mila persone c’era un telefono.
Oggi per ogni persona ci sono quasi due telefoni. Le faccio un esempio.
Sto facendo un’indagine su un traffico di droga; gli indagati cambiano
scheda telefonica ogni due giorni, quindi io, ovviamente, ogni due
giorni devo allacciare un nuovo numero. Alla fine, dopo due anni di
indagini, mi ritrovo che 50 persone indagate hanno utilizzato oltre 10
mila numeri di telefono. Dovendo fare una statistica, se sono in buona
fede scriverò che ho intercettato 50 persone, se sono in malafede dirò
di aver intercettato 10 mila telefoni e, quindi, nel pensare comune
questo dato si assocerà a10 mila persone intercettate. Non dimentichiamo
che affinchè un giudice possa emettere un decreto di intercettazione è
necessario che ci siano i presupposti normativi. E poi, mi creda, non
abbiamo il tempo e gli uomini per indagare su tutti quelli che noi
riteniamo essere mafiosi o delinquenti o ‘ndranghetisti, si figuri se
perdiamo tempo ad intercettare gente che non ci interessa.
La parte
di modifica che mi trova d’accordo con la legge sulle intercettazioni è
quella inerente alla pubblicazione sulla stampa della vita privata delle
persone che addirittura non sono indagate. Qui io darei una
limitazione. Aggiungo, infine, che oggi è possibile, con la stessa
tecnologia con cui si intercetta, stabilire il minuto e il secondo in
cui “l’infedele” ha tolto dal computer l’intercettazione per darla ai
giornalisti.
L’attuale governo sta conducendo una reale
lotta contro la mafia?
Finora ha fatto due cose buone.
Innanzitutto ha abolito il patteggiamento in appello che era scandaloso.
Consentiva che il pubblico ministero d’udienza in appello e l’avvocato
concordassero la pena. Cioè scendessero, ad esempio, da 25 anni a 7 anni
e in cambio il giudice d’appello non scriveva la sentenza. Questo è
stato creato per deflazionare il carico in appello. Nella realtà è stato
un grande regalo alle mafie. In secondo luogo ha fatto delle modifiche
in materie di misure di prevenzione ed oggi è più facile sequestrare e
confiscare i beni. Per il resto non ho visto grandi cambiamenti tali da
creare un’inversione di rotta nella lotta alle mafie.
Quali
sono i provvedimenti più urgenti che andrebbero adottati?
Intanto
cercare di far stare i delinquenti in carcere il più possibile, poi
abolire il rito abbreviato che è un altro regalo alla mafia. In
quest’ultimo caso la norma dice: “Se vuoi essere giudicato allo stato
degli atti ti faccio uno sconto di un terzo di pena”. È ovvio che se c’è
la prova schiacciante che sono mafiosi, tutti gli indagati chiederanno
all’udienza preliminare di essere giudicati con rito abbreviato,
ottenendo così uno sconto di un terzo della pena. E non è vero che in
questo modo non si intasano i tribunali, perché se anche uno solo degli
imputati decidesse di non essere giudicato con il rito abbreviato si
dovrebbe passare al dibattimento. E dov’è il risparmio? Io in
dibattimento dovrò portare lo stesso 50, 70 testimoni per dimostrare che
il tizio è un mafioso; i testimoni, a loro volta, per dimostrare che il
soggetto è associato, mi parleranno anche degli altri imputati che sono
stati giudicati con il rito abbreviato.
Qual è il suo
pensiero a proposito della Commissione parlamentare Antimafia?
Io
ritengo che sulle mafie ormai si sappia tutto. Penso che il compito del
parlamentare o del politico sia più quello di creare norme per arginare
il fenomeno mafioso che quello di fare indagini. Ci sono già tanti
mezzi, modi, organismi che portano informazione a livello centrale. La
Commissione ha senso se, ad esempio, dopo essere venuta in Calabria ed
essersi fatta un’idea della pervasività della ‘ndrangheta, approva, dopo
una settimana, 10 giorni, una legge che modifica 10- 15 articoli del
codice di procedura penale. In questo caso avrebbe un senso, altrimenti
sono organismi che rispetto ai costi producono poco.
Il
caso Di Girolamo, il senatore coinvolto nell’inchiesta sul riciclaggio, è
solo l’ultimo di una serie che rivela quanto è forte l’abuso di potere e
la collusione dei politici con esponenti della mafia, spesso della
‘ndrangheta. Come mai stanno venendo alla luce solo ora?
Non
stanno venendo alla luce solo ora. Semplicemente, grazie soprattutto
alle intercettazioni telefoniche, è più facile che vengano a galla. Si
commettono più reati con il mezzo del telefono. Non è che prima non
accadevano. Il punto è che oggi sono venuti meno diversi freni
inibitori. C’è una caduta della morale, dell’etica, c’è una forte caduta
del senso dello Stato, c’è arroganza. Tutte queste cose messe insieme
li portano ad essere meno accorti, meno attenti.
Come ha
fatto la ‘ndrangheta a raggiungere una tale pervasività a livello
mondiale?
Perché ha i soldi. Con i soldi che ha fatto con il
traffico di cocaina ormai sta comprando tutto ciò che è in vendita,
soprattutto in questo periodo di piena crisi economica e crisi di
liquidità. La ‘ndrangheta è presente dove c’è da gestire potere e
denaro. Molti uomini della ‘ndrangheta stanno entrando in società con
imprese apparentemente pulite proprio perché queste ultime sono in
crisi.
In Calabria il problema maggiore è la ‘ndrangheta o
la cultura mafiosa, la mafiosità dei comportamenti?
Sono
due problemi complementari. Se il sistema giudiziario fosse forte, noi
riusciremmo ad arginare di molto il fenomeno mafioso. Di conseguenza
l’atteggiamento, la mafiosità del cittadino non mafioso, ma che comunque
si muove nella zona grigia, si adeguerebbe alla nuova stagione, al
nuovo andazzo.
I media offrono una visione corretta del
fenomeno mafia, nello specifico della ‘ndrangheta?
Purtroppo
non c’è un giornalismo di inchiesta perché i giornali non danno ai
giornalisti i soldi per fare le inchieste. Spesso si fermano alle
veline, al comunicato stampa. Però devo dire che complessivamente, con
tutte le difficoltà del mondo, vedo giovani giornalisti corretti che
cercano di descrivere quello che vedono, che sono meno ossequiosi al
potere rispetto ai giornalisti già affermati. Penso, quindi, che per
quanto riguarda il fenomeno mafia ci sia una stampa attenta.
Quali
sono gli scenari futuri? È utopia credere che la ‘ndrangheta faccia un
passo indietro?
Assolutamente sì. La ‘ndrangheta sarà sempre
più ricca.
Tratto da: articolo21.org
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