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Terzo Millennio

Isidro Baldenegro, la sua uccisione ci fa vergognare

1Storico leader e attivista indigeno, premio Goldman 2005, si opponeva al disboscamento delle foreste
di Jean Georges Almendras
Sei colpi di pistola hanno messo fine alla vita di Isidro Baldenegro López, indigena tarahumara di 51 anni, leader della comunità di cui era nativo, nella regione della Sierra Madre Occidentale, in Messico. Nel 1986 la stessa sorte toccò a suo padre Julio. Padre e figlio si opponevano, insieme agli altri membri delle comunità tarahumara –in origine “raramúris”- al disboscamento e commercio del legname, tanto legale quanto illegale, delle foreste originarie. A beneficiare di queste attività, negli ultimi 30 anni, le potenti aziende private e statali. La sua battaglia pubblica contro queste attività imprenditoriali segnò la condanna a morte dei Baldenegro, impegnati com’erano in una tenace lotta sul territorio per preservare l’ambiente. Baldenegro era stato insignito nel 2005 del premio Goldman Environmental per le sue iniziative; premio ricevuto anche dall’attivista indigena lenca onduregna Berta Cáceres nel 2016. Ma questo riconoscimento internazionale non ha protetto loro dalla morte per mano di criminali, che sicuramente hanno eseguito ordini di personaggi influenti e strettamente legati a gruppi economici che vedevano nei leader pacifisti un rischio per i loro obiettivi? Non c’è alcun dubbio.
Le tribu raramúris vivono nella Sierra Madre Occidental, in una delle zone più elevate, nota come Coloradas de la Virgen, un territorio che loro considerano proprio e dove da tempo cercano di impedire politiche che favoriscano il disboscamento, incoraggiato da multinazionali e aziende statali.
Seguendo le orme del padre Julio, negli anni ’80, Isidro Baldenegro, nato e cresciuto nella terra ancestrale nelle montagne di Sierra Madre, una regione nota per la sua biodiversità, proseguì nella sua difesa del territorio diventando uno degli attivisti indigeni più riconosciuti in America Latina. Portava avanti una lotta tenace per tutelare i boschi di pino e querce della Sierra Madre Occidentale. Inoltre denunciava pubblicamente gli imprenditori, alleati dei narcotrafficanti e commercianti di legnami, ragione che lo portò a fondare una ONG nel 1993, con l’obbiettivo di combattere il disboscamento.
Isidro Baldenegro ed i membri della sua comunità organizzarono manifestazioni e blocchi che indussero il governo ad indire nel 2002 il divieto temporaneo del taglio degli alberi. L’anno seguente organizzò una protesta alla quale presero parte anche le mogli degli attivisti uccisi.
Isidro fu persino arrestato, ma Amnesty International lo sostenne dichiarandolo ‘prigioniero di coscienza’, e quindi liberato quindici mesi dopo, assolto da ogni imputazione.

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Nel 2005 fu insignito del Premio Goldman per l’Ambiente, per la sua lotta non violenta in difesa dei boschi ancestrali da un disboscamento devastante. Da ricordare che questo premio è stato insignito ad oggi a ben quattro attivisti messicani. In riferimento a Baldenegro, il Presidente della Fondazione Ambientale di Goldman ebbe a dire: "Baldenegro ha svolto un lavoro incessante per organizzare proteste pacifiche contro il disboscamento illegale nelle montagne della Sierra Madre. Ha aiutato a proteggere le foreste, le terre ed i diritti del suo popolo. Era un leader senza paura e fonte di ispirazione per tanta gente che combatte per proteggere il nostro ecosistema ed i popoli indigeni”.  
Il 15 gennaio la criminalità organizzata dei taglialegna illegali, (e legali), pose fine alla vita di Isidro Baldenegro. L’imboscata è avvenuta nella comunità dove risiedeva, colpendolo con sei colpi di pistola.
Isidro avrebbe cercato rifugio in una casa nella Sierra, appartenente ad uno zio, al nord della città di Chihuahua, e nel pomeriggio del giorno 15 un uomo di circa 25 anni – si pensa conoscente della vittima – ha tirato fuori un’arma nascosta tra i suoi vestiti e ha sparato contro Isidro. Parenti e persone a lui vicine hanno denunciato pubblicamente che questo attacco rientra nel clima di violenza esercitato da killer al servizio delle multinazionali impegnate nel disboscamento. Negli ultimi tempi sarebbero coinvolti in altri omicidi e attentati contro altri indigeni che si oppongono al disboscamento. Sembra che le autorità abbiano identificato l’autore degli spari. Le indagini sono in pieno corso e se ne attende l’esito.
Nonostante diversi processi vinti dai difensori dei monti, i taglialegna continuano ad operare nella zona al margine della legge. Ed inoltre, ci sono diversi episodi che vedono dei personaggi,  sicuramente pagati, che intimoriscono gli indigeni delle comunità della zona, tra i quali la raramúri, una delle più povere del Messico. Molti compagni di lotta di Isidro hanno dichiarato ai mezzi di comunicazione della zona che i sicari stanno intimorendo il paese. Questa comunità "Rarámuri", in seguito denominata "Tarahumara", vive esclusivamente nelle montagne di Chihuahua ed il suo nome significa piedi leggeri.   
Stando a quanto riferisce BBC Mundo, l'etnologo norvegese Carl Lumholtz, che scrisse il primo libro sulle comunità indigene nel nord del paese (dal titolo "Messico sconosciuto", pubblicato nel 1902), dove l'autore parla del suo stupore nell’aver trovato una razza "che viveva ancora come nell'Età della Pietra", ha segnalato che queste comunità erano riuscite a superare quell'epoca.  
Il disboscamento selvaggio è la principale causa della siccità che ha colpito le loro coltivazioni di mais e fagioli. Di fatto, come si legge in BBC Mundo "la metà dei bambini di questa etnia soffre di denutrizione", cosa che conferma anche il governo di Chihuahua.
I mezzi di comunicazione riferiscono che negli ultimi cinque anni, il maggior problema è la pressione dei cartelli del narcotraffico, alleati con i tagliaboschi, che diffondono il terrore, spostando i popoli per usurpare loro le terre e seminare papaveri.  
Un'attivista, che ha voluto restare anonima per paura di rappresaglie, ha detto ai mezzi di comunicazione che Isidro si opponeva anche a questi gruppi e “non possiamo non collegare l’omicidio di Isidro ai caporali locali, alla delinquenza organizzata e alla difesa dei boschi. I caporali locali alleati con i trafficanti di legname e la delinquenza organizzata sono gli autori materiali e mandanti del crimine".  
Secondo quanto dichiarato dall'attivista a BBC Mundo "negli ultimi anni, circa 10 leader di comunità indigene e difensori dei boschi di Coloradas de la Virgen sono stati uccisi; solo l'anno scorso sono stati commessi tre omicidi e nessuno dei casi è stato risolto. Speriamo non succeda lo stesso con Isidro, ci deve essere giustizia, il governo deve fermare i criminali e punirli. Abbiamo molta paura, non possiamo visitare altri accampamenti ed a volte neanche uscire delle nostre case, perché possono attaccarci. Ma andremo avanti”.  
La morte di Baldenegro ha avuto enorme eco. Numerose organizzazioni civili messicane ed internazionali hanno condannato il mortale attacco. La direttrice di Amnesty International per l'America Latina, Erika Guevara-rosa ha detto categoricamente: “il crimine è una tragica illustrazione dei pericoli che affronta chi dedica la propria vita alla difesa dei diritti umani in America Latina, una delle regioni più pericolose per gli attivisti".

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Da parte sua il portavoce delle Nazioni Unite, Michel Forts, ha condannato energicamente l’omicidio, definendolo "indignante ed assurdo", al tempo stesso ha chiesto giustizia alle autorità messicane. La filiale di Greenpeace in Messico ha pubblicato un comunicato sulla sua pagina web: "Quanto era forte la sua voce che hanno dovuto far tacere?; "Fino a quando dovremo continuare a contare gli attivisti uccisi"?
Le cifre fanno rabbrividire: secondo il Centro Messicano di Diritto Ambientale, una delle organizzazioni ecologiste più importanti del Messico, tra il 2010 e 2016 si sono registrati, almeno, circa 303 attacchi ad attivisti ambientali.  
Ed altre cifre fanno rabbrividire ancora di più: circa 122 attivisti ambientali sono stati uccisi in America latina nel 2015, e circa 185 ecologisti sono stati uccisi in tutto il mondo, 33 dei quali in Messico.   
Quando lo scorso marzo 2016 fu uccisa in Honduras l’attivista indigena lenca Berta Cáceres non c’erano parole in grado di qualificare una tale azione. Perché non c'è vocabolario che possa descrivere l'indignazione che si prova di fronte ad una simile brutalità che fa a pezzi, non solo la vita della vittima, ma anche la coscienza umana, la nostra civiltà. Quella civiltà della quale noi ci sentiamo "orgogliosi" quando parliamo dello sviluppo tecnologico e scientifico. Possiamo sentirci orgogliosi quando sappiamo che spesso quella tecnologia non è altro che un ottimo mezzo per sottomettere popoli, terre e vite?

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È inevitabile riportare alla mia memoria un episodio che riguarda il mio paese: l’Uruguay. Che riguarda uno dei suoi recenti presidenti: José "Pepe" Mujica. Non molto tempo fa, lui, che ha alimentato una mitologia attorno alla sua persona (grazie al suo profilo di uomo semplice, aperto, e con una oratoria populista), considerato mondialmente un presidente austero, lontano da convenzionalismi e formalità, e conoscitore della condizione umana per aver sofferto sulla propria pelle l’azione repressiva militare e della polizia, (era un guerrigliero del MLN Tupamaros), non ha avuto alcun riparo nell’etichettare, pubblicamente, come "terroristi" gli ambientalisti uruguaiani che manifestavano pacificamente lungo le vie di Montevideo, per esprimere la loro energica opposizione contro lo sfruttamento minerario a cielo aperto sul suolo uruguaiano. Sfruttamento che ha provocato un saldo nefasto in termini di distruzione ambientale e di violazione della sovranità da parte di multinazionali. Devo supporre che per fortuna non erano le comunità originarie charrua ad organizzare quelle manifestazioni, altrimenti ci sarebbe stato qualche attentato? Spero di no.   
Se un presidente come Mujica dichiarava ai quattro venti tali valutazioni, cosa possiamo sperare da una caterva di imprenditori, in terra messicana ed onduregna, intenti (ai fini esclusivamente affaristici), a disboscare ettari ed ettari di monte o installare centrali idroelettriche in quelle terre dove risiedono le comunità indigene? Cosa possiamo sperare di personaggi come Luciano Benetton che non ha titubato nel disporre che le "sue terre" della Patagonia argentina, fossero sloggiate a colpi di piombo e bastone dalle forze di polizia, che hanno ripreso brutalmente i gruppi indigeni mapuches, con la vile argomentazione che stavano usurpando territori di proprietà dell’imprenditore italiano? Possiamo mai aspettarci da questa gente sentimenti di rispetto verso la natura, verso la vita dei popoli,  ed i diritti umani di quei popoli e le leggi? Non mi sembra. I fatti parlano da sè, è più che dimostrato che questa gente non rispetta niente. Sanno di essere impuniti? Difficile da dire, ma è la cosa più probabile. Denaro, potere ed assoluta mancanza di valori, fanno e dicono molto, nei tempi attuali.  
Ieri, la vittima è stata l'indigena lenca Berta Cáceres. Oggi è l'indigeno raramúri Isidro Baldenegro. I loro carnefici? I criminali del potere e del neoliberalismo di sempre.  
Lencas, raramuris, mapuches, altri gruppi indigeni, voi, noi. Non fa oramai alcuna differenza se siamo indigeni o no. Importa solo che le "loro battaglie" devono essere abbracciate da chi non è ancora stato divorato dal mercantilismo, dall’egoismo e dalla malvagità criminale che pullulano ed imperversano in tutte le regioni del mondo. Senza eccezione. Non so se siamo in tempo per evitare altri morti, ma almeno tentiamolo, insieme.

*Foto di Copertina: www.thenewyorktimes.com
*Foto 2: www.sinembargo.com
*Foto 3: www.democracynow.com
*Foto 4: www.lajornada.com

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