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Terzo Millennio

Lo sbiancante israeliano

di Patrizia Cecconi
Il quotidiano progressista Haaretz comunica, con un certo comprensibile orgoglio democratico, che la Corte israeliana ha condannato a tre ergastoli Amiram Ben-Uliel, il colono israeliano colpevole di aver sterminato col fuoco una famiglia palestinese.
Bene, i giudici questa volta hanno svolto il loro dovere, al contrario di altre volte tra cui quella in cui hanno “condannato” a due mesi di comunità rieducativa un criminale colpevole di aver assassinato deliberatamente un bambino palestinese di 11 anni, tanto per fare un esempio qualunque.

Ma vorrei porre l’attenzione alla luna senza fermarmi al dito, e allora mi chiedo perché le centinaia di omicidi palesemente deliberati ed eseguiti, il più delle volte a freddo, dai militari israeliani non vengono sottoposti a giudizio? E perché nei rarissimi casi in cui si arriva al processo si ha come risultato una non-pena o una pena irrisoria, inadeguata e generalmente neanche pienamente scontata?
Israele in quanto Stato, non dimentichiamolo, si è macchiato di crimini di guerra, mai puniti, e di crimini contro l’umanità, ugualmente mai puniti e non possiamo lavare la sua faccia macchiata indelebilmente di sangue con una sentenza finalmente corretta contro un criminale animato da odio razzista.

Il colono Ben-Uliel che ha sterminato la famiglia palestinese Dawabsheh è un fanatico, un assassino assetato di sangue “non eletto”, ma è comunque un criminale comune. I governanti politici e i dirigenti militari che nel corso degli anni hanno invitato ad assassinare in forma ufficiale migliaia di civili palestinesi, bambini compresi, sono ben peggio che criminali comuni, ma non vengono condannati.

Non solo non vengono condannati – per questo non servirebbe solo la Corte dello Stato ebraico ma la giustizia internazionale e sovranazionale, ma al primo accenno di indagini serie da parte della Procuratrice Capo della CPI Fatou Bensouda, il buon padrino Trump è corso ai ripari usando l’arroganza del potere che gli è propria potendo contare, a ragione, sull’acquiescente silenzio dell’Europa – no, non vengono condannati ma addirittura osannati, per quei crimini, da oltre il 90% degli ebrei, israeliani e non.

Non traggano in inganno le proteste di questi ultimi mesi contro Netanyahu, quelle sono proteste contro la sua gestione dell’epidemia di Covid e per le numerose accuse di frodi e corruzione per le quali, peraltro, non ha ancora avuto condanna salvandosi più volte col solito escamotage di qualche bomba su Gaza, tanto quello è sangue di basso valore! No, le decine di migliaia di cittadini israeliani scesi in piazza ancora ieri non lo rimproveravano certo per i massacri di palestinesi! Quelli che lo fanno, perché per fortuna ci sono, sono solo un’esigua minoranza.

Sì, fa bene Haaretz a mostrare orgoglio democratico per una giusta sentenza, sebbene a cinque anni dalla strage e ad accennare, benché tra le righe, allo spregevole sostegno al colono assassino da parte di molti israeliani. Ma la democrazia di un Paese non si misura con una sola sentenza giusta e, soprattutto, resta solo democrazia di facciata se comunque i suoi rappresentanti istituzionali violano impunemente i diritti umani.
No, una giusta sentenza non basta a sbiancare la faccia di Israele, almeno questo deve essere chiaro, così come dovrebbe essere chiaro che gli accordi tra Israele e alcuni Paesi arabi nutriti a denaro e petrolio tendono a stringere il popolo palestinese in una morsa che mira a strangolarne la resistenza provando a comprarselo, dopo averlo stremato, con la versione moderna del biblico piatto di lenticchie.
E l’Italia, cioè il governo in carica, a questi accordi tra criminali accertati o presunti di diverso calibro si sbraccia in acclamazioni, forse senza neanche aver capito di cosa si tratta. O forse avendolo capito e schierandosi con il potere invece che con la giustizia.

Tratto da: pressenza.com

Foto © Imagoeconomica

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