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Terzo Millennio

Iran, vietato semplificare

iran manif megachipdi Simone Santini
Anche in Iran si muovono entità che possono sfruttare i moti popolari per pilotarli verso gli obiettivi messi in agenda da potenze straniere. Occorre uscire dalla solita bolla mediatica
In coda a questa riflessione potrete leggere un ottimo pezzo - tratto da linkiesta.it - del giornalista Fulvio Scaglione sulle cause endogene delle attuali tensioni in Iran. Pur ritenendo quanto scritto da Scaglione (come sempre molto preparato ed informato) perfettamente aderente alla realtà iraniana, la sua esposizione merita a nostro avviso alcune precisazioni sotto un particolare punto di vista, ossia l’importanza relativamente scarsa che attribuisce agli elementi esogeni che influiscono sulla crisi iraniana (che pure egli stesso ammette come realistici). Colpisce dalle notizie che arrivano dall'Iran un aspetto particolare, che fa suonare un campanello d'allarme a un osservatore attento. I primi morti durante i torbidi degli ultimi giorni sarebbero stati causati da non meglio identificati soggetti che hanno sparato sui manifestanti. Immediatamente sul web e sulle agenzie si sono rincorse voci contrapposte: da un lato si parlava dei famigerati basiji (milizie civili emanazione diretta del potere teocratico) dall'altro di “agenti stranieri” così come identificati dalle autorità. L'infiltrazione di provocatori che sparano sulla folla al fine di far ricadere sulle autorità la responsabilità dei morti così da radicalizzare e fomentare ulteriormente le proteste è un modus operandi ben oliato che abbiamo visto ripetersi in tutte le situazioni analoghe degli ultimi anni. Dal colpo di stato di Kiev ai ripetuti scontri a Caracas dagli anni duemila fino ai più recenti, senza dover risalire alla crisi dei paesi baltici del 1990. Sotto questo aspetto fu da manuale quanto avvenuto in Siria fin dall'apparire delle manifestazioni del 2011. Da subito, accanto ai manifestanti pacifici che chiedevano riforme, si sono mossi in maniera particolarmente coordinata piccoli gruppi di guerriglieri che da un lato sparavano sui manifestanti e dall'altro compivano attentanti uccidendo in imboscate poliziotti o soldati. Ben presto, mentre le manifestazioni “autentiche” andavano a scemare, i gruppi più radicali prendevano la guida di quella che assumeva i contorni di una autentica rivolta armata. A Damasco la faglia che andava a rompersi nella società siriana era quella del jihadismo islamico che aveva vissuto sotto traccia negli ultimi decenni (dopo essere stato annientato senza pietà da Afez Assad negli anni '80) e che a ridosso del 2011 aveva ripreso respiro sfruttando gli errori del governo che aveva consentito il passaggio in Siria dei guerriglieri jihadisti, soprattutto libici, verso l'Iraq e la possibilità di insediarsi nelle città di confine (tra cui Derha) da cui poi prese avvio la rivolta. Oggi, in Iran, le faglie che possono rompersi per destabilizzare la Repubblica islamica sono molteplici, di carattere etnico-religioso e politico, oltre che sociale come illustrato da Scaglione. Nel Kurdistan iraniano, nel Belucistan, tra gli arabi del Khuzestan, nel revanscismo azero, nelle attività mai scomparse del MKO (Mujahedin del Popolo) considerato in Iran, non senza ragioni, una organizzazione terroristica manovrata dall'estero, si muovono entità che possono sfruttare i moti popolari per pilotarli verso gli obiettivi messi in agenda da potenze straniere come Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita. Se i focolai non vengono spenti al più presto, l'incendio che può divampare rischia di diventare incontrollabile. Per noi europei è fondamentale capire gli eventi senza farci incasellare ancora una volta nella bolla mediatica occidentale, che ci fuorvia sempre con la sua spasmodica ricerca di immagini simbolo e di schemini iper-semplificati come quello “libertà/dittatura”, da condire con qualche giovane personaggio che riassuma ciò che non si può riassumere. Manco a dirlo, anche l’immagine della ragazza che rifiutava il velo non c’entrava nulla con le manifestazioni in corso a Teheran e in altre città. Perciò, pur con le avvertenze di cui sopra, l’articolo di Scaglione è un buon invito a cogliere la complessità delle vicende iraniane.

Buona lettura!

S. Santini

L’Iran brucia, ma il velo non c’entra nulla (e nemmeno l'Occidente)

di Fulvio Scaglione. da linkiesta.it
I veri motivi della protesta in Iran non hanno nulla a che vedere con la libertà di espressione all’occidentale. Né con i complotti internazionali. C’entra invece il fatto che la Persia è giovane, in crescita (e con molte donne nei posti dirigenziali). E vorrebbe crescere di più e meglio
Rieccoci. Scoppiano i disordini in Iran e le nostre reazioni sono tipiche. Da un lato il complotto: le proteste come opera del nemico, in questo caso Usa e Israele (e perché non anche Arabia Saudita?), pronti a fomentare e provocare. Dall’altro la soddisfazione, come se i giovani iraniani scendessero in piazza per fare un piacere a noi, per avere più McDonald’s o votare Donald Trump. O come se il problema fosse il velo delle donne, altra fissazione di una società occidentale infatti pronta a idolatrare Macron e signora e convinta che permettere a chiunque di sposare chiunque sia più importante che trovare un lavoro ai giovani. L’una e l’altra reazione sono solo proiezioni dei nostri desideri. Una triangolazione maliziosa tra Washington, Riad e Gerusalemme, con relative tresche, non è da escludere: i recenti successi politico-militari dell’Iran, Siria in testa, danno molto fastidio e si è visto con quale intensità Trump, Mohammad bin Salman e Netanyahu cerchino di saldare i loro rapporti. Ma gli iraniani, anche quelli che ora scendono in piazza, hanno un forte spirito di patria, come si è visto quando lo sviluppo del nucleare (civile e forse anche militare) gli attirava sul capo le sanzioni del mondo e nessuno protestava o criticava il Governo per quella scelta e quelle difficoltà. Qualche provocatore ci sarà, ma pensare che tanti altri vadano a farsi ammazzare (siamo già a 12 morti in tre giorni) perché glielo dice qualcuno da fuori è ingenuità pura.

Peggio ancora è credere che i cittadini di uno dei pochissimi Stati-nazione del Medio Oriente, insieme solo con Turchia ed Egitto, erede di una storia millenaria, siano pronti a buttare tutto per la smania di fare come noi, di essere noi. Al contrario: gli iraniani protestano perché hanno problemi che sono loro, particolari, ma nello stesso tempo rimandano alle linee di faglia che scuotono l’intera regione. Non è certo un caso se furono proprio gli iraniani, nel 2009, protestando in un Paese non arabo contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad, a innescare quel terremoto che nel 2011 avrebbe scosso il mondo arabo con il nome di Primavera.
L’Iran è prima di tutto un Paese di giovani, proprio come il Medio Oriente è una regione di giovani. In Iran (82 milioni di abitanti) l’età media è di 30 anni e il 40% della popolazione ha meno di 25 anni. In Medio Oriente oltre il 30% dei circa 430 milioni di abitanti ha meno di 30 anni. Nell’uno come nell’altro caso si tratta di giovani educati e preparati. Il tasso di iscrizione all’Università, in Iran, nel 2015 è arrivato al 70% (solo nel 1999 era al 20%), più che in Italia, Giappone e Regno Unito e pari a due volte la media mondiale. Velo o non velo, quasi il 70% degli studenti universitari sono ragazze. Uno squilibrio che il presidente Ahmadinejad provò a correggere riducendo il numero dei corsi accessibili alle ragazze, con un provvedimento discriminatorio che il suo successore, Hassan Rohani, ha infatti pian piano smantellato nelle 60 Università pubbliche (nel 1977 erano 16). Moltissimi di questi studenti, inoltre, integrano o completano gli studi con corsi all’estero. Nell’anno accademico 2015-2016, per fare un esempio, l’Iran è stato l’11° Paese al mondo per numero di studenti mandati negli Usa: 12.269, affiancati da 1.891 visiting professor e ricercatori. È questa la ragione per cui i giovani iraniani sono stati e sono i pesci pilota delle crisi dell’intera regione. Proprio come i loro coetanei in Tunisia, Egitto, Siria eccetera, questi ragazzi escono dall’Università per infilarsi in un collo di bottiglia che si chiama caccia al posto. La disoccupazione giovanile, in Iran, è doppia rispetto a quella generale (26 e 13%). Una frustrazione bruciante, cui si aggiungono altre frizioni. In Iran non c’è una democrazia di stile britannico ma il dibattito politico è vivace, a tratti anche aspro. Questi ragazzi, oltre a essere concentrati in alcuni grandi agglomerati urbani (il 20% della popolazione vive in sei grandi città), conoscono il mondo, frequentano i social network, sanno quel che succede altrove. Chiunque abbia potuto osservare i tetti di Teheran dall’alto, li avrà visti coperti di parabole satellitari, in teoria vietate. A loro riesce sempre più difficile accettare che il Paese sia guidato da una classe di religiosi che hanno in ogni caso la preminenza sul potere politico. Con il corto circuito che inevitabilmente ne deriva. Due Presidenti davvero riformatori sono stati finora eletti: Mohammmad Khatami (due mandati, dal 1997 al 2005) e Hassan Rohani (due mandati, il secondo scadrà nel 2020). Ma i conservatori hanno poi impedito loro di far passare le riforme davvero decisive, quelle che toglierebbero ai religiosi il controllo che esercitano, attraverso il reticolo delle fondazioni chiamate bonyad (120, esenti da tasse), sul 20% del Prodotto nazionale lordo.

L’ultimo caso, tipicissimo, è quello della crisi bancaria, innescata dalla miriade di istituti privati che operano con metodi più che discutibili e dai debiti che le aziende di Stato (cresciuti del 33,1% nell’ultimo anno fiscale) tardano a regolare, mettendo così sotto pressione gli istituti. Da tre anni il presidente Rohani cerca di far approvare una legge che aumenta i poteri della Banca Centrale e le sue funzioni di controllo, e da tre anni la legge è bloccata in Parlamento. Così il sistema scivola verso la bancarotta, mentre banchieri privati e circoli religiosi (come si diceva assai presenti nell’economia centralizzata) pensano solo a proteggere i loro interessi. Senza lavoro, senza speranze di trovarlo in fretta in un Paese in cui, come disse il presidente Ahmadinejad, 300 persone controllano il 60% della ricchezza nazionale, costretti a rispettare la shari’a. In quale nazione così tanti giovani porterebbero sempre pazienza? Se poi l’economia va male, come succede all’Iran deluso dal modesto effetto che la remissione delle sanzioni ha generato, è chiaro che il tappo prima o poi salta. E rischia di saltare anche la proverbiale coesione nazionale, perché i giovani di città, fan dello studio e dell’economia di mercato, scendono in piazza e si trovano contro i giovani poveri delle periferie e delle campagne, quelli che dal sistema delle bonyad e delle 30 organizzazioni statali di welfare traggono i maggiori benefici e sono ovviamente a favore dello status quo..
Tutto questo, come si vede, non ha nulla a che vedere con l’Occidente delle culle vuote, dove l’attenzione politica è concentrata sui bisogni dei pensionati-elettori. L’Iran prima o poi dovrà scegliere una strada, perché tenere insieme università e stalle, informatici e agricoltori, cittadini e campagnoli diventerà sempre più difficile e costoso. Ma è roba loro e la cosa più saggia sarebbe lasciarli risolvere il problema, come potranno e quando sapranno. Minacciarli non li farà andare “avanti” ma semmai tornare “indietro”.

Tratto da: megachip.globalist.it

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