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Terzo Millennio

Argentina verso la bancarotta

di Jean Georges Almendras e Giorgio Bongiovanni
Intervista al Giudice Juan Alberto Rambaldo
I gruppi finanziari internazionali idrovore del Sudamerica

In senso letterale l'Argentina è crollata economicamente. Vale a dire che è in bancarotta. Tale è la percezione recentemente asserita all'unisono dagli esperti in materia, fermo restando che a livello popolare la percezione è esattamente la stessa, dal loro punto di vista. La società argentina vive questi tempi di Coronavirus, ovviamente con gli inconvenienti propri della pandemia, in un contesto estremamente complesso, in cui il deterioramento politico-sociale e il deterioramento economico vanno a braccetto. Conseguenze dei tempi passati? Il risultato di influenze di provenienza imperialista? Il risultato di amministrazioni sconsiderate?
La verità è che oggi in Argentina si sta vivendo un momento drammatico, in cui imperversa la crisi finanziaria - non poteva essere altrimenti - nei settori sociali più vulnerabili, ma anche in quelli meno vulnerabili. I mezzi di comunicazione argentini, che sono sempre molto attenti ai temi più cruciali della società civile, negli ultimi mesi sono stati estremamente diretti e chiari nei loro titoli di prima pagina e nei contenuti di una pioggia di articoli, di analisi e di opinioni, sulle prospettive economiche. Fiumi di inchiostro e ore e ore di radio e di televisione tutti incentrati sulle questioni che riguardano le tasche degli argentini, poveri e ricchi. Anche la classe media argentina che fa parte di questa realtà ne subisce gli stessi effetti. Gli effetti, cioè le conseguenze di questo degrado, oggi abbondano, in un paese considerato uno dei giganti della nostra America Latina.
A proposito di questo gravissimo quadro, l’Epoch Times ha scritto ad esempio, che l'Argentina "inizia il 2020 con un debito di 332 miliardi di dollari" totale che "include prestiti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), e 148 miliardi dovuti ad obbligazionisti privati". Puntualizzando inoltre che “le agenzie di rating hanno declassato il debito argentino a causa della decisione del nuovo governo di ritardare il pagamento di 9,1 miliardi di dollari dei buoni del tesoro. Ciò costituisce già un default tecnico - un distressed debt Exchange - secondo i criteri di Fitch Ratings, nel 2021 saranno dovuti 64 miliardi in più”.
Sempre secondo la linea di analisi di Epoch Times, pagare il debito "sarà difficile per qualunque nuova amministrazione, considerata la terribile situazione politica colpita da clientelismo, criminalità, protezionismo e instabilità monetaria". Segnalando anche che "l'inflazione supera il 55% e l'economia ha subito una contrazione del 3% nel 2019. Negli ultimi quattro anni 21.500 piccole e medie imprese, una fonte essenziale di occupazione, hanno chiuso portando ad un tasso di disoccupazione del 10.1%, e circa la metà della popolazione economicamente attiva lavora nell'economia informale. L'Argentina continua ad alimentare la fuga di capitali: dal 2015 se ne sono andati 72.2 miliardi di dollari".
In questo autentico tsunami che ha fatto crollare l'economia argentina abbiamo voluto sentire l'opinione (o la visione), di un cittadino argentino partecipe al mondo della politica, e soprattutto del mondo della giurisprudenza, essendo anche un eccelso osservatore della realtà nazionale. Stiamo parlando del giudice di 1ª Istanza della Provincia di Santa Fe Dr. Juan Alberto Rambaldo*.

Che interpretazione può darci sull’intero panorama economico dell'Argentina? C’è realmente una situazione di bancarotta? Cosa si intende per bancarotta in un paese in piena pandemia?
"Cercherò di unificare la risposta perché penso che non si può fare un'analisi astratta della realtà che attualmente stiamo vivendo. L'Argentina è reduce da ripetute crisi conseguenti all’introduzione del ‘processo militare' del 24 marzo 1976 che aveva come obiettivo promuovere la dipendenza assoluta del paese al progetto del capitale finanziario, avendo come principale protagonista il ministro Alfredo Martínez de Hoz con il sostegno della Commissione Trilaterale. Ne derivò uno straordinario debito estero che Alejandro Olmos Gaona avrebbe classificato come una "grande truffa" e che meriterebbe una sentenza esemplare del Giudice Federale della corte Criminale Penale Jorge Ballesteros che qualificò il debito estero con carattere di sentenza come "illegittimo e fraudolento".
I governi successivi, sia quelli sostenitori dell'ortodossia liberale che quelli cosiddetti populisti e neokeynesiani, non hanno potuto o e/o non hanno voluto alterare questo sistema di dipendenza, incorrendo in una serie di atti di corruzione, come la denazionalizzazione delle più importanti società pubbliche del paese, la collusione con imprese monopolistiche e legami con il narcotraffico. Ma la cessione ai gruppi finanziari ha avuto il suo culmine con l’insediamento del governo dell'Ing. Mauricio Macri e con l'aumento spropositato della spesa pubblica, il palese accaparramento usuraio e il trasferimento di denaro a gruppi finanziari internazionali, i cosiddetti fondi di investimento, con il beneplacito del F.M.I. che ha accettato di prestare fondi destinati a coprire i crediti dei finanziatori, con la pianificazione dai consulenti del presidente, Luis e Nicolás Caputo e Nicolás Dujovne".
"Questo preambolo è per dare un’idea del perché l'Argentina è sprofondata in una situazione finanziaria in cui risulta impossibile fare fronte ad un debito esterno che, inoltre, ha un'origine assolutamente pretestuosa. Se questa situazione era complicata dal punto di vista finanziario per l'impossibilità di generare le risorse per pagare un debito che supera il PIL annuale, la comparsa della pandemia ha introdotto una variante inaspettata a causa della necessità del governo di riassegnare il destino di migliaia di milioni per investirli in: sostegno del sistema della sanità pubblica che è stato completamente abbandonato dall'amministrazione macrista; sostegno delle imprese che -a causa della quarantena- hanno visto completamente interrotta la loro produzione già di per sé molto colpita dalla crisi economica derivante da 4 anni di crescita negativa; moderare in qualche modo la crisi del lavoro conseguenza della caduta del regime occupazionale e, infine, alleviare la fame del 40 % della popolazione con lavoro saltuario e/o carente di risorse".
"Il governo, con l'appoggio della maggioranza dei blocchi dell'opposizione, ha presentato una proposta di pagamento ai creditori, che non è stata accettata dai grandi fondi di investimento che come l'attuale Shylock, sono sempre disposti ad ottenere un reddito spropositato ma non vogliono mai diminuire i loro profitti”.


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Palermo, 18 luglio 2014. Il direttore Bongiovanni e Juan Alberto Rambaldo © Paolo Bassani


La nuova amministrazione Fernández-Fernández sarà in grado di capovolgere questa situazione?
“Fino ad ora la posizione del governo, compresa la maggior parte dell'opposizione, è stata quella di privilegiare il mantenimento dell'ordine interno attraverso politiche pubbliche, ma non so se questa sarà la posizione che adotterà nell'immediato futuro sotto la pressione dei gruppi economici stranieri e locali. Questa decisione politica è fondamentale; ma per invertire la situazione è fondamentale anche che il paese esca dallo storico circolo vizioso di una borghesia locale abituata a reggersi attraverso le politiche di uno Stato del quale si serve mediante l'ottenimento di un reddito differenziale, frutto della corruzione e dell'utilizzo di meccanismi monetari che la favoriscono”.

Quali previsioni può fare come cittadino di un paese che si trova in mezzo al default? Che visione di futuro ci può delineare?
"È innegabile che l'Argentina deve crescere assegnando risorse ad opere infrastrutturali e all'uso della scienza e della tecnologia che abbiamo, come è stato dimostrato storicamente, ma che si trova impossibilitata a sviluppare a causa del controllo politico esercitato dai settori finanziari, da quelli vincolati all'industria estrattivista e della produzione di materie prime. Sono cosciente che ciò che sto dicendo richiede la strutturazione di una politica con autorità sovrana che conti sull'appoggio sociale necessario per proiettarla nel tempo".

La situazione di emergenza nelle Villas (quartieri poveri) di Buenos Aires, specialmente la 31, è uno degli esempi più chiari della gravità della situazione?
"La questione delle Villas richiede un'analisi storico-sociale. Le baraccopoli della Gran Buenos Aires apparvero in seguito alla concentrazione economica nella città, generata nella prima metà del secolo scorso e la conseguente migrazione della popolazione rurale verso i centri urbani. Oggi la città di Buenos Aires e le città di Gran Buenos Aires accolgono quasi la metà della popolazione totale del paese e gran parte di essa è concentrata nelle cosiddette baraccopoli di emergenza dove si trovano persone alle quali lo Stato offre poco o quasi nessun contenimento sociale, lavoratori regolari, operai edili, braccianti, delinquenti comuni, spacciatori, ecc. Villa 31, che conta 40.000 abitanti, non è "nemmeno lontanamente" la cittadina di emergenza più grande, è forse la meglio organizzata dal punto di vista urbanistico, quello che succede è che si trova al centro della città di Buenos Aires per questo è pienamente visibile. In questi insediamenti, che sono moltissimi, operano da decenni i cosiddetti "sacerdoti villeros" e varie ONG di aiuto solidale con più di 500 mense che danno assistenza a oltre 70.000 persone."
"La pandemia del coronavirus non poteva fare altro che generare una situazione caotica. Il sovraffollamento è il motore della diffusione del virus, la diminuzione del lavoro, sia formale che informale, ha aumentato la carenza e le mense esistenti non sono riuscite a coprire la domanda perchè si sono moltiplicate le persone che richiedevano cibo, per questo è stato necessario che il governo incaricasse le truppe della gendarmeria alla distribuzione di alimenti che sempre e in ogni caso, sono risultate insufficienti. A ciò si deve aggiungere che la provvista di alimenti è stata condizionata dal fatto che i fornitori del governo si rifiutavano di consegnare la merce ai valori di mercato, chiedendo un incremento dei prezzi dei prodotti. Ciò ha provocato delle mobilitazioni pacifiche e rispettose del protocollo della quarantena, che richiedono l'intervento dello Stato per trovare una soluzione a questa restrizione alimentare. La decisione che prenderà il governo dimostrerà quale strada è disposto a percorrere. Staremo a vedere anche se manterrà il suo criterio di non criminalizzare la protesta o se riprenderà il criterio repressivo sostenuto dalla mai ponderata Pactricia Bulrich, ministro della sicurezza durante il governo di Mauricio Macri e attuale presidentessa del PRO (partito politico)".

Come uomo di Legge, come operatore della giustizia, che descrizione può farci della realtà argentina, paragonandola magari con realtà di altri tempi, di altre epoche della storia nazionale? Trova dei parallelismi con la presenza dell'ingerenza yankee e della corruzione?
"Direi che la questione non la percepisco come "uomo di diritto" ma bensì come cittadino dell'Argentina, dove sono state tentate varie proposte di attuazione di politiche con maggiore o minore grado di partecipazione popolare ma con un certo grado di autonomia politica ed economica che non si sono mai concretizzate. L'ingerenza degli USA in Argentina viene da molto lontano, basti menzionare il rovesciamento del Generale Perón nel 1955, di Frondizi nel 1962, di Illia nel 1966 e di Isabel Perón nel 1976; ma è stato proprio con quell'ultimo colpo di stato che si è consolidata la dipendenza e il dominio da parte del paese del nord è divenuto evidente".
"Io non mi sbaglio, così come l'imposizione dell'ordine militare fu un'esigenza degli USA, anche l’“ammorbidimento” dell'esercizio repressivo fu una decisione dei padroni del potere. È sufficiente leggere i documenti Santa Fe I, II e IV per capire quello che potremmo chiamare il "movimento a pendolo" della politica latinoamericana in cui dopo la comparsa di governi con "matici/tratti" di autonomia (caso Lula, Lugo, Kirchner, Morales, Correa), ritornano i governi direttamente subordinati ai "padroni del nord”. Penso per me che, oltre alle buone o cattive intenzioni dei denominati "governi populisti", essi non potranno sottrarsi al condizionamento che implica la loro dipendenza ad un sistema subordinato al capitale finanziario internazionale. I padroni del potere utilizzano a loro favore i meccanismi della "democrazia formale" e quando non serve più la rimuovono. Come diceva un ex presidente argentino “c'è democrazia di mezzi e democrazia di risultati". L’unica cosa che determina l'esistenza o meno di una democrazia sono i fatti."
(28 maggio 2020)

* Giudice di 1ra. Instancia de Circuito N° 23 della Provincia di Santa Fe, Argentina - Ex professore di Diritto Processuale Civile all'U.N.R (S.F - Argentina), - Ex direttore dell'Ateneo di Studi del Processo Civile di Rosario (S.F) - Direttore dei Congressi 1° e 2° Nazionale, 3° e 4° Internazionale, nella Lotta Contro la Mafia e la Corruzione organizzati da U.N.R. (S.F - Argentina).

Foto di Copertina: www.expansión.com

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