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Terzo Millennio

Boisso Lanza: centro di detenzione, torture, omicidi e sparizioni

di Antimafia Dos Mil
Domenica 20 giugno 2019, ex prigionieri e prigioniere di Boisso Lancia hanno ripercorso le strutture della Brigata Aerea III, in Via Mendoza 553, a Montevideo, capitale dell'Uruguay, che fu utilizzata come centro di detenzione, omicidi, torture e sparizione di persone nel periodo della dittatura militare. Irma Leites e Álvaro Jaume hanno poi redatto un testo dall’alto valore testimoniale che trascriviamo testualmente, consapevoli che ogni paragrafo di questo importante lavoro ha un valore inestimabile per la presa di coscienza che il terrorismo di Stato fece parte della storia dell'Uruguay, come risultato di un processo dittatoriale la cui fase embrionale può venire collocata negli anni sessanta, parecchio tempo prima di quel spaventoso 27 giugno 1973. Oggi, a distanza di mezzo secolo da quei tragici giorni, facciamo conoscere questo lavoro documentale, dotato di un forte carico emotivo attivista degno di essere diffuso. Al tempo stesso informiamo che a maggio del 2019 la Procura ha dato inizio al procedimento penale contro Walter Alcídes Pintos Alvariza, Roberto Freddy Amorín Maciel, Gustavo Carlos Urban Saavedra Cáceres, Ramón Bernardo Rodríguez López, Juan Antonio Rodríguez Goñi e Enrique Rivero Ugartamendia. Ed è stato emanato ordine di cattura internazionale a carico degli ex militari delle Forze Aeree Alfredo Ángel Fresia Dubois e José Eduardo Delgado.


Boisso Lanza: gruppo di ex prigionieri/e visitano il luogo dove furono torturati
di Irma Leites e Álvaro Jaume

Mattina di autunno, memoria, salvaci!
La mattina piena di sole, luminosa.
Domenica 2 giugno, quando da alcune case si espande già il profumo di "tuco".
Quando gli alberi tappezzano i sentieri.
Quando ci sono cumuli che respirano, coperti con cartoni, disseminati per le strade, sotto ad essi giovani, una vergogna che fa male.
Quando c'è chi trema sotto l'acqua fredda.
Quando c'è chi fruga nella spazzatura, cercando qualcosa da mangiare.
Quando oltre 11.000 persone subiscono torture in carceri disumane.
Quando tanti "quando" si ripetono, un folto gruppo di uomini arriva all'entrata della vasta area militarizzata della base aerea di Boisso Lanza.
La prima cosa che mi nasce dentro è l'umorismo macabro (una resistenza riparatrice, e dico loro: mi accettate al congresso di masochisti? Risate, battute, che alleggeriscono la tensione del ritorno nel luogo in cui sei stato torturato.
Ex prigionieri, ex carcerati, compagne, figli, nipoti, amici, diverse generazioni testimoni di un terrorismo che non ci abbandona. Perchè ne siamo stati tutti assoggettati.
Un turbine nella testa e nel petto di ognuno e di ognuna di noi.
Una donna che portava i figli e pacchetti a quel portone e riconosce il posto delle visite, fino a dove arrivavano i carcerati, uomini e donne, incappucciati, e davanti ai loro piccoli, glieli toglievano... e non perché stessero giocando a mosca cieca, no.
La violenza che rivivi, l'aneddoto... e quella struttura fortificata che risveglia odori di sangue e tante sofferenze, tanto dolore!
Dopo che l'ufficiale dell'aeronautica convalida nome per nome su un modulo, entriamo.
Oltrepassiamo la sbarra che tante volte è stata sollevata per portarci alla tortura.
Le donne alla torre, gli uomini nei sotterranei.
Questa mattina di autunno, una strana processione percorre il lungo ingresso a Boisso Lanza. Scortati da una donna in uniforme e da alcuni ufficiali, continuiamo a riconoscere lo scenario dell'orrore.
2Sullo sfondo, un radar gira, vecchi camion militari stazionano a destra, autobus verdi, jeep, carri, che senza dubbio uscivano ed entravano con persone, legate ed incappucciate…
La torre dove erano tenute le prigioniere non esiste più, è stata demolita. Sul posto sono rimaste solo alcune tracce di cemento; qualcuno commenta: "questi segni sembrano tombe".
Lungo il percorso, a sinistra una vecchia piscina è ancora lì, il posto dello sport, del divertimento e dello svago della compagnia aerea, era lì che praticavano il ‘submarino*’, (il ‘tacho’) - un elemento bizzarro per gli aviatori - una piscina per torturare all'aperto. Il cielo riflesso nella sua acqua, non cancella il dolore.
E dicono che nessuno ha visto, né sentito!
Lì, in via Mendoza, un simbolo sopravvive alle intemperie, la prova di una tremenda menzogna. Tutti hanno visto, tutti hanno sentito, tutti sapevano, tutti sono colpevoli.
Come possono giudici e Pubblici ministeri accettare che sono innocenti?
Solo l'impunità lo rende possibile, solo in un patto macabro c’è la spiegazione. Quella macchia di olio che è l'impunità, lubrifica decennio dopo decennio, l'esistenza di campi di concentramento, la cui maggior parte sono stati trasformati in prigioni per il conflitto sociale di oggi.
Dentro l'Esercito, la Marina e l'Aeronautica, vi erano i "grupos de tareas” (detti anche “patote”: squadroni incaricati dei sequestri e torture, ndr.) che torturavano perfino all'aperto!
L'"innocenza" è la favola raccontata dalle Forze armate, per negare il loro ruolo repressivo, adeguato ad ogni fase.

Proseguiamo, lungo la disciplinata arteria militare... più avanti le celle degli uomini (alla sinistra), ovviamente sono cambiate. Ma i compagni che erano stati lì non avevano dubbi... nonostante i lavori non completati dei bagni, pareti abbattute tra cella e cella, e la costruzione di un muro che impedisce di vedere il resto. Il filo spinato su quella parete ci indica che non dobbiamo passare da lì. Altro che impunità!
Lungo il tragitto, dall'entrata principale (a destra), ci sono estesi terreni. Lo sguardo non riesce a vedere dove finiscono. Qualcuno riconosce che è il posto dove la fecero scendere a spintoni da un camion e le gridavano: "Corri, corri" mentre sparavano. Facevano simulazioni di fucilazione, tra risate e proiettili contro donne ed uomini nudi, scalzi e feriti, già torturati in altre caserme.
Ci sono alcuni grandi e strani capannoni che si reggono su alcune mura vecchissime sopravvissute a quell'operazione militare che cancella le tracce di quello che fecero. Sicuramente oggi sono depositi di armi. Man mano che ci inoltriamo camminando si incominciano a sentire i cani che abbagliano, i canili sono lì di fronte al radar.
Gli animali impazziscono per la nostra presenza, abbaiano disperati senza sosta in cubicoli molto piccoli che a malapena permettono loro di stare in piedi e di muoversi.
Immaginate un quadrato di circa 40 metri. Su tre lati ci sono i canili, sul quarto lato, la vecchia sala di tortura.
Constatiamo ancora una volta che l'impunità non cura molto i dettagli, si sente al sicuro. Quel posto, anche se trasformato, porta tutti i segni di ciò che si è cercato di cambiare.
3Dove stava il ‘tacho’, oggi c'è una cucina.
Dove ti appendevano e ti lasciavano per ore hanno messo delle cuccette. Lì, oggi dormono gli addestratori dei cani. Quelli che poi portano i cani all'aeroporto a rilevare la droga.
Le porte, dalle quali ti facevano entrare, sono state murate, ma ci sono ancora i segni che attestano la ristrutturazione.
Di fronte alla sala di tortura, c'è il luogo dove fecero stare tre compagni nudi e dove fucilarono uno di essi.
Lo uccisero proprio qui. A Boiso Lanza nel dicembre del 73, amazzarono Julio Pereira Llamas e uccisero anche sotto tortura Arpino Vega che figura come scomparso, e nel 76 assassinarono Ubagesner Chávez Sosa il cui corpo apparve nella fattoria di Pando.
I compagni (testimoni diretti, di quella morte) riferiscono che si buttarono a terra perché credevano di venire fucilati tutti e tre. La denuncia aspetta ancora giustizia.
Domani, domenica, prendiamo insieme un ‘mate’ per alleggerire tutti questi ricordi che bruciano.
Cosa é accaduto all'uomo, allora bambino, quando vide suo padre torturato? Come lo vive oggi?
Cosa è accaduto alla donna che ha riconosciuto il posto dove la sua vita era solo dolore ed angoscia?
E alla compagna che ha riconosciuto il luogo dove visse la sua gravidanza, dove sentì che il suo ventre cresceva e che erano due vite a dover affrontare la ‘patota’ furiosa?
Alla compagna che oggi non sente più, perché durante la tortura le ruppero il timpano?
Rasserena definire quello che ti fecero, ti cura?
Conforta constatare che nonostante tutto hai resistito.
Consola sapere che c'è una memoria che è viva in ognuno di noi.
A volte, sembra di viverlo nella nostra mente come una storia vissuta da "altri" e da "altre".
Come se non fossi stato tu a soffrire sulla tua pelle. Lo rivivi nella tua mente come se fosse un film dell'orrore con protagonisti dei giovani rivoluzionari al margine della vita di oggi…
Allora senti di essere dissociato dalle radici, e questa domenica di ricordi brucianti, aiuta a ricollegarci, a rompere quella divisione provocata da un'impunità che si crede imbattibile.
Sì, condividere alleggerisce il peso che ognuno porta sulle spalle. Quello che ognuno non riusciva a dire e tacque. È sufficiente che soffi il vento e che il sole faccia capolino per spalancare la finestra del silenzio. La quale permette di vedere la nostra casa - come le lumache - quando si sposta il guscio ed appare l'umidità delle lacrime, appaiono le ferite…
È un guarire che non si vede nella impunità di ogni giorno che ci invade ed abita nella società cieca..
Alzando lo sguardo in alto verso una torretta, alcuni piccioni, irriverenti all'ordine militare, hanno costruito il loro nido e liberi, esercitano la loro libertà.
Facciamo il giro, lasciamo dietro il radar. Iniziamo ad uscire.
Usciamo? Cosa è rimasto lì dentro di noi? Cosa fare?
Ci dirigiamo all'uscita. Qualcosa è stato fatto... ma non abbastanza... bisogna agire ora affinché non tocchino più niente…
Cosa sente ognuno di noi, superando il cancello della base aerea?
L'impunità diffusa non ha impedito che la memoria vinca sull'oblio. Le forze armate e l'apparato repressivo dello Stato continueranno a cancellare tutte le prove dell'orrore.

C'è qualcosa che possiamo fare quando la base di Boisso Lanza verrà trasferita all'antica sede dell'aeroporto? Faranno shopping lì? Diverrà il magazzino di qualche multinazionale? Lo hanno già fatto a Punta Carretas, sede del 9° reggimento di Cavalleria diventato una prigione per giovani, mentre Punta de Rieles continua ad essere una prigione…
È possibile reagire e proteggere quelle prove che non hanno ancora distrutto?
Credo di sì. Possiamo presentare un ricorso per non ristrutturare. Rivendicare quel territorio militarizzato per la memoria, richiedere che venga assegnato alle organizzazioni sociali di Diritti Umani, tutelando e mantenedo viva la memoria della resistenza in quel luogo degli orrori, lotte e resistenza non ancora onorati.
Perché se la terra non appartiene a nessuno, visto che noi esseri umani apparteniamo a lei, ancor meno allora, queste terre appartengono agli oppressori.
È per Jorge, per il bimbo che crebbe in una pancia torturata, per Daniel, per gli occhi di un bambino che vide suo padre massacrato, per el Flaco, per Diego, per Magola, per tutti coloro che hanno resistito e oggi continuano a cercare l'emancipazione che noi teniamo viva la memoria!
(Irma Leites)

Prima Parte

Dopo avere letto ciò che ha scritto Irma sulla nostra visita di domenica scorsa, 2 giugno, al Boisso Lanza, (emblematico centro di tortura dell'Aeronautica militare col TAC - Truppa aerea di Combattimento - a capo delle cosiddette operazioni anti rivoluzionarie).
Dietro le tracce di un passato che continua a battere forte... pensando a volti che non ci sono più e che potrebbero stare adesso con me a condividere questo sapore amaro… con la foto di Raúl (desaparecido nel ‘77 in argentina), di fronte al mio foglio in bianco, che sembra comprendere quante emozioni represse e quanta impotenza provo, cercando di trovare le parole capaci di trasmettere quanto vissuto nella reale prospettiva...
Inizio.
Con un po’ di amarezza... con i sintomi dell’influenza propri della stagione, indesiderata ma prevista. Con gli anni imparariamo a convivere con i dolori fisici che arrivano e spesso non vanno più via e che ci obbligano a controllarli, se vogliamo evitare l'autodistruzione emozionale e ad assimilarli nel nostro "modus vivendi", senza perdere forza o allegria.
Invece, ci sono altri dolori, che non sono del corpo e che normalmente definiamo "dell'anima", più difficili da "naturalizzare" o dominare... che hanno cicatrici, alcune così tanto profonde che non guariscono mai. Sono queste che mi danno angoscia mente mi accingo a scrivere sui miei pensieri, sui sentimenti che provavo domenica 2 giugno, quando dopo 43 anni sono tornato al Boisso... Ma questa volta vestito, non incappucciato, senza essere ammanettato dietro la schiena, senza pestaggi... per continuare a costruire un NUNCA MÁS che ancora suona tiepido nella società uruguaiana... Questa volta, insieme ad un gruppo di compagni e compagne, tutti segnati da questi "altri" dolori, assieme alla mia "tribù" (figli, figlie, amici e quella che è stata la mia compagna per 32 anni di vita).
Se questa visita, questa esplorazione di un centro di tortura, l'avessimo fatta, ad esempio negli anni ‘90, i miei sentimenti sicuramente non avrebbero avuto niente a che vedere con quelli di ora.
Alla fine degli ‘80, inizio ‘90, sebbene l'impunità concordata alleggiava dentro e fuori dal Club Navale; sebbene la sconfitta del "voto verde" incominciava a scalfire la memoria sociale, cercando di frenare le legittime rivendicazioni di verità e giustizia; sebbene le paure ancora vigenti seminate dal terrorismo di Stato fossero ancora palpabili; "il paese" di allora era senza alcun dubbio BEN, BEN ALTRO!
I sogni rivoluzionari che inspirarono la nostra militanza, le nostre lotte degli anni 60/70, per un UOMO NUOVO, per un mondo nuovo senza sfruttati né sfruttatori, rimanevano più attuali, erano ancora validi. La lotta sociale e politica continuava ad occupare un posto preponderante nella vita di ognuno. Il consumismo iniziava appena a insinuarsi; l'onda digitale dava i suoi primi passi; il ¨post modernismo¨ si insinuava ma senza avere fatto ancora la sua trionfale invasione; senza parlare del fatto che non aveva ancora valore di dogma o assioma di "ideologia del pragmatismo o realismo".
Le rinunce ai principi, ai programmi, all'utopia rivoluzionaria, iniziavano appena ad emergere... gli opportunismi, le ambizioni, il potere gerarchico e la corruzione a quei tempi erano solo segni che presagivano la "grande svolta”.
Ma la visita in questo 2019 è stata ancora più contrastante; più impattante a causa al grande divario tra un'epoca e l'altra. Man mano che ci avvicinavamo al "canile", sala della tortura, incominciarono a scuotermi i ricordi di ciò che ho vissuto il 15 agosto del 1975, giorno in cui fui fermato dai membri del TAC.
Un Boisso Lanza cambiato, ormai senza le oscure celle che ci ospitarono in quegli anni; con "il canile" già trasformato in ufficio degli istruttori e senza la storica torre che divenne l'inferno delle compagne prigioniere.
Un Boisso trasformato, ma sembra uguale!!!
Camminiamo ancora. Ci avviciniamo, circondati, come quella fredda notte... dagli ululati e dai latrati dei cani e a quel punto la mia memoria iniziò ad attivarsi.
I ricordi hanno invaso la mia memoria cosciente: i tre mesi di isolamento in cui nemmeno io sapevo dove fossi, la mia famiglia ancora meno; praticamente tre settimane, secondo i miei calcoli sucessivi, in cui rimasi nella sala di tortura senza neanche andare in una cella; 30 chili persi, la terribile sete che mi provocava continui deliri; il mutamento del colore della pelle da bianca a nera su tutto il corpo a causa degli interminabili colpi di manganello; le scariche elettriche nel condotto del pene o nell'ano; il mio corpo accasciato sul tavolo metallico bagnato per diffondere meglio le scosse elettriche e contemporaneamente il ‘tacho’ su una delle punte affinché le scosse e il soffocamento fossero simultanei; i testicoli bruciati con le sigarette; il ‘submarino’* totale nella piscina che Irma ha fotografato, appeso a una catena che mi ha leso per sempre i primi anelli dell'esofago; il cavalletto, incastrava il legno tra i testicoli e l'ano i piedi penzoloni e quel dolore indescrivibile che non finiva mai…
4Circondato da tutti ma in silenzio, incapace di parlare. Tra i cani, i loro ululati, il sole, ed i soldati che ci sorvegliavano, si produsse questo ritorno di immagini e di esperienze, conservate per sempre nella mia memoria.
Quanta follia inimmaginabile!!! Tanto sadismo così crudele che ci faceva urlare implorando la morte come sollievo a tanto supplizio, ma che di solito non arrivava, perché un medico controllava affinché non oltrepassassero il limite evitando di perdere la possibile fonte di informazioni.
Continuiamo a percorrere, ricostruendo... sempre sorvegliati, forse perchè manteniamo ancora lo status di "sediziosi”.
Ricordando quelle grida isteriche degli ufficiali che continuamente durante il pestaggio ti urlavano : "Parla figlio di puttana, non ti fare bello perché qui tutti parlano prima o poi...sei nostro! Nessuno sa dove sei e nemmeno se sei vivo... possiamo tenerti così per giorni, settimane, mesi... fino a che alla fine parlerai"... Soffrivano di eccessiva superbia e con questo trattamento volevano distruggerci psicologicamente.
Ma quello che è indubbio, è che in quegli anni di dittatura, il tempo ed il mondo erano loro ... eravamo nelle loro mani!!
Per quel motivo la macchina di tortura si trasformò nello scenario di lotta più importante delle nostre vite. Come resistere a tutto quello? Come sconfiggere il nemico sul suo terreno? Come nascondere, tacere, ingannarli? Come? Di fronte a tanta barbarie che superava ogni nostra immaginazione... Come non autodistruggersi, abbassare le braccia, perdere la dignità di essere umano? In simili circostanze, si prende la forza dai propri affetti più profondi: la compagna, i figli, i compagni, persone speciali che ci hanno segnato la strada... vite esemplari come quella del "Che" che ha dato tutto per la rivoluzione.
Camminavo con i bambini già uomini, le bambine già donne e sentivo una certa pace interiore per aver trovato, nell'affrontare una simile prova (senza paura di sbagliare, la più dura e la più grande nei miei 68 anni di vita), la forza morale necessaria per resistere e non deluderli.
Sembrava incredibile essere nuovamente nel Boisso, vivo, assieme ai compagni che in quei funesti giorni, svolsero un importante ruolo incoraggiandomi con gesti, frasi o fischiando ‘gallo rosso-gallo nero’ ogni volta che mi portavano in cella dei sotterranei dopo le sessioni di tortura nel "canile". Come senza alcun dubbio, hanno alimentato la mia capacità di resistenza, le convinzioni più profonde che ispirarono la nostra militanza... le vere ragioni per cui fare la rivoluzione... tutto quello che avevamo rischiato, lasciato per la strada, alla ricerca di ideali rivoluzionari, che ci segnavano un cammino, un'etica, un impegno totale verso la causa.
Ed è qui, in questo punto che mi fermo per ritornare all'inizio del racconto: alla prima cosa che ho sentito quando più o meno alle 10:30 della mattina, sotto quel radioso sole autunnale, abbiamo attraversato tutti il cancello d'ingresso al Boisso.
Quegli ideali rivoluzionari che posto occupano oggi? Dove sono rimasti? Sono morti schiacciati dal "realismo" o dall'impotenza? Forse non abbiamo più altri orizzonti oltre al capitalismo di quarta generazione o questo modello di civiltà chiamato "post modernismo"? Quanto è costata in vite, rinunce, sofferenze umane, rinunce materiali, la lotta per fare la rivoluzione e trasformare la società?
Vedo Eduardo che cammina ad alcuni metri da me e rivivo quel pomeriggio in cui il Tenente Urban dopo più o meno un mese e mezzo di gogna, mi tirò fuori dalla buia cella nella quale mi tenevano tra una sessione e l’altra di tortura, e mi disse: "ho una sorpresa per te, preparati”.
Esco, non mi incappucciano, mi ammanettano con le mani davanti, cosa molto strana e mi portano in alcuni uffici sconosciuti per me. Circondato da 4 ufficiali e non so quanti soldati del TAC, entro. Seduto su un tavolo, anche lui circondato, stava Eduardo, che mi guardava con una faccia che non potrò mai più dimenticare...
Un mio saluto e non una parola in più. Entrambi trattenendo il pianto davanti a tanta desolazione; io irriconoscibile, con perfino una ferita nella fronte e lui di soli 3 anni. Uno di fronte all’altro solo per alcuni minuti, non mi tolgono le manette...! Non posso neanche toccarlo! Quando usciamo da lì mi incappucciano, mi ammanettano le mani dietro e mi portano al ¨canile ¨. Nel tragitto Urban mi diceva: "Ora parlerai di sicuro figlio di puttana".
Quindi, chiudendo quanto scritto questa notte, combattendo con l'influenza, la stanchezza del lavoro e con un accenno di amarezza esistenziale, mi chiedo: tutto quell'enorme sforzo per resistere alla macchina della tortura, a cosa è servito? All'epoca mi sentivo in pace, persino orgoglioso; con l'autostima necessaria per credere che anche nelle peggiori condizioni è possibile vincere il nemico... Che come tanti altri compagni e compagne avevano dimostrato con il loro comportamento personale, il mio contributo apportava un granello di sabbia in più per continuare la lotta... Un esempio in più che non bisogna abbassare le braccia!!
E dopo quaranta anni? Mi fermo. Termino, quasi stanco di scrivere, domandandomi perché tante rinunce, dopo aver cambiato posizione del mio corpo tante volte, cambiato le parole, sto abbandonando la lotta? Forse proseguirò... Vedrò.
Come un'eco insistente ritorna la domanda: vale la pena raccontare queste cose?

Seconda parte

Sabato 22 giugno, la Chacra... ore 20, ancora sorseggiando un mate.
Ho riletto quello che ho scritto la notte di giovedì. E' stato così: l'ho scritto in una sola tirata. È sgorgato dal profondo e coscientemente decisi di non mettergli alcun limite razionale. Di non preoccuparmi delle parole e di non curarmi di evitare possibili ulteriori giudizi.
Magari suona un po' duro o pessimista. Magari per i vecchi compagni di viaggio, oggi inseriti politicamente nel sistema borghese di democrazia rappresentativa, suona nostalgico. O come molti mi hanno detto: "sessantista". Magari leggeranno queste testimonianze e concluderanno con condiscendenza che molte delle vittime del terrorismo di Stato, non abbiano potuto ¨aggiornarsi¨ ai nuovi tempi che corrono. Ci manca la "perestroika"...
Sembrerebbe che la storia, come predisse Fukuyama, ha toccato il fondo: non restano altro che capitalismo, investimenti stranieri, corporazioni transnazionali, tecnologia all'avanguardia, cibernetizzazione, robotizzazione e soprattutto molto furore consumistico, molta privacy, molto individualismo. Allora, per chiudere, riprendo quella vecchia domanda che ha marcato a fuoco la nostra generazione degli anni 70: riforma o rivoluzione?
Oggi alcuni di noi vengono processati per attentato (fatto recente di alcuni giorni fa), perchè abbiamo protestato il 15 febbraio di 2013, data in cui la Suprema Corte di Giustizia trasferì il giudice Mariana Motta dal settore penale a quello civile. Noi processati! Nel frattempo praticamente TUTTA l'unità del Boisso che violentò, assassinò, torturò, rimane impunita. Solo ora, dopo oltre 40 anni, il pubblico ministero incaricato di crimini contro l'umanità ha sollecitato il procedimento contro 7 ufficiali del TAC.
In questi 15 anni, neanche tre governi che si ritengono di sinistra, con maggioranze parlamentari, hanno avuto il minimo coraggio di abrogare la Legge di Prescrizione. Si rifugiano dietro al discorso della volontà popolare, riportandola al plebiscito del 2009.
Uruguay, invierno 2019.
La sinistra che plebiscita i diritti umani?... Difficile da digerire, no?
Per concludere mi piacerebbe citare il testo di una canzone che ascoltai in Nicaragua, nel marzo del 84, pochi anni dopo che il sandinismo aveva conquistato il potere. Diceva così:

"Non è questo compagni, non è questo per cui morirono così tanti fiori, per cui piangiamo tanti aneliti, forse dobbiamo essere coraggiosi di nuovo e dire, no amici, non è questo".
(Lluis Llach)

E chiudendo, le parole di un grande, Bertolt Brecht:
"Non accettare la cosa abituale come cosa naturale, perché in tempi di disordine, di confusione organizzata, di umanità disumana niente deve sembrare naturale. Nulla deve sembrare impossibile da cambiare".
(Álvaro Jaume)

L'impunità non mettera mai a tacere la verità storica e mentre si combatte, per quella società di giustizia sociale, libera e solidale, anche il più doloroso ricordo varrà la pena!
Uruguay, inverno 2019.

*Submarino: costituito da un secchio pieno di escrementi nel quale si immergeva la testa del detenuto
(Agosto 2019)

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