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Terzo Millennio

Agricoltura sostenibile per fermare il cambiamento climatico

climate change landdi Gaetano Sinatti
All’inizio di agosto 2019, l’autorevole IPCC (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici), l’organizzazione delle Nazioni Unite responsabile del monitoraggio scientifico dei cambiamenti climatici ha pubblicato il suo rapporto speciale (SRCCL) su cambiamenti climatici, desertificazione, degrado del suolo, gestione sostenibile del territorio, sicurezza alimentare, e flussi di gas serra negli ecosistemi terrestri. Il documento si concentra quest’anno sulla relazione tra cambiamento climatico e uso del suolo ed è quindi particolarmente rilevante per comprendere gli effetti dell’agricoltura sulla questione che oggi più preoccupa gli studiosi a livello sistemico. Il rapporto, disponibile e scaricabile online in inglese, è accompagnato da eccellenti schede riassuntive, complete di grafici e sintesi estremamente chiare e puntuali.

Ovviamente non è possibile riassumere nemmeno in parte tutti gli elementi fattuali contenuti nel Rapporto. Pertanto, ci limitiamo semplicemente a indicare solo alcuni dei punti più rilevanti. Risulta infatti che il 23% delle emissioni di gas a effetto serra nel periodo 2007-2016 dipende dall’uso della terra per agricoltura, silvicoltura e attività connesse: questo in un contesto di enorme sviluppo agricolo che dal 1961 ha aumentato del 240% la produzione alimentare e del 162% quella di fibre tessili, in particolare il cotone. Tuttavia, tra il 25 e il 30% del cibo prodotto viene oggi perso o sprecato, a causa di cambiamenti nelle abitudini alimentari che hanno portato 2 miliardi di adulti ad essere sovrappeso o obesi, mentre 821 milioni di esseri umani sono invece ancora denutriti. Ciò evidenzia la folle contraddizione nella conduzione del nostro pianeta tra un livello di enorme abbondanza per una ricca minoranza e la scarsità per coloro, la maggioranza degli esseri umani, che invece vivono al di fuori delle aree privilegiate, nelle quali il cibo viene sprecato o consumato in modo non salutare.

Il rapporto, alla luce di queste ed altre stridenti contraddizioni, afferma testualmente: “la gestione sostenibile del territorio può contribuire a ridurre gli impatti negativi di molteplici fattori di stress, compresi i cambiamenti climatici, sugli ecosistemi e sulle società”. Il Rapporto Speciale dell’IPCC è quindi un documento chiaro e oggettivo che evidenzia che la globalizzazione non ha affatto esteso le nostre risorse indefinitamente: al contrario, ora esse sono chiaramente e per sempre limitate e circoscritte. Per questo motivo, gli squilibri prodotti dalla fase espansiva dell’industrializzazione del mondo devono ora essere combattuti e risolti il più rapidamente possibile: sono in gioco la sopravvivenza fisica e la pace di tutta l’umanità. È dunque evidente che occorre ripensare in modo completo l’organizzazione delle nostre società nell’era cosiddetta post-industriale: senza una visione diversa da quella dettata dal modello produttivista tipico del capitalismo occidentale, le contraddizioni che il Rapporto 2019 IPCC evidenzia non possono che sfociare in gravi perturbamenti degli ecosistemi sul piano ambientale ed in drammatici conflitti all’interno delle nostre società e fra di esse.

Tratto da: clarissa.it