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Terzo Millennio

I potenti del Paraguay tremano: ''Se non rispondono sono colpevoli''

Foto e Video
di Marta Capaccioni

Nel tempo della codardia e della corruzione, in mezzo a voci deboli e impaurite, si sentì un grido. Un grido in una piccola terra lontana, il Paraguay: sofferente ogni giorno, abbandonata dal mondo ad ogni istante.
“Figlia della libertà e della cultura, figlia di uomini e donne. Nacqui e nasco ogni giorno nelle mani che si alzano, nella voce del popolo, l’opinione, l’idea, l’innovazione”. Eccola! La Democrazia! Ecco che parla al suo popolo paraguaiano, ed ecco che inizia il racconto della sua storia.
Ieri era il 16 ottobre dell’anno 2019. Per la maggior parte un giorno qualunque, per alcuni un giorno da dimenticare, per altri un giorno in cui pensare. Pensare, sì. E anche immaginare, ideare, creare. Ma che cosa? Qualcosa che non passasse inosservato e che non venisse dimenticato.
In quel giorno, esattamente 5 anni prima, fu assassinato il giornalista paraguaiano Pablo Medina (53 anni) e la sua assistente Antonia Almada, 19 anni. E ieri, in sua memoria e nella memoria di tutti i martiri sudamericani, per la prima volta in Paraguay, tante voci hanno gridato insieme per chiedere verità e giustizia. Senza paura, nel Centro culturale della città Carlos Colombino Manzana de la Rivera che, stranamente o forse per destino, si trovava davanti alla casa di Governo. Davanti al male di questo paese, davanti al potere che manovra le redini di un cavallo impazzito.
Una serata di grande partecipazione emotiva e di grande passione, iniziata con l'opera teatrale del movimento Our Voice, dal titolo “Democracia?”, ideato in pohi giorni, con dedizione e professionalità, da Sonia Tabita Bongiovanni, Elisa Pagano, Diego Grachot e Matías Guffanti. Nell'opera, che ha visto come protagonisti la stessa Sonia Tabita Bongiovanni e Diego Grachit, coadiuvati da tanti giovani attori, si mescola reale a surreale, ha offerto una “breve lezione della storia politica del Paraguay”, come molti l’hanno definita. Una storia raccontata dalle origini, quando viveva la Vera Democrazia, eletta e voluta dal popolo, rispettata e festeggiata da tutti, uomini, donne e bambini. In quel periodo regnava la pace e la libertà. Poi, un pesante rullo di tamburi, e l’entrata veloce e violenta di militari armati, che per sempre distrussero quella tranquillità. È arrivata, questa volta voluta da pochi, la Dittatura, la più spietata della storia Sudamericana, durata ben 35 anni. Un periodo di sangue, di morte, di scomparse ingiustificate. Un periodo di storia voluto dal grande colosso che gioca da sempre indisturbato con le vite dei popoli, gli Stati Uniti di America.


Una pianificazione attenta, precisa, chiamata Condor, per mettere in ginocchio un intero continente. Appare davvero piccolo, insignificante e sicuramente intercambiabile davanti ad un simile progetto un dittatore come Alfredo Stroessner, ricordato per i suoi bagni nel sangue dei bambini. Ma la dittatura non fu l’unica incaricata, perché nel Piano Condor era previsto un accordo fatale, un “sigillo di qualità” per il paese, al fine di garantire la sicurezza necessaria alla consolidazione del potere: l’accordo tra lo Stato e la mafia. Un accordo che si trasformò, e continua trasformandosi, secondo le necessità dei due giocatori. Ad un certo punto la dittatura finisce, o almeno, cambia vesti, cambia colore. Dietro tutto questo, una creatura vestita di nero cresce sempre di più, impossessandosi lentamente e con astuzia della vita di un popolo e della volontà dei suoi governanti: politici, narcotrafficanti, preti, magistrati sotto l’egemonia della tentazione, del guadagno, del potere. Una falsa, apparente e ipocrita democrazia si instaura. E chi aveva abbracciato la libertà, si trova dietro le sbarre oppure, con più probabilità, con il cuore crivellato di colpi, come successe a Pablo Medina. Nulla cambiò più da quell’anno, il 1989, in cui un bacio di morte, quello tra lo Stato e la mafia, si trasformò nell’urlo disperato di un popolo, che tuttora chiama la sua Vera “Democracia!”.
La voce che si è alzata ieri sera nel piccolo e dimenticato paese del Paraguay, forte dell’energia e delle lacrime suscitate dallo spettacolo “Democracia?”, ha continuato a martellare le orecchie di chi per troppo tempo ha abbattuto ogni voce che lo ostacolava. Ecco che inizia quindi un dibattito, mediato dal responsabile Our Voice Sud America, Matias Guffanti, con la partecipazione dello scrittore e giornalista Julio Benegas, del giornalista e investigatore Idilio Mendéz, del procuratore Jorge Figueredo e del direttore di Antimafia Dosmil Uruguay Georges Almendras che, con intesa e unione hanno espresso una denuncia forte e incisiva.
Infine un’ultima voce, potente, ha fatto tremare la sala, quella del fondatore e direttore di ANTIMAFIADuemila Italia, Giorgio Bongiovanni, che prima di iniziare il discorso ha annunciato di voler fare delle domande. Domande che se nei prossimi giorni non troveranno risposta da parte dei destinatari, sarà un chiaro segno della loro colpevolezza. “In nome del fratello e caro amico Pablo Medina”, ha fatto prima di tutto i nomi di quegli assassini che miracolosamente sono chiari all’opinione pubblica: Vilmar “Neneco” Acosta, condannato a 39 anni con sentenza definitiva come mandante esterno dell’assassinio del giornalista, Flavio Acosta, uno degli autori materiali, che si trova in Brasile in attesa di essere processato, e infine il fratello di Vilmar, Wilson Acosta, ancora profugo, ancora “introvabile”.

Chi investigò nel caso, come il magistrato Sandra Quiñonez, ritenne giusto non approfondire determinate questioni sospettose. Giusto per il paese? Forse giusto per lei, visto che recentemente è diventata Procuratore Generale di Stato e, come sappiamo bene, cariche di un certo peso vengono scelte scrupolosamente tra chi è ritenuto “degno”.
Una lista di nomi, a cui il direttore Bongiovanni, ha rivolto semplici domande. Semplici per chi le fa, pesanti come un macigno per chi le riceve. Un’escalation di intensità per le persone citate. Si inizia prima di tutto dai personaggi politici, come la deputata del Partito Colorado Cristina Villalba, chiamata dallo stesso Pablo “la Madrina politica di Neneco Acosta”. Il fratello della deputata è ancora sospettato di essere protettore del contrabbando, di furto di veicoli e di relazionarsi con personaggi legati al narcotraffico. Poi, per citare un altro personaggio, sempre parte di quel partito, Colorado, figlio della corruzione e della menzogna, Alfonso Noria, ex governatore di Canyendu. Quest’ultimo creò un’associazione criminale, accertata dal verbale della Commissione bilaterale di investigazione del Paraguay.
Non meno importante, anche se purtroppo non più in vita per ascoltare la domanda del direttore Bongiovanni, la figura di Aldo Zuccolillo. Anche quest’ultimo era direttore di un giornale, precisamente del quotidiano ABC Color per cui scriveva Pablo. Ma forse anche per lui, la tentazione di seguire il puzzo di marcio proveniente da una grande casa, chiamata palazzo di governo, era troppo forte. E infatti, pochi giorni prima dell’attentato a Medina, tolse la scorta al giornalista, al suo dipendente, ad una persona che lui per primo avrebbe dovuto proteggere. Perché lo fece? “La cupola del diario ABC deve parlare”.
Abnegazione di un popolo. Un paese capeggiato dalla degenerazione. È il turno di Horacio Cartes, “personaggio sinistro”, come definito da Giorgio Bongiovanni. Ex presidente della Repubblica, più volte investigato per diversi delitti ma mai processato. Mentre fu in carica, nominò Ministro dell’interno Euclides Acevedo, che tutti sanno essere un massone. Nella logica mafiosa questo si può fare, anche in modo spudorato e senza nascondere il fatto all’opinione pubblica.



Adesso Horacio Cartes cammina libero per le strade di Asuncion, è influente, muove le pedine da dietro, influenzando con la sua ricchezza la politica del paese.
Come se non bastasse, come se la vergogna di una politica che si prostituisce alla mafia e alla corruzione non fosse abbastanza, la lista di quei nomi si fa sempre più cupa, sempre più pesante. Ed eccola che arriva: la magistratura, il potere che si dichiara indipendente dallo Stato. La più grande meretrice della storia, l’unica che dovrebbe difendere i giusti, gli innocenti e combattere per proteggere l’ideale al cui scopo è stata creata: la giustizia. Il direttore Bongiovanni fa due nomi, quello di Victor Nuñez, Ministro della Corte Suprema, coinvolto in un grande scandalo dove era implicato il signor Neneco Acosta (per chi non se lo ricordasse, mandante dell’assassinio di Pablo Medina) e il magistrato Sandra Quiñonez che, davanti a molti indizi di prova scomodi, decise di chiudere i fascicoli e di non proseguire.
E allora la cruda verità, nonostante ci siano eccezioni, è che “in Paraguay non c’è giustizia perché i magistrati hanno paura e sono corrotti”, come afferma Giorgio Bongiovanni alla fine del suo discorso.
Ieri, il 16 ottobre 2019, è stato un giorno da ricordare. Un giorno in cui si è capito che la brama del potere e il puzzo della corruzione può diffondersi e può fondare radici in ogni luogo del mondo, fino a portare alla demenza un intero pianeta. Ma si è anche capito che per qualche ragione alcune persone ne sono immuni e ogni giorno combattono per trovare, anche ai confini del mondo, l’antidoto giusto a questa pazzia.
(17 ottobre 2019)

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