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Terzo Millennio

Morire a Veracruz

1Ucciso Cándido Ríos: un altro attentato contro un giornalista messicano
di Jean Georges Almendras
Si chiamava Cándido Ríos Vázquez, ed è il decimo giornalista ucciso quest’anno per mano mafiosa in Messico. Gli hanno sparato martedì 22 agosto nelle vie di una località dello Stato di Veracruz. Era un giornalista specializzato in cronache giudiziarie, e lavorava per il quotidiano Acayucan. Faceva parte di un programma del governo di protezione per i giornalisti, e dal 2012 subiva costantemente delle minacce.
Ecco i fatti. Il collega e altre due persone - una di loro un ex funzionario della polizia - si trovavano vicino ad un negozio di alimentari a Covarrubias, a circa 200 km a sud del porto di Veracruz. I sicari hanno puntato dritto al giornalista e ad ai suoi accompagnatori. Cándido Ríos è stato portato agonizzante in ospedale mentre le altre due persone sono morte sul colpo. Gli assassini, poi, sono fuggiti.
In mezzo alla confusione del momento nel luogo dell’agguato le autorità, accorse immediatamente, hanno constatato che i sicari hanno agito come un comando professionale e hanno usato armi di grosso calibro.

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Poco dopo la notizia del decesso in ospedale di Cándido Ríos è emerso che il giornalista stava investigando sul governo di Acayuca, principale sospettato della scomparsa nel 2010 di uno dei loro assessori. Da quel momento, le minacce contro la sua persona sono state una costante.
L’attentato contro Cándido è il 17° dal 2011. Si sono inaspriti gli atti di violenza contro il giornalismo libero, una violenza generalizzata sul territorio e dove gli elementi della malavita (spesso in società con politici corrotti) sono la principale causa di un vero e proprio bagno di sangue che si è scatenato in terra messicana.
I media locali scrivono che prima del caso Ríos, i giornalisti uccisi sono stati Cecilio Pineda, Ricardo Monlui, Miroslava Breach, Maximino Rodríguez, Filiberto Alvarez, Jonathan Rodríguez, Salvador Adame e Luciano Rivera.
Si dice che in Messico, nel primo trimestre dell’anno, ogni 15 ore viene aggredito un giornalista e si stima che per un 50% dei casi i principali responsabili degli attacchi siano funzionari pubblici. Le organizzazioni che denunciano questi fatti hanno già documentato circa 276 aggressioni - di diversa natura e in differenti circostanze - contro i lavoratori della stampa di diverse città.
Non ci sono più lacrime da versare per questi fatti. Non bastano le forti proteste o le manifestazioni. È tanta l’indignazione. Tanto lo stupore e la rabbia.
Ma è tanta anche l’ipocrisia: da parte di un governo che non fa altro che monitorare la morte, invece di proteggere la vita, che si mostra preoccupato di fronte a tanta violenza, ma che non è coerente nei fatti, né nelle sue promesse e nelle azioni. Un governo che gradualmente si sta mimetizzando con il crimine organizzato del narcotraffico, che genera violenza con la sfacciataggine del mafioso e la sottigliezza del politico.
Sembrerebbe non ci sia marcia indietro possibile a questa sfrenata violenza e all’opera di impunità nelle mani del governo, attraverso i suoi rappresentanti, che continuano a voltare lo sguardo ogni qualvolta il piombo provoca fiumi di sangue e un dolore indescrivibile.

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Non manca il cinismo. Sempre presente con il formalismo dello Stato e le dichiarazioni provocatorie e immorali da parte di un sottosegretario dei Diritti Umani del Governo, Roberto Campa Cifrián che, per minimizzare l’attentato, ha osato assicurare - di fronte ad una protesta generale contro l’inoperatività del ‘Mecanismo Federal de Atención y Protección a Defensores de Derechos Humanos y Periodistas’ (Ente di tutela dei giornalisti, ndr) - che il Mecanismo funziona e che Cándido si trovava nel “luogo sbagliato”, poiché l’attacco non sarebbe stato indirizzato verso il reporter di Acayucan.
A queste dichiarazioni ne sono seguite subito altre: l’editore di Ríos, scrive il giornale Vanguardia, ha detto che le parole di Campa “sono peggiori delle pallottole che hanno ucciso Cándido”.
Non è facile accettarlo, ma è così. Tanto dolorosa è l’impronta che lascia una delle tante morti del Messico di oggi, dissanguato e umiliato dalla demenza criminale, connivente con politici e forze di sicurezza deviate e comprate, che guadagna terreno senza sosta.

*Foto di Copertina: www.elhuffingtonpost.com
*Foto 2: www.sinembargi.com
*Foto 3: www.prensalibre.com

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