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Terzo Millennio

Ricardo Arjona e i giudici del caso ''La Manada''

di Inés Lépori
In Spagna i giudici che hanno deliberato sul caso di violenza sessuale ai danni di una giovane da parte di cinque membri del gruppo denominato “La Manada” (il branco), tra i quali c’era un militare ed un agente di polizia, hanno ritenuto che non vi è stata violenza sessuale perché la vittima non si è difesa. La mancanza di difesa ha fatto intendere ai membri del tribunale che non vi è stata intimidazione né violenza. Sono stati condannati soltanto per abuso e uno dei giudici li ha assolti dall’accusa più grave, quella di stupro.
Durante il processo è stato dimostrato che gli imputati forzarono una giovane e la trascinarono nell’androne di un palazzo. Le chiusero la bocca per impedirle di gridare, la circondarono, la denudarono, e la obbligarono al sesso orale con tutti e cinque. Dopo ebbero rapporti senza alcuna contraccezione, forti della loro superiorità fisica e numerica. Filmarono sette video dell’abuso che distribuirono tra gli amici del gruppo. La paura impedì alla giovane una qualsiasi resistenza.
Secondo i rapporti della polizia e quelli psicologici la ragazza - quasi una bambina - di 18 anni, fu ritrovata in lacrime, accovacciata per terra e sconsolata la notte di San Fermín, una di quelle notti buie dove tutto può accadere e niente è strano. Chiamarono la polizia. Nessuno dubitò della sua versione. Due giorni dopo non riusciva ancora ad esprimersi a causa del pianto. Ancora oggi, due anni dopo, è sotto cura. Raccontano che quella mattina si afferrò al braccio di un agente della polizia e gli disse: non mi lasciare sola per favore.
Nella sentenza i giudici accettarono la versione della vittima perché il suo racconto era coerente sin dall’inizio. Lo considerarono credibile e confermato dalla prove del caso. Ma non si era difesa, quindi non c’era stata violenza e, di conseguenza, niente stupro. Il giudice che ha assolto tutti gli imputati, da parte sua, affermò che nei video filmati dagli accusati “si osservano soltanto cinque uomini e una donna praticare atti sessuali in un clima di baldoria e divertimento”.
Da queste latitudini, quasi contemporaneamente e sulla stessa linea di pensiero, il cantautore, ora diventato anche opinionista e guida morale Ricardo Arjona, ha affermato: se mia figlia non reagisce ad un abuso sessuale si rende complice. Negli anni Arjona si è impegnato ad essere un cattivo poeta, ancora peggiore come cantante, impoverendo lo spirito dei suoi fans, che forse un giorno riusciranno a spiegare cosa hanno visto in lui per sostenere la sua carriera. Come padre e come persona, meglio non parlare.
Le parole di Arjona sono state duramente criticate in tutta l’America Latina. La sentenza de La Manada, a sua volta, è stata criticata e ripudiata da movimenti femministi, gruppi sociali, partiti politici, ordini di psicologi e persino dall’ONU. Ha provocato una tormenta politica e sociale in Spagna, la gente è scesa in strada, ha modificato l’agenda di governo e dei partiti dell’opposizione, e la discussione al Parlamento Europeo.
Nei primi giorni di maggio le manifestazioni popolari continuano a percorrere le strade di Madrid, uniti sotto l’insegna “Stop alla cultura della violenza sessuale”. In una delle foto una giovane donna sostiene un cartellone che recita: “È urgente risvegliare le coscienze”. Forse è proprio questo il punto centrale: risvegliare coscienze. È chiaro che la coscienza di chi agisce come “manada” non esiste, è inutile cercarla e impossibile risvegliarla. Ma quella di molti altri uomini - e anche donne - è addormentata e finchè non si risveglia non ci sono speranze per nessuno.
La descrizione dei fatti di questo caso è un racconto dell’orrore che non risparmia dettagli di una crudeltà cosciente, accompagnata dal totale disprezzo verso la vittima. Un accanimento ed un esercizio brutale del potere. Se a questo aggiungiamo la premeditazione dell’atto criminale e la ricerca dell’annullamento dell’indefesso attraverso la sofferenza fisica e morale, al delitto di violazione ripetuta di gruppo si dovrebbe aggiungere quello di torture, molto vicino all’ambito militare e poliziesco di due degli accusati.
Ma se un branco di personaggi disumani è capace di commettere una tale azione e poi condividerla con i loro amici è perché, da un lato, credono di averne diritto e, dall’altra parte, sanno che nella nostra società ci sono giudici capaci di assolverli. Vale a dire, il problema non è solo “La Manada”, ma è radicato nel maschilismo ancestrale che si erge come colonna vertebrale della morale, oggi più vigente che mai e che estende le proprie radici inquinanti in tutta la società.
Dire che una vittima non si è difesa è come dire che in fondo lo desiderava, e questa premessa dalla quale scaturisce la sentenza costituisce la più grande violenza contro una donna indifesa e contro tutte le altre. È la violenza originale, quella che dà origine a tutte le altre violenze che giornalmente si commettono contro di loro.
“Mongolia”, la rivista satirica spagnola, ha pubblicato qualche giorno fa una copertina che raffigura una donna che rappresenta la giustizia duramente colpita, coperta di bende e lividi, con una bilancia in mano e i suoi indumenti coperti di sangue. Non ci sono parole che accompagnano l’immagine. Non servono.
Forse la giustizia è così ferita che nemmeno servono parole per spiegare le sue sentenze.
E forse Ricardo Arjona ed i giudici del caso “La Manada”, quando compariranno di fronte all’ultimo e supremo tribunale, avranno un destino simile.

Foto di copertina: www.peru21.com

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