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Terzo Millennio

Corsa al riarmo: ecco i 10 paesi affetti dalla ''sindrome da acquisto compulsivo'' di armamenti

di Karim El Sadi
L’Italia al nono posto tra i paesi esportatori secondo il Sispri con il 2,5% delle esportazioni globali per 5,2 miliardi di euro
Nel 2018 la spesa militare mondiale è stata di 1.822 miliardi di euro, pari al 2,1% del Pil globale o a 215 euro per persona

Se c’è un mercato, oltre a quello della tecnologia, che non conosce la parola crisi, è senza dubbio quello bellico. Dall’escalation siriana alla guerra in Yemen passando per la crisi libica, quella della corsa al riarmo è una pratica che non avrà mai fine. Parlano i numeri. Secondo il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma), nel 2018 la spesa militare mondiale è stata di 1.822 miliardi di euro, pari al 2,1% del Pil globale o a 215 euro per ogni essere umano. Il valore è incrementato del 2,6% rispetto all’anno precedente e del 5,4% sul 2009. Se l’onere militare, ovvero le spese militari di ciascuna nazione in percentuale del suo Pil è però calato tra il 2017 e il 2018 in ogni zona del mondo, in Europa invece, dove gran parte degli Stati membri formano parte della Nato, i governi sono spinti ad aumentare gli investimenti militari per raggiungere entro il 2024 un onere militare pari al 2% dei rispettivi Pil. Cifre esorbitanti pari se non superiori a quelle registrate nei tesissimi anni della Guerra Fredda. I principali paesi affetti dalla “sindrome da acquisto compulsivo” di armamenti sono cinque. In ordine: Usa, Cina, Arabia Saudita, India e Francia. Solo questi hanno rappresentato lo scorso anno il 60% della spesa mondiale. Gli Stati Uniti in particolare l’anno scorso, per la prima volta dal 2012, hanno aumentato il budget del Pentagono portandolo a 584 miliardi di euro, il 36% dell’intero stanziamento militare mondiale e 2,6 volte la spesa del secondo Paese in classifica, la Cina che in armi ha investito 225 miliardi di euro, con un aumento del 5% sul 2017 e del 83% sul 2009. La spesa militare cinese, tuttavia come precisa il Sipri, “è pressoché stabilmente legata alla crescita economica del Paese, che nel 2018 ha registrato il livello più basso degli ultimi 28 anni”. Quindi da Pechino “per i prossimi anni ci si può attendere una crescita più lenta della spesa militare”. Ma il primato mondiale dell’onere militare nel 2018, rivela il Sispri l’ha vinto l’Arabia Saudita che in armi ha speso l’8,8% del Pil sborsando 61 miliardi di euro, nonostante un calo del 6,5% su base annua. Seguono l’India (60 miliardi) e la Francia (57,4 miliardi) sono stati il quarto e il quinto maggior investitore in armi. Per la prima volta dal 2006 invece scende dalla “top five” la Russia di Vladimir Putin che con 55,3 miliardi di euro le spese militari risultano calate del 22% rispetto al picco del 2016, il più alto dalla fine della Guerra Fredda. Altro record infine riguarda il volume mondiale anch’esso considerevolmente cresciuto del 7,8% su scala di 5 anni 2009-2013 e 2014-2019, ovvero traffici globali di armi pari ad almeno 95 miliardi di dollari. Tra questi i cinque maggiori Paesi esportatori, nel quinquennio 2014-18, sono stati gli Usa (con il 34% dell’export mondiale), seguiti da Russia (22%), Francia (6,7%), Germania (5,8%) e Cina (5,7%): insieme hanno realizzato il 75% dell’export globale.

I big dell’industria bellica mondiale
La classifica stilata da Sipri delle prime 100 società produttrici di armi e servizi militari al mondo pone al primo posto le aziende statunitensi che nella “top ten” hanno ben 5 società di cui tre di queste siedono stabilmente sul podio. La prima è (Lockheed Martin), seconda (Boeing) e terza (Raytheon). Delle altre cinque aziende tra le prime dieci, una è inglese (Bae Systems), una francese (Thales), un altro è un consorzio europeo (Airbus) mentre la decima è russa (Almaz-Antey). La Cina non risulta nella classifica in quanto i dati non vengono resi noti. In linea generale il Sipri registra un incremento del fatturato globale del 2,5% rispetto al 2016 a 358,2 miliardi di euro.

Italia spendacciona
In questa grande fiera mondiale della corsa al riarmo non c’è un paese che rimane a guardare, nemmeno l’Italia che negli anni si è ritagliata il suo spazio nella lunga fila di acquirenti. L’Italia infatti ad oggi continua a sfornare armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti. Armi che vengono poi utilizzate nella violenta offensiva contro i ribelli Houti dello Yemen che dal 2015, anno in cui è iniziata la guerra, è costata la vita a decine di migliaia di civili. Ma le monarchie del Golfo non sono le uniche clienti dell’Italia. Tra i principali acquirenti c’è anche la Turchia di recente coinvolta in un sanguinario conflitto contro i curdi nella Siria settentrionale. In Turchia l’Italia fa produrre armi su licenza come gli elicotteri T129 di Leonardo per 3 miliardi di euro o le vende gli aerei ATR 72-600 in versione da trasporto o antisommergibile piazzati da Leonardo alla Marina turca. Sempre in Turchia inoltre è presente dal 2000 Beretta che vi produce armi da fuoco leggere tramite la controllata Stoeger Silah Sanayi (ex Vursan) vendendole anche al ministero della Difesa di Ankara. Parlando in cifre la situazione sembra ancora più sconcertante. L’Italia infatti si è piazzata al nono posto con il 2,5% delle esportazioni globali per 5,2 miliardi di euro, mentre la produzione ha avuto un valore pari all’1% del Pil nazionale. E tra le 100 società produttrici di armamenti al nono posto si colloca l’italiana Leonardo (ex Finmeccanica), che nonostante l’aumento del fatturato ha perso una posizione rispetto al 2016. Insieme a lei l’unica altra azienda italiana tra le 100 multinazionali degli armamenti è Fincantieri, che nel 2017 è scesa dalla 55esima alla 58esima posizione. Con buona pace dell’articolo 11 della Costituzione che recita nero su bianco: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

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