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Terzo Millennio

Sud Sudan, ucciso giornalista americano che raccontava il conflitto civile. Christopher Allen aveva 26 anni

allen christopherdi Antonella Napoli
Christopher Allen aveva 26 anni e una grande passione per il suo lavoro. Era un giornalista americano freelance e nonostante fosse molto giovane aveva già maturato una considerevole esperienza come reporter di guerra.
Sabato scorso, mentre si trovava in Sud Sudan per raccontare la guerra tra i ribelli e le truppe governative, è rimasto ucciso durante i combattimenti.
A confermare la notizia il dipartimento di Stato Usa che solo ieri ha comunicato la notizia alla famiglia.
Insieme al reporter statunitense hanno perso la vita altre 18 persone, uccise dal fuoco delle forze armate di Juba vicino al confine con  l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo.
I ribelli con cui viaggiavano il giornalista e altri due colleghi, di cui al momento non si hanno notizie, hanno affermato che tutti loro indossavano il pettorale che contraddistingue la stampa nei conflitti armati.
Allen, che lavorava con varie testate televisive, tra cui Al Jazeera, aveva raccolto varie testimonianze tra i civili residenti nella città di Kaya, sotto assedio dell’esercito sud sudanese.
Purtroppo non è riuscito a tornare a Juba per raccontare la loro storia e il dramma che sta vivendo gran parte della popolazione del più giovane Paese del mondo. Da quattro anni i sud sudanesi vivono nel terrore se non per brevi periodi di tregua del conflitto civile che ha già causato centinaia di migliaia di morti.
Dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Sudan del nord nel 2011, il Sud Sudan nel dicembre del 2013 ha visto crollare le sue speranze di pace. Il presidente Salva Kiir, di etnia Dinka, ha infatti cacciato il vicepresidente Riek Machar, di un altro importante gruppo etnico sudsudanese, i Nuer, accusandolo di essere in procinto di compiere un colpo si stato.
Dopo quasi due anni di feroci combattimenti le parti in conflitto hanno firmato un accordo di pace nell’agosto 2015 e Machar è tornato nella capitale nell’aprile dello scorso anno per condividere il potere con Kiir.
Ma in meno di tre mesi il tentativo di governo di unità nazionale è fallito e il vice presidente i suoi sostenitori sono fuggiti da Juba e hanno ripreso la contrapposizione armata.
Decine di migliaia di persone sono state uccise e più di 3,5 milioni sono stati sfollati dopo l’inizio del conflitto.
Allen è il settimo giornalista ucciso nel Paese dall’inizio del conflitto semplicemente perché  faceva il suo lavoro. Come James Raeth, ucciso nel maggio 2015 in circostanze ancora da chiarire in un agguato mentre viaggiavano verso Juba a bordo di un furgone.
L’informazione in Sud Sudan è messa a tacere anche per mano diretta del Governo.
I giornalisti locali lavorano in un clima di censura e minacce, in un Paese dilaniato dal conflitto ma anche dalla profonda crisi umanitaria che coinvolge tutta la popolazione.
Tra le vittime recenti del bavaglio sudsudanese, ucciso perché non ha accettato di piegarsi al regime, ricordiamo Peter Julius, 27 anni, che scriveva per il quotidiano New Nation. È stato freddato con diversi colpi d’arma da fuoco mentre rientrava a casa da lavoro.
Secondo fonti vicine alla famiglia i killer sarebbero stati assoldati dal Governo.
Secondo il Committee to Protect Journalists i giornalisti ‘liberi’, che bon temono di criticare Salva Kiir e i suoi ministri, sono costantemente a rischio in Sud Sudan.
“i numeri parlano da soli e, date le circostanze generali, la tendenza non cambierà nel breve periodo” è il commento del portavoce di Cpj.
Più duro il segretario generale di Reporter Senza Frontiere,  Christophe Deloire, che ha accusato il presidente di voler zittire la stampa libera con la minaccia di morte.
Lo stesso allarme è condiviso anche dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che si dice profondamente preoccupato per “l’escalation di violenze nei confronti dei giornalisti, locali e internazionali”.
Non era certo questo che ci si attendeva da un Paese che con l’indipendenza aveva deciso di emanciparsi dalla dittatura del regime di Khartoum per diventare una nazione in grado di assicurare la libertà d’espressione, la libertà dei media e un reale processo democratico.
Il Sudan del Sud risulta 125° su 180 Paesi nell’indice sulla libertà di stampa pubblicato da Reporter Senza Frontiere ed è classificato tra i Paesi “non liberi” secondo gli indicatori stilati da Freedom House nel rapporto Freedom in the World 2016.

Tratto da: articolo21.org

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