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Terzo Millennio

Sette miliardi per la missione dell'Italia in Afghanistan, il generale Mini: ''Stiamo lì solo per fare gli interessi Usa''

cartina afghanistan isafL'inchiesta
di Paolo Salvatore Orrù - Video
Alla Nato questa guerra quasi dimenticata è costata sinora 900 miliardi di dollari, di questi 7,5 li ha spesi il nostro Paese. “Il nostro è un governo di pecoroni: segue senza senso critico gli svarioni di Barack Obama e Donald Trump

Stare in Afghanistan ci costa un mare di soldi, e stiamo lì solo per fare gli interessi degli Stati Uniti”, ha spiegato a tiscali.it il generale Fabio Mini commentando il rapporto pubblicato da milex.org sulle spese sostenute dal nostro Paese in quel teatro di guerra. L’amara annotazione dell’ex comandante della missione KFOR in Kosovo dal 2002 al 2003 è resa ancora più drammatica da quanto ha rivelato l’agenzia di stampa Pajhwok: in Afghanistan 5.887 persone sono state uccise e 4.410 hanno riportato ferite in 777 attacchi realizzati negli ultimi 5 mesi del 2016. Dietro questa statistica si nasconde un fiume di interessi.
Spiegano gli analisti di milex.org: alla Nato questa guerra quasi dimenticata è costata sinora 900 miliardi di dollari, di questi 7,5 li ha spesi il nostro Paese. Tutto questo perché Gli Usa (prima Obama poi Trump) hanno voluto “continuare a mantenere una bandierina in un corridoio centro asiatico, dove peraltro Cina e Russia stanno tentando di scalzarli investendo trilioni di dollari”, ha commentato ancora Mini. Calcolare in modo “preciso ed esaustivo” il prezzo di una campagna militare all’estero non è semplice, perché ai costi ufficiali “diretti” si devono aggiungere gli “indiretti” che in genere sono ben “mimetizzati” nei documenti pubblici (quindi difficili da quantificare). Dietro queste spese, che gli economisti chiamano “sistemiche”, si celano “acquisizione ad hoc di nuovi mezzi da combattimento e nuovi armamenti, aggiornamento di sistemi d’arma in relazioni alle esigenze emerse nel corso dell’impiego in teatro operativo, ripristino scorte munizioni, addestramento del personale e costi sanitari delle cure per i reduci feriti e mutilati”, ha scritto Milex.
A queste poste di bilancio si devono sommare le spese che Difesa e altre amministrazioni, devono sostenere per esigenze direttamente connesse alle operazioni in corso, ma che non figurano come tali e che quindi non possono essere computate. Ad esempio, il costo ufficiale della guerra in Afghanistan sostenuto dagli Usa dal 2001 a oggi è di 827 miliardi di dollari (circa 45 miliardi l’anno) ma se si sommano questi costi aggiuntivi - accuratamente stimati da analisti delle università di Harvard 10 e Brown - la cifra raddoppia. Se il ragionamento ha una valenza strutturale, quel “raddoppia” dovrebbe valere anche per l’Italia.



Per dimostrarlo, Milex ha analizzato e approfondito non solo i bilanci della Difesa ma tutte le voci di spesa afferenti ad altri ministeri - come il Ministero degli Esteri per le missioni e il Ministero dello Sviluppo economico per i programmi di acquisto armamenti - e il conteggio finale che emerge supera i 23 miliardi di euro all’anno. Quindi si deve parlare di una cifra sicuramente più elevata di quella ufficiale che emerge dai bilanci della Difesa, in costante aumento, anche lieve negli ultimi anni, "siamo sempre sull’1.5, l’1.4 del Pil", hanno spiegato in una intervista rilasciata il 17 febbraio scorso a Radio Vaticana Enrico Piovesana, giornalista ed esperto di difesa, e Francesco Vignarca, Coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo.
All’inizio di ogni mandato di governo, il solito mantra: “Le truppe torneranno a casa”. Invece, ha spiegato ancora Milex, i soldati italiani sono dovuti tornare in prima linea, in particolare nella settentrionale di Badghis, dove i talebani hanno riconquistato due distretti (Jowland e Ghormach) e stanno per prenderne un altro (Bala Murghab). Combattono e hanno il controllo quasi totale del territorio provinciale, “salvo l’area del capoluogo Qala-i-Naw”. Nella provincia di Herat, i talebani avanzano - ha spiegato Milex - nei distretti confinanti con il Turkmenistan (Gulran, Kushk e Kushk-i-Kuhnah) e soprattutto al confine con Farah (Shindand), ma anche più a est (Farsi e Chist-i-Sharif) e a poche decine di chilometri dal capoluogo (Pashtun Zarghun). Infine nella provincia montuosa orientale di Ghor, i talebani sono predominanti in tre distretti (Taywarah, Pasaband e Lalwa Sar Jangal) ma sono all’attacco anche in altri tre.
Dall’inizio del 2017, contingenti di soldati italiani denominati "Expeditionary Advisory Package’ sono dunque tornati al fronte per supportare in loco (non più da remoto come avvenuto negli ultimi anni) le contro-offensive dell’Esercito afgano. A queste attività prendono parte - si legge su esercito.difesa.it - anche forze speciali (i Rangers del 4° Alpini a supporto dei ‘Commandos’ afgani) ed elicotteri da attacco (gli A-129 Mangusta dell’Esercito a protezione del personale italiano). Le operazioni coadiuvate dagli italiani hanno rafforzato le posizioni governative in alcuni distretti, al costo di centinaia di guerriglieri talebani uccisi (decine di morti solo nel corso dell’operazione Zafar 44 a Balaboluk svoltasi nel mese di settembre).
Lo scorso maggio, il presidente afgano Ashraf Ghani ha detto a Reuters che “solo tra quattro anni le nostre forze di sicurezza saranno in grado di prendere il controllo del potere nel paese”, se ne deduce che il tricolore campeggerà in quelle terre lontane sino al 2022. Ai costi corrisponde una “qualità” di risultati? I talebani dopo sedici anni di aspri combattimenti stanno ancora controllando metà Afghanistan: un risultato deludente. Se n'é accorto persino Trump, che per questo ha deciso di far riprendere i raid aerei e rispolverare le truppe d’élite al fronte. Ghani ha tirato un sospiro di sollievo: “Gli afghani vedono gli Usa come una mucca da mungere (lo ha fatto Karzai, lo sta facendo Ghani)”, ha commentato Mini. 
In conclusione, poco è cambiato da quel giorno di 16 anni fa, quando i marines (questa è la sostanza) hanno sostituito gli specnaz russi. Che le cose stanno così, lo dimostra anche un altro fatto: “La coltivazione dell’oppio è aumentata del 30% rispetto al 2016”, spiega ancora il generale italiano. Siamo quindi in una situazione di sbando: i politici afghani vogliono “succhiare” più che possono (“per loro, mica per la popolazione”), ma allo stesso tempo, ora lo sta facendo anche Karzai dall’opposizione, sostengono che “gli Usa non vogliono andarsene”. E l’Italia che fa generale? “Il nostro è un governo di pecoroni: segue senza senso critico gli svarioni di Obama e Trump”.

Tratto danotizie.tiscali.it

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