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Terzo Millennio

Bolivia, passo indietro di Evo Morales per l’autostrada che attraverserà l’Amazzonia

eviomorales1di Andrea Pira - 11 aprile 2012
Il controverso progetto di un’autostrada attraverso la foresta amazzonica torna al centro della politica boliviana. Il presidente Evo Morales ha annunciato di aver avviato le procedure per rescindere il contratto che lega il governo di La Paz alla società brasiliana Oas, cui erano stati affidati i lavori. La decisione è stata comunicata quando mancano due settimane alla prevista marcia degli indigeni contro un’infrastruttura che andrebbe a intaccare l’ecosistema amazzonico.

“L’annullamento è dovuto alle inadempienze della Oas” ha spiegato il presidente in conferenza stampa. Secondo la denuncia del governo boliviano, la società brasiliana non ha tenuto conto delle raccomandazioni e ha sospeso senza giustificazioni né autorizzazioni i lavori nei due tratti esterni dell’autostrada. Lo scorso settembre il primo presidente indigeno dell’America Latina fu invece costretto a sospendere la costruzione del tratto centrale del progetto, il più contestato.

Un tratto dei quasi 600 chilometri di autostrada che – assieme a oltre 800 di vie fluviali – dovrebbero collegare Manaus, capitale dello Stato brasiliano di Amazonas, con Manta, porto ecuadoriano sul Pacifico, sarebbero infatti dovuti passare attraverso il parco nazionale Isiboro Secure, più conosciuto con l’acronimo Tipnis, una delle zone più incontaminate dell’Amazzonia boliviana, ricca di biodiversità e abitata da almeno 50 mila indigeni che vivono di caccia, pesca e agricoltura.

A spingere il governo Morales verso il passo indietro furono una lunga marcia di protesta delle comunità amazzoniche nell’agosto scorso e la successiva ondata di manifestazioni in risposta all’irruzione della polizia in un accampamento allestito dagli indigeni lungo il percorso, nella zona di Yucomo nel Nordest del Paese. La durezza dell’intervento degli agenti portò alle dimissioni dell’allora ministro della Difesa, Cecilia Chacón.

Il caso era tornato d’attualità lo scorso gennaio, quando un’altra marcia indigena arrivò nella capitale La Paz, questa volta per sostenere la costruzione dell’autostrada, considerata una priorità per lo sviluppo economico della regione. Lo stesso Morales ha sempre considerato un’opportunità il progetto da 420 milioni di dollari, all’80 per cento finanziato dalla Banca brasiliana per lo Sviluppo economico e sociale. Per i gruppi d’opposizione, la nuova marcia, durata 40 giorni, era in realtà una mossa dei sostenitori del governo.

Ad animare la marcia erano soprattutto coltivatori di coca delle regione di Chapare, vicino a Villa Tunari, culla della carriera politica del presidente iniziata come sindacalista e difensore dei diritti e delle tradizioni dei cocaleros. Gli stessi che, secondo i detrattori, vorrebbero occupare le terre del Tipnis lungo cui corre la strada, per le loro coltivazioni. La protesta contro il progetto era stata un duro colpo per il presidente Morales che ha fatto del rispetto della natura uno dei capisaldi della propria politica ma che negli ultimi anni è stato accusato di favorire gli interessi economici e l’attività delle industrie minerarie. Accuse che hanno minato i rapporti tra Morales e i gruppi che lo sostennero nella campagna elettorale del 2005.

Morales è ancora popolare tra la maggioranza indigena dei quechua e degli aymara nell’occidente andino, ma i nativi dell’Amazzonia non gli perdonano quello che considerano un tradimento dei principi di difesa della Pachamama sanciti dalla Costituzione approvata dalla maggioranza degli elettori a gennaio del 2009. Non è ancora chiaro se la Oas riceverà indennizzi per la rescissione del contratto. Sulla società brasiliana pesano anche le accuse di altre inadempienze con La Paz: una per una strada che collega le città meridionali di Potosì e Tarija e che avrebbe dovuto essere completata entro lo scorso dicembre; l’altra tra Potosì e Uyuni i cui lavori sarebbero dovuti terminare nel 2010. Incerto è anche il destino dell’autostrada amazzonica che sarà deciso dal referendum nelle province orientali di Cochabamba e Beni, fissato a maggio, così come prevede la Costituzione boliviana. Tuttavia, denunciano gli oppositori, prima ancora che la consultazione fosse indetta, i contratti era già stati firmati.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

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