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Terzo Millennio

Autostrade, tra scandalo intercettazioni e liquidazioni dorate

di Giorgio Bongiovanni
Si dimette Castellucci, ad di Atlantia. E adesso arrestate i Benetton

Nei giorni scorsi Autostrade è stata travolta dall'ennesimo scandalo. L'inchiesta della Procura di Genova sulla sicurezza strutturale di sei viadotti di Autostrade per l’Italia (Aspi), nata da quella sul crollo del Ponte Morandi, che il 14 agosto 2018 ha provocato la morte di 43 persone, ha portato all'arresto di tre tecnici di Aspi (finiti ai domiciliari) mentre altri sei tecnici della stessa società e di Spea, controllata da Autostrade, sono state interdette dai pubblici uffici per un anno.
Un'indagine che ha fatto emergere una serie di report alterati sulla tenuta di alcuni viadotti gestiti dalla controllata Autostrade volti a ridurre i costi di manutenzione sulla rete.
Il gip del tribunale di Genova, Angela Maria Nutini, nell'ordinanza avanza accuse gravissime laddove si parla di uno “studiato e meditato ostacolo" delle indagini addirittura con attività di bonifica dei computer, installazione di telecamere finalizzate ad impedire l’attivazione delle intercettazioni da parte degli inquirenti e nell’utilizzo di disturbatori di frequenza per ostacolare quelle già in corso.
Azioni che si sarebbero aggiunte anche ad un'attività di "supporto" ai dipendenti indagati, che sarebbero stati in qualche maniera “istruiti” prima degli interrogatori da parte della Guardia di finanza.
A questi elementi, che sono stati riportati dai principali quotidiani, si sono poi aggiunti anche i contenuti di alcune intercettazioni gravi come lo sfogo di Andrea Indovino, dipendente dell’ufficio controlli strutturali della Spea, a poche settimane dalla tragedia di Genova: "Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 agosto, vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un c...". Parole che fanno avanzare il sospetto che nonostante la tragedia nulla fosse cambiato in un 'modus operandi'. E poi ancora le intercettazioni a Paolo Berti, dirigente di Autostrade, già condannato nel processo sulla strage del bus dell’Acqualonga che nel 2013 è costata la vita a quaranta persone, che era stato indagato anche nella vicenda del Ponte Morandi di Genova, da cui, come riportato dal Gip, emerge che Berti avrebbe mentito durante il processo per coprire chi era “sopra di lui”. Un dialogo in cui l’interlocutore lo invita a "stringere un accordo col capo". Autostrade ha definito inverosimili eventuali accordi con l’ex amministratore delegato, Giovanni Castellucci ma i magistrati vogliono comunque andare a fondo sulla vicenda e capire a chi Berti si stesse riferendo.
Nel bel mezzo della bufera la famiglia "Benetton", tramite la scatola societaria di Edizione azionista di riferimento di Atlantia, società che controlla Autostrade per l’Italia, ha di fatto chiesto la "caduta di qualche testa" e così Castellucci, che svolgeva il compito di ad di Atlantia, ha comunicato ieri le proprie dimissioni al Cda. Dimissioni accolte sulla base di una risoluzione consensuale. Un'operazione che potrà garantire al manager una ricca buonuscita "lorda" da 13 milioni di euro.
Si può prendere atto delle decisioni della famiglia Benetton di smarcarsi da questi scandali ma, come abbiamo già scritto un anno addietro a seguito del crollo del Ponte Morandi, sarebbe opportuno che la magistratura indaghi anche sulle eventuali responsabilità dei Benetton. Provocatoriamente (ma non troppo) chiedemmo anche l'arresto per omicidio colposo (art. 589 del cod.p.p.). Perché è difficile pensare che chi è al vertice di certe società sia completamente all'oscuro di allerte, segnalazioni e documentazioni ed è inconcepibile che, nonostante i fior di quattrini che gli italiani hanno garantito ad Autostrade, vi siano state tragedie come quella di Genova per "incompetenza" e, soprattutto, "avidità".

Foto originali © Imagoeconomica

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