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Terzo Millennio

Misteri, suicidi, scandali finanziari: Mps e i 10 anni che sconvolsero Siena e l'Italia

di Fabrizio Massaro
Dall’acquisto (per una cifra esorbitante) di Antonveneta nel novembre 2007 a Siena è successo di tutto: miliardi andati in fumo, inchieste, morti sospette, risparmiatori infuriati. Le ripercussioni dello scandalo del Monte Paschi si fanno sentire ancora oggi

mps logo ombrello c ansa

Il logo della banca Mps, Monte Paschi di Siena (© Ansa)


Uno scandalo mondiale

Dieci anni fa l’acquisizione di Antonveneta, il 7 novembre 2007. Costo rivelatosi esorbitante: 9 miliardi più 7 miliardi di debiti accollati. Troppo per Mps, per di più mentre scoppiava la crisi finanziaria (e poi economica) più pesante e lunga dagli Anni Trenta. Da allora al Montepaschi e a Siena è successo di tutto. Oltre dieci miliardi di aumenti di capitale andati in fumo, i primi aiuti di Stato per 4 miliardi (ripagati con quasi 1 miliardo di interessi), una banca salvata lo scorso dicembre dal fallimento dal Tesoro con 8 miliardi, la Fondazione Mps praticamente azzerata con il patrimonio crollato da 6 miliardi ad appena 500 milioni. Migliaia di persone fuori dalla banca – anche se senza licenziamenti. Un territorio impoverito. E i tribunali al lavoro. Cinque inchieste, molto complesse, due a Milano, tre a Siena. Una condanna già avvenuta, due processi in corso, una udienza preliminare. Indagati o imputati gli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, ma anche la nuova gestione che avrebbe dovuto salvare la banca, quella di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. E poi c’è, David Rossi. Per la morte del portavoce della banca precipitato dalla finestra del suo ufficio, il 6 marzo 2013, l’inchiesta della procura di Siena per istigazione suicidio è stata archiviata due volte. Ma i dubbi sulla ricostruzione continuano a gettare un’ombra sinistra su quella vicenda misteriosa.

Le inchieste
A Milano, trasferito per competenza da Siena, è in corso il processo contro l’ex presidente Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale Antonio Vigni, l’ex direttore dell’area finanza Gianluca Baldassarri, oltre ad altri 10 imputati e alle banche Deutsche Bank e Nomura per la vicenda dei derivati segreti cosiddetti Santorini e Alexandria. Il processo è cominciato a Milano il 15 dicembre scorso. Si tratta del processo “madre”, in quanto fa riferimento alle modalità con le quali il Montepaschi ha recuperato i capitali e coperto i buchi patrimoniali legati all’acquisizione di Antonveneta del novembre 2007. I reati ipotizzati nei confronti degli imputati sono, a vario titolo, manipolazione del mercato, falso in bilancio, falso in prospetto, e ostacolo all’autorità di vigilanza.

L’arrivo di Profumo e Viola nel 2012
Sempre a Milano è in corso l’udienza preliminare dopo la richiesta di rinvio a giudizio presentata dal pm Stefano Civardi e Giordano Baggio nei confronti degli ex vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, i banchieri chiamati nel 2012 a mettere a posto i conti disastrati della banca senese. Anche loro, insieme all’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvatori, sono finiti nel calderone delle inchieste, accusati di aggiotaggio e falso in bilancio. Secondo la procura avrebbero contabilizzato in maniera non corretta in bilancio i contratti Santorini e Alexandria. Proprio sotto la loro gestione era emerso il ruolo di queste operazioni nell’occultare le perdite di bilancio del Montepaschi nel 2008-2009. Tuttavia Profumo e Viola non hanno contabilizzato i derivati come tali a bilancio, continuando così con l’impostazione di Mussari e Vigni, fino a quando non è stata la Consob a imporre la riscrittura del bilancio nel 2015. La vicenda è molto controversa: i magistrati avevano inizialmente chiesto l’archiviazione per gli indagati, ma il sostituto procuratore generale Felice Isnardi ha disposto altri approfondimenti investigativi riaprendo il caso. Il non avere dichiarato i derivati – ipotizzano i periti della procura – consentì alla banca di avere i requisiti per accedere agli aiuti di Stato sotto forma di “Monti Bond” senza azzerare il patrimonio della Fondazione. Di recente Profumo ha manifestato dubbi sulla sua gestione di Mps: «Mi chiedo spesso se Fabrizio Viola e io abbiamo fatto bene a salvare Mps e a non lasciarla fallire».

Quel documento occultato in cassaforte
A Siena si è già celebrato e concluso in primo grado un processo sulle vicende Mps, quello su cosiddetto «mandate agreement», ovvero un documento tenuto segreto che costituiva l’architrave dell’operazione Alexandria – un complicato complesso di operazioni e di prestiti legata all’acquisto di BTP in scadenza al 2034, con la banca giapponese Nomura da 3 miliardi di euro. È il «contratto quadro» stipulato nel 2009 e discusso da Mussari con i vertici dell’Istituto giapponese nell’ormai famosa telefonata del 7 luglio 2009. Si tratta di uno dei contratti che hanno causato perdite nascoste nei bilanci per Montepaschi, secondo l’accusa.
L’operazione sarebbe servita a spalmare di 120 milioni di perdita nel 2009 nei successivi 25 anni. Tra maggiori interessi e costi occulti per Montepaschi il costo dell’operazione è stata di oltre 300 milioni. Nell’ottobre del 2014 sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarre, per ostacolo alla autorità di vigilanza Per avere tenuto nascosto alla Banca d’Italia questo documento, che venne poi ritrovato nella cassaforte dell’allora direttore generale Vigni dal nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola nell’ottobre del 2012. Il processo di appello si è aperto lo scorso 23 giugno.

siena piazza salimbeni 610

Piazza Salimbeni, Siena


La banda del 5% di Gianluca Baldassarri
C’era anche chi faceva la cresta sui contratti finanziari di Mps: è la cosiddetta banda del 5%. Il processo a carico dell’ex responsabile dell’area finanza di Banca Montepaschi, Gianluca Baldassarri, comincerà a Siena il prossimo 14 novembre. Insieme con lui sono importanti altre 11 persone (interni della banca ma anche broker esterni), con l’accusa di associazione a delinquere transnazionale. Questa è una costola dell’inchiesta principale su MPS, che riguarda le presunte “creste” che alcuni manager della banca senese effettuavano sulle operazioni dell’istituto. Montepaschi è parte civile. Questo è l’unico filone che di fatto è aperto ancora a Siena dell’inchiesta principale condotta dei pm Aldo Natalini, Giuseppe Grosso e Antonino Nastasi. E per queste vicende sono stati sequestrati all’estero una ventina di milioni di euro.

Il soccorso d’emergenza: i Monti Bond e gli aumenti del 2014 e 2015
Per i buchi patrimoniali legati all’acquisizione di Antonveneta e alla crisi di liquidità scoppiata in tutto il sistema finanziario dopo il crac Lehman Brothers, il Montepaschi ha dovuto fare ricorso per ben due volte a prestiti dello Stato: una prima volta nel 2009, con i Tremonti Bond per circa 1,9 miliardi, e poi nel 2012 (ma emessi nel 2013) per ulteriori 2 miliardi complessivamente, i cosiddetti Monti Bond: in totale circa 4,1 miliardi di euro di finanziamenti, ad alto tasso di interesse (sopra il 10% annuo), per Mps.
Per restituirli, in appena un anno, almeno parzialmente, come richiesto dalla commissione europea che vigilava sugli aiuti di Stato, il Montepaschi varerà nel 2014 un primo mega-aumento di capitale da 5 miliardi (dopo essere stato innalzato dagli iniziali 3 miliardi e rinviato da dicembre 2013 alla primavera dell’anno dopo in seguito alla drammatica rottura con la Fondazione Mps guidata dall’attuale vicepresidente di Confindustria, Antonella Mansi, che votò contro la delibera). Il miliardo residuo verrà rimborsato nel 2015 dopo il secondo aumento di capitale da ulteriori 3 miliardi. Il Tesoro riceverà nel 2016 parte degli interessi non in contanti ma sotto forma di azioni della banca e diventerà a un certo punto il primo azionista dell’istituto con oltre il 4%.

L’esame della Bce e l’aumento di capitale fallito
L’ennesima svolta per Mps avviene a fine luglio 2016: la banca viene bocciata agli stress test della Bce risultando la peggiore dell’Eurozona. Per salvarsi l’istituto propone la vendita di tutti i crediti in sofferenza, circa 28 miliardi, è un ennesimo aumento di capitale da 5 miliardi di euro per coprire l’ammanco patrimoniale. L’incarico di portare avanti l’aumento di capitale lo prende la banca americana J. P Morgan, insieme con Mediobanca.
A spingere soprattutto per la soluzione di mercato è l’allora premier Matteo Renzi, che non voleva impiegare capitali dello stato nel Montepaschi ma allo stesso tempo voleva evitare il bis delle quattro banche saltate a fine 2015 (Banca etruria, Banca Marche, CrChieti, CrFerrara). Le due banche d’affari cercano un acquirente importante, il cosiddetto “anchor Investor” trovando l’interesse del fondo sovrano del Qatar. L’operazione però si rivela difficile sul mercato anche per l’incertezza politica dell’Italia legata all’imminente Referendum costituzionale del 4 dicembre e ai rischi di una crisi di governo in caso di vittoria del no. Contemporaneamente risulta complicata per motivi burocratici e giuridici (per esempio per le autorizzazioni della Consob) l’altra parte dell’aumento di capitale complessivo da 5 miliardi, cioè la conversione in azioni dei bond subordinati.

La ricapitalizzazione precauzionale
La crisi del governo Renzi e il “no” della BCE a spostare a gennaio l’aumento di capitale autorizzato solo entro fine dicembre 2016 portano il Montepaschi poco prima di Natale a chiedere la ricapitalizzazione precauzionale, l’ultimo passo consentito dalle direttive europee prima che la banca finisca in Bail-In con conseguenze disastrose per la banca, l’economia italiana e forse per la stessa tenuta dell’euro. La Bce accoglie la richiesta e impone alla banca di trovare, anche con capitali dello Stato, 8,1 miliardi di euro. Di questi, oltre 4 miliardi arriveranno dalla conversione obbligatoria dei Bond subordinati in nuove azioni della banca.

Il salvataggio ad opera dello Stato e il prossimo ritorno in Borsa
La trattativa con le istituzioni europee -Bce e soprattutto commissione europea -dura quasi sei mesi. È una strada mai percorsa prima né da Bruxelles né da Francoforte. E il quadro si aggrava nel frattempo a livello di sistema perché contemporaneamente finiscono in crisi, e poi in liquidazione, i due istituti del Veneto, popolare di Vicenza e veneto banca. A luglio arriva l’ok finale della direzione concorrenza della commissione europea. Lo Stato può entrare con un aumento di capitale riservato - a un prezzo più basso di quello applicato agli obbligazionisti per la conversione dei loro Bond in azioni – e con 3,9 miliardi prende la maggioranza assoluta dalla banca.

L’offerta
È in partenza nei prossimi giorni un’offerta di transazione e scambio rivolta ai risparmiatori che si sono ritrovati in mano le azioni Montepaschi: costoro potranno Consegnare le azioni alla banca, che le darà al Tesoro, in cambio di nuovi Bond “senior”, ovvero garantiti, è in scadenza la prossima primavera. Sempre negli stessi giorni il Montepaschi, forse già a fine mese, dovrebbe tornare in borsa. È il tesoro, con altri 1,6 miliardi immessi nell’operazione, potrebbe ritrovarsi con in mano fino al 70% del capitale. Quello che tornerà in borsa sarà dunque un Montepaschi nazionalizzato. Un Mps di Stato.

Tratto da: corriere.it

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