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Terzo Millennio

"In Messico non c'è pace nè giustizia"

hernandez luis guillermoIntervista al giornalista Luis Guillermo Hernández
di Carlos Santana
Luis Guillermo Hernández (in foto), messicano, ha lavorato negli ultimi 20 anni per diverse testate di informazione. Ha collaborato con il giornale "Reforma" e "El Universal" ed attualmente è redattore della rivista informativa "Mx", molto conosciuta in tutto il Messico. Hernández si è specializzato in temi relazionati con la delinquenza organizzata ed il narcotraffico. È anche docente dell'Università Ibero-americana dove sta studiando per ottenere il titolo di dottore in comunicazione, oltre a collaborare con la rete "La red de los periodistas de a pie*".

Come avete reagito di fronte all’uccisione dei vostri colleghi?  
Ciò che è successo in Messico lo definirei “assassinio sistematico di giornalisti”. A Veracruz, nell’ampio territorio del Golfo del Messico, ne sono caduti 15 negli ultimi 5 anni. Tutti in un clima praticamente di totale impunità. Negli ultimi 20 anni sono stati commessi circa 80 omicidi di reporter in tutto il Messico, la maggior parte dei quali non sono mai stati completamente chiariti. Questi dati mettono in evidenzia una situazione molto particolare, considerando che il Messico non è un territorio in guerra, apparentemente.  
Questa condizione ha obbligato i giornalisti di tutte le regioni del paese a cercare di capire cosa sta succedendo e quindi a cercare di difenderci. Ci siamo mossi su due versanti, con differenti prospettive, avvicinandoci ad organismi internazionali, creando reti di collaborazione, di informazione, di formazione e di protezione tra noi. C'è un insieme di reti di giornalisti attive in tutto il paese che si dedicano a raccogliere informazione e a diffonderla per proteggersi dai crimini. Ed anche per sapere cosa fare in caso di minaccia e di violenza, di sequestro o di morte. Questa è la dura realtà che i giornalisti messicani si trovano ad affrontare negli ultimi anni.

Cosa sapete dell’omicidio del fotoreporter Rubén Espinosa e dell'attivista Nadia Vera?  
Noi nella rete "Periodistas de a pie" abbiamo un programma di televisione in internet nel canale "Rompe Viento TV". Il programma viene trasmesso ogni giovedì da Città del Messico attraverso il web. Discutiamo temi di giornalismo, di violenza e di attualità. Circa un mese fa, insieme alla mia compagna Daniela Pastrana, che è la direttrice, ed insieme ad un’altra mia collega, Lydiette Carrión, stavamo parlando della tematica da affrontare nel programma del giorno dopo e parlavamo appunto di un fotoreporter chiamato Rubén Espinosa, costretto ad abbandonare Veracruz per una serie di minacce che aveva ricevuto direttamente. Minacce che lo avvertivano che era sotto la mira di qualcuno, e che la sua vita era in pericolo. Io non avevo mai sentito la storia di Rubén, non avevo mai parlato con lui prima del giorno in cui lo abbiamo avuto ospite nel programma.
Quando arrivò Rubén mi sembrò un ragazzo giovane, molto inquieto, estremamente nervoso. Durante i minuti prima dell'intervista parlavamo delle sue attività. Raccontava che lavorava come fotografo freelance per differenti testate, uno a Veracruz ed altri a Città del Messico, tra i quali la rivista Proceso, molto critica in Messico verso il potere ed i governi, e che è stata attaccata in differenti occasioni. Uno di quegli attacchi fu proprio l’uccisione del suo corrispondente a Veracruz, Regina Martínez, 2 anni fa, se non sbaglio, in circostanze che fino a questo momento non sono state chiarite.
Abbiamo parlato con Rubén nello studio di "Rompe Viento". Ci ha parlato della sua paura, delle circostanze che lo avevano obbligato a lasciare Veracruz. Ci raccontava che in realtà non aveva la certezza del perché lo stavano minacciando.
Aveva soltanto delle piste. Ci disse che aveva subito pressioni dal governo di Veracruz, nelle differenti coperture che si trovava a svolgere come fotoreporter. Ci disse che lo avevano minacciato. Che lo avevano avvertito che non gli sarebbe stato permesso l’ingresso alle conferenze stampa e tanto meno avvicinarsi al governatore perché gli risultava scomodo. E ci diceva che gli avevano fatto dei commenti del tipo: "smetti di disturbare o ti accadrà lo stesso che a Regina".
La situazione si complicò quando andò come fotoreporter a fare il servizio di  una protesta di studenti dell'università di Veracruz. Scattava delle fotografie e si rese conto che lo inseguivano, con l’intenzione di intimorirlo, di spaventarlo. L’inseguimento durò alcuni giorni. A quel punto capì che era più sensato lasciare la capitale Jalapa e fuggire a Città del Messico, per avere un po' di protezione ed allontanarsi un po’ dal tema. espinosa ruben
Non ricevette mai alcuna protezione da parte di istituzioni statali perché non si fidava di loro. Si affidò solo a quella di alcuni organismi nazionali, come "Artículo 19” che si occupa di investigare sulla persecuzione contro la stampa, gli attacchi e le condizioni di lavoro dei giornalisti in Messico. Rubén li chiamò, e si misero in contatto. Da "Articulo 19" gli dissero: vieni qui, noi ti aiutiamo. E così si trasferì a Città del Messico. Nell'intervista Rubén ci parlò della sua paura e della difficoltà di esercitare il giornalismo a Veracruz. Tre settimane dopo venne ucciso. Chi lo ha ammazzato? Non lo sappiamo fino a questo momento. Noi abbiamo presente le minacce di cui era oggetto da parte delle autorità di Veracruz. La procura non ha trovato ancora una linea investigativa che segua le minacce che Rubén aveva ricevuto. Pensiamo che stiamo vivendo un momento critico perché Rubén fu assassinato insieme alla sua fidanzata Nadia Vera, attivista in un'organizzazione che appoggiava gli studenti, persone con problemi dentro la società civile. Anche lei era stata minacciata, direttamente dal governo di Veracruz. Alcuni mesi prima dell'arrivo di Rubén in México DF., anche Nadia fu intervistata a "Rompe Viento TV", e aveva dichiarato pubblicamente che la responsabilità della sua morte o di qualunque cosa potesse accaderle era del Governatore Javier Duarte e della sua equipe di collaboratori. Furono uccisi insieme, nella casa di lei a Città del Messico, ad altre persone: una cittadina colombiana, altre due donne e una ragazza che aiutava nei lavori domestici, in una zona molto centrale di Città del Messico. E abbiamo tanti dubbi su quanto è successo.   

Pensi che lo Stato sia dietro questi omicidi, così come denunciano nelle proteste che indicano principalmente il governatore di Veracruz Javier Duarte? 
Non posso affermare che il governatore Javier Duarte abbia assassinato Rubén e le altre quattro persone, ma non posso neanche affermare che non lo abbia fatto. Credo che le autorità di Città del Messico e i Federali abbiano l’obbligo di indagare comunque su quella linea. Perché Rubén fu realmente minacciato a Veracruz e a Città del Messico, così come Nadia Vera, e mi sembra che nessuna autorità, locale o federale, possa essere negligente o ignorare quella possibilità. E noi, come giornalisti liberi da qualsiasi militanza, esigiamo che si indaghi a fondo su quella possibilità. Che il Governatore, il Procuratore, gli agenti di polizia siano chiamati a dichiarare, che si indaghi fino in fondo ogni possibilità. E questo non si sta facendo. Ecco perché la nostra rabbia, il nostro senso di impotenza. Si respira il preludio dell'impunità. E questo ci provoca profonda irritazione, dobbiamo vedere cosa fare al riguardo. Non possiamo nemmeno negare che Duarte, attraverso i suoi uomini, lo abbia minacciato. Quella possibilità è presente e deve essere investigata.   

Siete riusciti ad individuare una ragione politica, emersa sin dall’inizio o solo in questo momento?     
In questi sei anni di governo Duarte sono stati assassinati 14 giornalisti, 15 con Rubén, ancora da chiarire. Per la maggior parte erano legati all'attività professionale della vittima, e nella maggior parte dei casi c'è un'impunità subdola che parte dalle istituzioni dello stato di Veracruz. Per tale motivo parliamo di un assassinio sistematico di giornalisti. Non ci sono persone che stanno scontando condanne, per questi quattordici omicidi. Non ci sono responsabili. E questo, in uno stato democratico come si presume sia quello messicano, non dovrebbe accadere. Stiamo parlando di corruzione, di una struttura politico-giuridica che ostacola la giustizia e che mi sembra che giochi contro, non solo i giornalisti, ma contro i cittadini messicani in generale.  
Io non dico che Javier Duarte sia l'assassino. Ma posso dire che la sua politica ed il suo controllo delle istituzioni favoriscono, per omissione o per azione, che avvengano questi episodi. I governi statali in Messico funzionano come una specie di vicereame. Il governatore è il leader assoluto di tutte le istituzioni: del potere giudiziario, legislativo ed esecutivo. Tutti rispondono ad un'autorità verticale alla cui cuspide c’è il governatore. Quando diciamo che il governatore permette che ci sia impunità ci riferiamo al fatto che il governatore controlla Veracruz e il resto della regione. Controlla ogni disposizione dello stato.  

Dalle vostre ricerche giornalistiche avete riscontrato l'esistenza di un altro potere al di sopra di quello del Governatore?   
Io non so fino a che punto il crimine organizzato ed il narcotraffico abbiano inquinato le istituzioni pubbliche di Veracruz, o fino a che punto il governatore ed i segretari del suo gabinetto siano vincolati al crimine. Ma gli indizi ci dicono che tutte le istituzioni sono inquinate dalla corruzione.
La corruzione apre la strada ad una serie di realtà, come il narcotraffico ed il crimine organizzato. I poliziotti, le corporazioni poliziesche statali e municipali sono inquinate. Tutti quegli spigoli, tutti quei nodi sono lì, e contribuiscono al clima di impunità e di inquietudine, non solo in quanto alla libertà di espressione, ma anche per le libertà basilari dei cittadini in quella zona e nel resto del paese.
Credo che uno dei grandi contributi che ha portato la morte di Rubén è che il mondo intero ha visto precipitare il mito che il Messico fosse sicuro, in pace. Quel mito che il governo di Enrique Peña Nieto si è preoccupato di diffondere negli ultimi anni e che oggi precipita, perché in Messico non abbiamo pace e non c'è giustizia, né c'è democrazia reale. Siamo sottomessi ad un governo del terrore in mano al crimine organizzato, alla violenza, alla delinquenza, che sta minacciando tutti. Mi sembra che è quello che Rubén credeva. Rubén credeva che il giornalismo potesse contribuire a mostrare alla gente quello che stava succedendo. Credo che con la sua morte ci stia riuscendo a livello globale. Oggi nessuno al mondo può affermare che il Messico sia un paese in pace. Tutti lo sapevamo, ma non potevamo diffonderlo a causa del nostro schiacciante potere mediatico.


*Periodistas de a piè: L’intento dell’organizzazione è quello di condividere tecniche di investigazione, strategie di reportage, strumenti per sviluppare un tipo di “giornalismo sociale”, ossia sensibile alle tematiche sociali del paese e quindi anche di denuncia delle ingiustizie.

Foto di Luis Guillermo Hernández © Mx Linkedin.com  
Foto di Rubén Espinosa © HYPERLINK www.elmanana.com   

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