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Terzo Millennio

Leader sociali di Colombia, le altre vittime del Coronavirus

di Daiana Carracedo*
Ushuaia. Con il propagarsi del coronavirus le mafie potrebbero infiltrarsi nei sistemi legali. E' quanto ha affermato il pubblico ministero italiano Nino Di Matteo riferendosi alla possibilità che le mafie potrebbero iniziare ad infiltrarsi nelle economie locali a causa dell'avanzata della crisi economica. Ha inoltre affermato: "Non possiamo permetterlo, sarebbe un passo molto serio verso l'apparente legalizzazione delle mafie".
Superando le distanze, una situazione simile sembra si stia verificando tra i popoli originari della Colombia. I crimini mafiosi contro i leader sociali non sono stati fermati dal virus. Al contrario, le forti misure di isolamento imposte nel paese hanno costretto molti leader minacciati di morte ad essere confinati nelle loro case, ma senza un'adeguata sorveglianza.
Ci soffermiamo sul caso di Carlota Salinas: ore prima di venire assassinata, stava raccogliendo fondi nella sua comunità per le persone colpite da coronavirus nel municipio di San Pablo, Colombia. La notte del 24 marzo, uomini armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione costringendola ad uscire, uccidendola con armi da fuoco a qualche metro da casa. Carlota da 10 anni faceva parte dell'Organizzazione Femminile Popolare (OFP), creata nel 1972 su iniziativa della chiesa cattolica per sostenere le donne che vivono situazioni di violenza domestica o di ingiustizia sociale. Secondo l'OFP, Carlota era stata presa di mira da gruppi criminali che hanno approfittato dell'isolamento e della mancanza di protezione per commettere l’assassinio.

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Nel 2019, 108 attivisti e difensori dei diritti umani sono stati assassinati in Colombia, 17 dall’inizio di quest’anno. Secondo l'ONU, la Colombia è uno dei paesi più pericolosi per gli attivisti sociali. Da quando sono stati firmati gli accordi di pace nel 2016, 600 leader sono stati uccisi.
Così è stato per i fratelli Omar e Ernesto Nacabera, uccisi il 23 marzo, un giorno prima di Carlota. È accaduto nel dipartimento di Valle del Cauca, in territorio colombiano. I leader del popolo indigeno Emberá stavano rispettando la quarantena insieme alla loro famiglia quando degli sconosciuti sono andati da loro per invitarli ad una riunione di emergenza. Motivati dal senso di servizio verso la loro comunità, Omar ed Ernesto, insieme ad altri due membri della famiglia, sono usciti da casa. Gli sconosciuti li hanno portati vicino a un fiume dove hanno sparato. I fratelli sono morti sul colpo, mentre gli altri due membri della famiglia sono rimasti feriti.
Ma non sono le uniche vittime dell'isolamento e della mancanza di protezione istituzionale: il 19 marzo tre uomini armati hanno costretto a uscire dalla sua abitazione Marco Rivadeneira, leader contadino del ‘Coordinador Nacional Agrario (CNA) e lo hanno ucciso. Era impegnato a promuovere un tavolo di concertazione tra il Governo e le comunità di Putumayo per mettere fine alla violenza.
In tutti i casi, gli assassini hanno risposto “con il piombo”, lasciando i corpi all'aperto, come messaggio di ciò che accadrà a coloro che difendono i diritti umani o che denunciano questioni illecite.
In tempi del coronavirus i conflitti sociali non si fermano. L'Unità Nazionale di Protezione (UNP), della Colombia che fornisce protezione e scorta ai leader sociali minacciati, dopo la morte degli attivisti, l'UNP ha dichiarato in un comunicato che “è obbligatorio che le persone sotto scorta e i loro sistemi di sicurezza rispettino la restrizione dell’isolamento”. In questo modo centinaia di difensori dei diritti umani vengono lasciati in una situazione vulnerabile. Al riguardo, Amnesty International ha chiesto ai governi che "nella loro risposta al Covid-19 non trascurino i loro obblighi in materia di tutela dei diritti umani".

3 diariodelcauca com

È chiaro che l'isolamento sociale è una misura che aiuta a diminuire i contagi del virus. Per alcune persone significa un periodo di riposo nella comodità della propria casa. Ma in altri casi significa una doppia preoccupazione: la pandemia e la mancanza di protezione. Il confinamento è una cosa nuova per la classe media latinoamericana, ma è normale per le comunità indigene della regione. Costretti da gruppi paramilitari, da organismi federali o dalla società stessa, i popoli indigeni rimangono confinati nelle loro terre con limitati spostamenti verso le città.
Ad esempio in Argentina: “A volte l'isolamento provoca molti casi di violenza domestica. Molti casi di femminicidio. Le donne che in Argentina sono vittime di aggressione da parte di un uomo possono chiamare un numero dove chiedere aiuto e saranno assistite immediatamente”, ha detto il presidente Alberto Fernández lo scorso 30 marzo in un'intervista realizzata dall'ex cantante René Pérez.
Sia gli omicidi dei leader sociali in Colombia, che i femminicidi nel nostro paese, dimostrano che non è possibile prendere un telefono per chiedere aiuto. I fatti accadono in un modo tale che non c’è il tempo necessario per fare la chiamata, o aspettare che arrivino i soccorsi. Senza contare che in entrambi i casi c'erano delle denunce precedenti ed era già noto che le loro vite erano in pericolo e la loro prima richiesta di aiuto era rimasta inascoltata.
Il coronavirus non considera le condizioni sociali. Arriva allo stesso modo a tutti. Ma è certo che fino a questo momento tutte le misure prese nei paesi latinoamericani favoriscono le classi agiate. Le statistiche della diminuzione di reati riflettono solo la sicurezza percepita nei quartieri dove c’è un migliore standard di vita. Speriamo solo che la malattia non sia il mezzo ideale per nascondere crimini e delitti con l'intervento di gruppi paramilitari, organizzazioni corrotte o degli stessi governi del mondo.

* Our Voice

Foto di copertina: www.eltiempo.com
Foto 2: www.contagioradio.com
Foto 3: www.diariodelcauca.com.com

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