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Terzo Millennio

Guerra psicologica o tamburi di guerra? Personale Usa lascia l’Iraq

di Gaetano Colonna
La tensione continua a crescere in Medio Oriente, tra l’Iran e gli Stati Uniti. Dopo la singolare vicenda dell’attacco terroristico al porto di Fujairah (prima smentito poi confermato senza credibili dettagli), un segnale di aggravamento si è aggiunto a quanto abbiamo scritto ieri: mercoledì 15 maggio il Dipartimento di Stato Usa ha infatti ordinato la partenza dall’Iraq di tutto il personale governativo americano "non di emergenza", esortando gli interessati "a partire con voli ordinari il prima possibile".

I funzionari Usa invitati a lasciare l’Iraq
La dichiarazione è arrivata dopo che l’US Central Command (CENTCOM), responsabile per il Medio Oriente allargato, ha alzato il livello di allerta in Iraq e Siria martedì, emettendo una dichiarazione in cui si afferma che le truppe Usa in Iraq e Siria sono in allerta contro un possibile attacco «imminente» da parte dell’Iran e dei suoi sostenitori.
"L’US Centocom, in coordinamento con l’Operation Inherent Resolve, le forze militari alleate operanti contro l’Isis in Sira e Iraq, ha aumentato il livello di allarme per tutti gli uomini in servizio per OIR in Iraq e in Siria", si legge nella dichiarazione. "Di conseguenza, l’OIR è ora in un elevato livello di allerta, mentre continuiamo a monitorare da vicino le minacce, credibili e probabilmente imminenti, alle forze statunitensi in Iraq".
Un davvero inusuale battibecco si è anche svolto ai massimi livelli militari del contingente alleato. "Non c’è alcuna crescente minaccia da parte delle forze sostenute dall’Iran in Iraq e Siria", ha infatti dichiarato il generale dell’esercito britannico Christopher Ghika, vice comandante della Inherent Resolve, durante un video-briefing dall’Iraq. Il Centcom, in una sua dichiarazione, ha ribattuto prontamente che i commenti di Ghika "contrastano con credibili e identificate minacce" da parte delle forze sostenute dall’Iran nella regione.

L’Iran minimizza i rischi di un conflitto
La tensione tra l’Iran e gli Stati Uniti è salita alle stelle la settimana scorsa, dopo i rapporti dell’intelligence Usa, secondo cui Teheran e le forze da essa ispirate potrebbero prepararsi ad attaccare le truppe americane o i loro alleati in Medio Oriente.
Da parte iraniana, si minimizza la portata strategica dei recenti movimenti militari americani. Martedì l’ayatollah iraniano Seyed Ali Khamenei ha affermato che qualsiasi scontro tra Stati Uniti e Iran non si verificherà a livello militare e che "non ci sarà nessuna guerra".
"La scelta strategica della nazione iraniana è la resistenza contro gli Stati Uniti, e in questo confronto gli Stati Uniti saranno costretti a ritirarsi", ha detto Khamenei secondo l’agenzia di stampa Tasnim iraniana. Khamenei ha aggiunto che Washington privilegia gli interessi di Israele rispetto ad ogni altro, in quanto "il controllo di molti affari è nelle mani di società sioniste".
Il neo-nominato capo della Guardia rivoluzionaria iraniana gen. Hossein Salami, secondo l’agenzia ISNA, ha riferito al parlmaento iraniano che Washington è impegnata in una guerra psicologica e che gli avvicendamenti di truppe statunitensi nella regione sono del tutto normali.
Sia Israele che gli Stati Uniti hanno dichiarato che l’Iran e le milizie locali da esso controllate rappresentano la maggiore minaccia alla pace nella regione, per cui sperano di indebolire la crescente influenza dell’Iran in tutto il Medio Oriente e nel Golfo Persico.

La posizione di Israele
Israele ha più volte affermato che non consentirà una presenza iraniana in Siria e ha ammesso di avere effettuato negli ultimi anni centinaia di attacchi aerei per impedire il trasferimento di munizioni a missili terra-aria ad Hezbollah in Libano lungo frontiera del Golan.
Nessun attacco da parte israeliana è stato invece effettuato in Iraq, benché sia ben noto che le truppe irachene filoccidentali hanno operato fianco a fianco con i miliziani della Hashd al-Shaabi nella lotta contro i militanti dell’Isis nel paese. Queste milizie, insieme alle forze irachene e curde, nel 2016 sono state addirittura incorporate nell’apparato di sicurezza iracheno per combattere le forze dello Stato Islamico, nonostante si ritenga che essa siano direttamente finanziate e equipaggiate dall’Iran.
Nel settembre 2018, l’agenzia di stampa Reuters ha riferito che l’Iran aveva trasferito missili balistici ai gruppi di ispirazione sciita in Iraq nel corso di diversi mesi e che sta sviluppando ulteriormente la capacità di produrne. I missili che sarebbero stati trasferiti includerebbero i tipi Fateh-110, Zolfaqar e Zelzal, che hanno una portata fra i 200 ed i 700 km, il che consentirebbe loro di minacciare sia l’Arabia Saudita che Israele.
Come si vede, la situazione mediorientale, sedici anni dopo la guerra in Iraq, sembra essersi progressivamente aggravata, senza che alcuno degli obiettivi in nome dei quali Saddam Hussein venne attaccato, sconfitto e giustiziato, siano stati raggiunti: né pace, né processi di democratizzazione, né consolidamento delle strutture statali locali.
Israele opera da allora in un contesto di polverizzazione delle entità politiche arabo-islamiche che gli ha consentito di cancellare il processo di pace in Palestina, di ottenere il riconoscimento di Gerusalemme come sua capitale eterna, di ampliare gli insediamenti dei coloni ebraici nei territori occupati, di violare ogni possibile norma del diritto internazionale nella sua condotta nella striscia di Gaza: tutto ciò grazie al consolidato condizionamento che Israele esercita da almeno quattro decenni sulla politica nordamericana. Che questi brillanti successi israeliani portino alla pace in Medio Oriente è tuttavia ancora tutto da dimostrare.

Tratto da: clarissa.it

Foto © Imagoeconomica

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