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Terzo Millennio

Il passato di Miguel Zuluaga e la cultura dell’impunità

miitari per la strada urugayCapo della sicurezza della selezione di calcio uruguaiana denunciato come repressore
di Jean Georges Almendras
Può sorprendere, forse. Può disturbare, forse. Ma i fatti erano e sono eloquenti.
Miguel Ángel Zuluaga, che oggi è un funzionario di successo con un ruolo di responsabilità nell’Associazione Uruguaiana di Calcio (AUF), e che fa parte della nazionale di calcio dell’Uruguay (nella squadra dell’affermato direttore tecnico Washington Tabárez), nel passato ha fatto parte dell’apparato repressore della dittatura militare uruguaiana nelle fila dei servizi di intelligenza della polizia. Un uomo identificato come repressore da persone all’epoca detenute e torturate.
Trascorso il tempo c'era da aspettarsi la reazione di chi ha sofferto in prima persona il terrorismo di Stato: prima con la denuncia, poi con la protesta e infine con una campagna per sollecitare il suo allontanamento dalla nazionale uruguaiana di calcio. Semplicemente perché l’impunità di certi personaggi fa male, e molto. Ancora di più quando in Uruguay, la cultura dell’impunità per i violatori dei diritti umani nei giorni della prepotenza militare sembra essere, purtroppo, aggrappata alla nostra quotidianità. Il fatto che un uomo con un tale passato possa girare libero insieme alla nazionale uruguaiana di calcio, come parte integrante della squadra (quindi  ambasciatore del nostro paese nei prossimi mondiali) può rappresentare veramente non solo uno scandalo ma soprattutto un atto immorale e di insensibilità, per niente gradito alle famiglie degli uruguaiani desaparecidos.
Una tale situazione, ormai di dominio pubblico, potrebbe avere delle conseguenze per una questione di senso etico e di giustizia? Pensiamo di sì.
Mercoledì scorso è stata organizzata una manifestazione alle porte della sede centrale dell’AUF (Associazione uruguaiana di calcio). Un ferreo sbarramento installato dalla polizia dietro preciso ordine del Ministero dell’Interno teneva i manifestanti a prudente distanza dall’edificio.
In questa occasione, stando a quanto ha riferito il collega di La Izquierda Diario, Sebastián Artigas, una delegazione ha consegnato alle autorità i documenti e le firme raccolte che lo indicavano come repressore.
Ha riferito, inoltre, che esponenti di organizzazioni come Rebeldía Organizada, membri della Comisión por la Memoria de los fusilados de Soca e Madres y Familiares de Detenidos y Desaparecidos si sono riuniti con i dirigenti ed il presidente dell’AUF, Vilmar Valdez, al quale hanno consegnato una lettera insieme a dei documenti che dimostrano il passato da repressore di Miguel Ángel Zuluaga, niente meno che a capo della sicurezza della nazionale uruguaiana di calcio.
L’avvocato di Diritti Umani Pablo Chargoñia ha detto ai giornalisti che “la difesa di Zuluaga non dice che lui non ha fatto parte dell’intelligence militare” e che è significativo “che si risponda alludendo ad un errore nella foto”.
Sarebbero state presentate tre cartelle con 9 ineludibili prove documentate che Zuluaga nella Dirección Nacional de Información e Inteligencia (DNII) ai tempi della dittatura operò con incarico di ufficiale in un’epoca in cui nei locali siti all’angolo tra le vie Paraguay e Maldonado venivano commessi sequestri, torture e violazioni.
“Il punto fondamentale della presenza di Zuluaga nella nazionale uruguaiana è che la nostra società deve essere costruita nel rispetto dei diritti umani” è una delle questioni affrontate a livello di opinione pubblica e delle autorità dell’AUF.
Secondo le testimonianze e i documenti presentati ai direttivi dell’AUF, Zuluaga, dal 2000 capo della sicurezza dei giocatori, era vice commissario dell’Intelligence durante la dittatura.
È emerso che nelle cartelle vi erano documenti dell’investigazione storica sulla dittatura ed il terrorismo di Stato in Uruguay, diretta dallo storico Alvaro Rico, dove figura il nome di Zuluaga negli atti di interrogatorio con la sua firma e numerosi testimoni confermano la sua partecipazione in operazioni realizzate dalla Dirección Nacional de Información e Inteligencia.
I colleghi di La Diaria hanno informato che una persona identificata come Luis Libschitz ha detto che gli altri poliziotti chiamavano Zuluaga “Zulú”. Libschitz presente alla manifestazione di fronte all’AUF, è stato quattro mesi detenuto nelle istallazioni della DNII in via Maldonado, dove erano operativi i dipartimenti IV e V ed è lì che è riuscito a identificare Zuluaga.
“Eravamo incappucciati ma dopo diversi mesi in quel posto, lo sentivo nominare e riuscivo a vederlo” aggiungendo che Zuluaga “non è cambiato per niente, ha solo i capelli bianchi”. Ci sono altre testimonianze incluse nelle cartelle, come ad esempio quelle di Ruben Waisrub e Diego Damián.
È stato riferito anche che Zuluaga figura in una denuncia presentata dall’Observatorio Luz Ibarburu nel 2011, al giudice penale Carlos García Guaraglia. L’avvocato Chargoñia ha assicurato che il nome di Zuluaga “compare nella firma di documenti, negli atti degli interrogatori, in vari dipartimenti della DNII. I sopravvissuti alle torture non hanno detto che lui praticava i “submarinos” (immersione della testa del prigioniero in acqua salata o escrementi), perché erano incappucciati, ma che lui era lì presente”.
Chargoñia ha detto anche che qualche anno fa, durante un’ispezione nella struttura della DNII “tutti abbiamo potuto costatare che si tratta di uno spazio che, per come è distribuito, è impossibile che qualcuno fosse lì e non sapesse cosa avveniva là dentro. Le testimonianze dicono che in certi momenti il salone sembrava un locale di liceali a causa dalle grida dei giovani che venivano torturati”.
Elena Zaffaroni, membro di Familiares de Detenidos Desaparecidos ha detto categoricamente che il caso Zuluaga “è interessante perché evidenzia come si camuffano i torturatori e i repressori al giorno d’oggi. È un signore che va avanti e indietro con i giocatori, e come lui ci sono molti docenti, medici, funzionari di Stato che vivono la loro routine nell’impunità”.
Ignacio Errandonea, anche lui membro di Familiares, ha spiegato che l’iniziativa adottata riguardo questa persona, riferendosi a Zuluaga, cerca “di fare ciò che non ha fatto la giustizia”. Secondo il suo punto di vista l’AUF “deve prendere delle misure, perché Zuluaga occupava un ruolo di comando in un luogo adibito a tortura. C’è almeno un verbale dove lui figura come interrogatore e noi sappiamo cosa implica questo: erano loro i torturatori e quelli che ordinavano le torture. Ci hanno abituato a convivere con i torturatori come se fossero buone persone, ma noi li localizzeremo e denunceremo”.
Un altro esponente di Familiares, Oscar Urtasún ha puntualizzato: “un soggetto che ha violato i diritti umani non può far parte di qualcosa di così popolare come il calcio. Si deve dimettere”.
Richard Mariani, di “Rebeldía Organizada” ha dichiarato che le autorità dell’AUF si sono mostrate sensibili e che avrebbero dato una risposta, perché anche loro sono coinvolti in questa situazione.
Mariani ha spiegato: “Noi vogliamo che Zuluaga sia allontanato dalla sua carica”.
Al termine dell'incontro l’AUF non si è pronunciata Alla riunione hanno partecipato, oltre al presidente Wilmar Valdez, il vicepresidente Edgar Welker ed il segretario di Selecciones Nacionales Roberto Pastoriza.
Può sorprendere, forse. Può disturbare, forse. Ma questi sono i fatti, e sono eloquenti.
Ogni cosa deve passare al vaglio dell’etica e della coscienza, e del valore della giustizia.
Un caso che coinvolge tutti, non solo chi ha patito sulla propria pelle (alla mercé dei carnefici) il terrorismo di Stato.
Anche Miguel Ángel Zuluaga adesso deve accettare due cose basilari: la prima, che ha il suo passato contro, e la seconda, che continuare accanto al Maestro Tabárez favorisce la cultura dell’impunità.

Foto di copertina: www.ecoslatinoamerica.com

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