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Terzo Millennio

Italia, la Spoon River dell'amianto

di Christian Elia - 8 gennaio 2012
Il dizionario Zingarelli della lingua italiana, alla voce amianto (che si può chiamare anche absesto), recita: ”Silicati di vario tipo caratterizzati dal formare cristalli filamentosi […] L’uso in edilizia non è più consentito per l’effetto cancerogeno delle fibre”. Chiaro, breve e incisivo. Come sanno essere le sentenze e le lapidi.


Quella dell’amianto, in Italia e non solo, è proprio una storia di lapidi e sentenze. Tanti, troppi morti. Troppe poche sentenze a indicare responsabili di queste vittime. Un elenco lungo, che ancora si aggiorna, giorno per giorno. L’amianto è stato utilizzato fino agli anni Ottanta per produrre la miscela cemento-amianto (il cui nome commerciale era Eternit) per isolare tetti, edifici, navi e treni, come materiale per l’edilizia, tute ignifughe, nelle auto, per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni. Inoltre, la polvere di amianto è stata largamente utilizzata come coadiuvante nella filtrazione dei vini.

Una fibra di amianto è 13mila volte più sottile di un capello. Si è insinuato nella vita di migliaia di persone, ogni giorno, come l’aria. L’impiego dell’amianto è fuori legge in Italia dal 1992. La legge n. 257 del 1992, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti all’estrazione e la lavorazione dell’asbesto, è stata la prima ad occuparsi anche dei lavoratori esposti all’amianto. Vanno risarciti, come vanno bonificate le aree e gli edifici contaminati. C’è tanto da fare, anche perché per gli esperti l’anno più duro sarà il 2015, quando l’incubazione di chi ha vissuto a contatto con l’amianto finirà per la maggioranza delle persone.

Il 2012, da questo punto di vista, potrebbe essere un anno prezioso. Il 13 febbraio, a Torino, arriva a sentenza il più importante processo della storia giudiziaria italiana per crimini ambientali, quella che vede incriminata la multinazionale Eternit, per disastro doloso e omissione volontaria di misure di sicurezza sul lavoro negli stabilimenti di Casale Monferrato (solo qui sono 1800 le morti sospette), Bagnoli (Napoli), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia)

Un mese dopo, più o meno, a Padova, la corte si pronuncerà sulla vita (e sulla morte) di due marinai : il capitano di vascello Giuseppe Calabrò, di Siracusa, e il meccanico Giovanni Baglivo, di Tricase (Lecce). Entrambi prestavano servizio per la Marina militare italiana e sono morti per malattie polmonari connesse all’inalazione di fibre di amianto. Loro due sono i primi di una lista di almeno 300 militari che hanno perso la vita per patologie simili.

Alla sbarra, a Torino, finiranno il 65enne Stephan Schmideiny e il 90enne Louis De Cartier, dirigenti Eternit. A Padova otto ex alti ufficiali della Marina militare italiana. Potranno essere tanti altri. Perché l”amianto, nella storia d’Italia, è in zone d’ombra, come la sede Rai di via Cernaia.

Anche qui indaga la procura di Torino, con il pm Raffaele Guariniello, che vuole vederci chiaro sulla morte di un dirigente della televisione di Stato che è deceduto nel 2009 a 70 anni per un mesotelioma pleurico, dopo aver lavorato in quello stabile per trenta anni. Nell’edificio, secondo l’inchiesta della procura, l’amianto era presente nelle intercapedini dell’edificio, costruito negli anni Sessanta. La procura sta valutando i casi di altri decessi analoghi di ex dipendenti della Rai che hanno lavorato nello stesso palazzo, ma nessuno dei tredici dirigenti Rai convocati per l’udienza del 4 gennaio scorso si è presentato in aula. Non basterà per fermare la giustizia.

Tratto da: eilmensile.it

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