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Terzo Millennio

Luciano Rivera e il prezzo per onorare la vita

riviera luciano c diariotijuana di Jean Georges Almendras
Ucciso il giornalista messicano: aveva difeso alcune donne in un bar della Bassa California
Luciano Rivera, professione giornalista, è stato ucciso a colpi di pistola all'alba del 31 luglio. Il suo assassino ha premuto il grilletto della pistola automatica quando il reporter lo ha affrontato perché stava disturbando, insieme ad altri uomini, alcune donne che si trovavano nel bar "La Antigua", nel Comune Playas de Rosario, Bassa California, terra messicana di confine con gli Stati Uniti. 
Due proiettili lo hanno colpito al volto e il giornalista è caduto, agonizzante, di fronte a numerosi testimoni che si sono dileguati rapidamente, ma una telecamera a circuito chiuso nelle vicinanze ha ripreso nitidamente la loro fuga codarda e il soggetto che non ha dubitato di aprire fuoco e stroncare il coraggioso gesto del giornalista. 
Luciano Rivera era intervenuto a difesa delle donne, forte di quei valori di giustizia ed etica di uomo integro, dedito ad una professione che gli aveva permesso di conoscere molto bene l’arbitrarietà dei violenti della sua terra natale, e che non hanno alcun rispetto per la vita umana. 
Luciano Rivera è il nono giornalista assassinato nel 2017. La sua morte ha causato commozione ed è stata condannata dalla stampa del Messico. Rivera lavorava come reporter per il Canale di Notizie Rosario, e si occupava di diversi temi. 
Le autorità della polizia che hanno avviato le indagini hanno riferito ufficialmente che, dopo l’omicidio, tre persone erano state fermate, sospettate di avere partecipato al fatto di sangue, e hanno anche sequestrato un ‘rma che si presume sia stata utilizzata per mettere fine alla vita del giornalista. 
Fin qui la versione dei fatti. Ma non dobbiamo limitarci a questo, perché l'episodio ha, come sfondo, un messaggio ben preciso, che ci dice chiaramente che al crimine organizzato piace rispondere con violenza estrema a chi osa affrontarlo, non importa dove né in quali circostanze. Può essere in un bar, durante una rissa o una copertura giornalistica, dove la denuncia è l'obiettivo. 
La questione è che ancora una volta la violenza criminale ha rubato uno dei nostri alla famiglia del giornalismo. E questo è avvenuto in Messico, dove esercitare la professione di giornalista significa essere esposto 24 ore del giorno, perché il crimine mal sopporta gli uomini della stampa. Perché il mondo del crimine si sente impunito, sa di essere protetto.
Il messaggio dell'attacco a Luciano Rivera è stato chiaro. Ci sono assassini liberi che non permettono a nessuno di affrontarli. E all'alba di lunedì 31 luglio 2017, Luciano Rivera li ha affrontati perché molestavano ingiustamente delle donne. Senza la minima esitazione lo hanno abbattuto, messo da parte. 
Luciano Rivera ha reagito di fronte ad un'ingiustizia, intollerabile per i suoi valori e la sua dimensione umana. 
L’attentato alla sua vita è un attentato contro tutti i giornalisti del Messico, che ancora una volta sentono l’impotenza di fronte alla violenza criminale che regna nella loro terra, come una maledizione lacerante e corrosiva per la vita degli uomini liberi e giusti. 
Esercitare il proprio diritto di essere libero ha spinto Luciano Rivera ad intervenire per una causa giusta, in un bar a notte inoltrata. E ciò, in alcuni posti di questo pianeta, significa andare a braccetto con la morte. Significa affrontare uomini spietati che ignorano la vita e la giustizia, attentata, come in questo caso, in un bar della Bassa California o nei più alti posti del potere. 
Luciano Rivera non stava lavorando come reporter, ma si era trovato a difendere donne che venivano oltraggiate, fedele al suo impegno verso la vita e la giustizia. Motivo sufficiente per farlo tacere con il piombo. 
Con il suo gesto Luciano Rivera stava onorando la vita (pur pagando con la sua, come un martire), ed è stato un esempio. Che lo sappiano i suoi assassini. E anche quelli che non lo hanno ammazzato materialmente.

Foto © diariotijuana.it


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