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Terzo Millennio

L’economia di guerra Usa e le sue pericolose implicazioni

missile navedi Giacomo Gabellini
Cresce l'influenza dell'industria bellica americana sugli equilibri mondiali. Vi è indistricabilmente legata la crescita economica.

Nel settembre 2016, il governo Usa guidato da Barack Obama e l’esecutivo israeliano hanno siglato un memorandum d’intesa in base al quale il governo di Washington si è impegnato a fornire qualcosa come 38 miliardi di dollari di finanziamenti a Tel Aviv entro la finestra temporale che va dal 2019 al 2029, vincolati all’acquisto di armamenti fabbricati dal complesso militar-industriale statunitense. Si tratta del più imponente pacchetto di aiuti militari mai concesso dagli Usa ad un altro Paese, da considerare come il prezzo pagato da Washington per l’accordo sul nucleare iraniano.

Lo ha ricordato il segretario alla Difesa Ashton Carter in occasione della visita in Israele del dicembre 2016, durante la quale è stata celebrata la consegna all’aeronautica militare dello Stato ebraico dei primi due caccia F-35.

Sebbene, come denunciato dai portavoce dell’industria bellica israeliana, una parte sostanziosa di quei 38 miliardi di dollari che assicurano allo Stato ebraico di mantenere la supremazia militare nel quadrante mediorientale andrà a foraggiare la concorrenza statunitense a scapito dei produttori interni, d’altro canto è pur sempre vero che l’accordo consentirà a Israele di affilare le armi in vista di un nuovo conflitto contro Hezbollah (dato per scontato da più di un addetto ai lavori) e liberare risorse da impiegare in altri settori, come ad esempio la moltiplicazione degli insediamenti nei territori occupati e il potenziamento delle infrastrutture che proteggono i coloni.

Ma Israele non è stato l’unico grande acquirente di armi ‘made in Usa’; sotto l’amministrazione Obama, gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire all’Arabia Saudita strumenti militari – tra cui missili, elicotteri e navi da guerra di piccolo tonnellaggio – per un controvalore di 115 miliardi di dollari. I fucili mitragliatori, le munizioni, i missili, gli elicotteri, le navi da guerra di piccolo tonnellaggio, ecc. consegnati in base ai 42 accordi bilaterali sottoscritti durante gli otto anni di mandato di Obama sono serviti a Riad da un lato a rifornire di armi una parte assai considerevole di gruppi jihadisti operanti in Siria e Libia, e dall’altro a condurre la disastrosa campagna militare in Yemen, dove gli attacchi sauditi hanno provocato effetti pesantissimi sulla popolazione civile.

Nonostante ciò, una delle prime mosse compiute da Donald Trump da presidente è stata quella di firmare un nuovo accordo ai sensi del quale gli Usa consegneranno a Riad forniture d’armi per 350 miliardi di dollari nel corso dei prossimi dieci anni. Armi che potrebbero andare a potenziare ulteriormente la forza d’urto delle bande islamiste impegnate a destabilizzare i governi mediorientali sgraditi alla famiglia reale saudita o, nel caso peggiore, ad alimentare un conflitto con l’Iran, storico nemico giurato di Riad.

Intese come quelle raggiunte tra gli Stati Uniti, Israele e l’Arabia Saudita risultano particolarmente eloquenti circa la fortissima capacità d’incidere sull’andamento della politica internazionale e della definizione degli stessi equilibri nazionali acquisita nel corso dei decenni dall’industria militare Usa. Una deriva che il presidente Dwight Eisenhower aveva intravisto e denunciato già nel lontano 1961, quando, durante il suo discorso di addio alla nazione, dichiarò che «un elemento vitale nel mantenimento della pace sono le nostre istituzioni militari. Le nostre armi devono essere poderose, pronte all’azione istantanea, in modo che nessun aggressore potenziale possa essere tentato dal rischiare la propria distruzione […]. Questa congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari ed un’enorme industria di armamenti è un fatto nuovo nell’esperienza americana. L’influenza del potere militare nell’economia, nella politica ed anche nella spiritualità viene avvertita in ogni città, in ogni organismo statale, in ogni ufficio del governo federale. Noi riconosciamo il bisogno imperativo di questo sviluppo. Tuttavia, non dobbiamo mancare di comprendere le sue gravi implicazioni. La nostra filosofia ed etica, le nostre risorse ed il nostro stile di vita vengono coinvolti; la struttura portante della nostra società. Dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenza, sia palese che occulta, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra l’enorme macchina industriale e militare di difesa ed i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libertà possano prosperare assieme».

All’epoca il cui l’ex generale pronunciava queste parole, negli Stati Uniti non era ancora chiaro quale prezzo la nazione avrebbe dovuto pagare per la mancata riconversione dell’economia al tempo di pace che si sarebbe dovuta attuare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, come più volte asserito dall’economista Seymour Melman. Durante il conflitto, l’industria militare aveva assorbito una quota ragguardevolissima della forza lavoro statunitense e nelle stesse fabbriche di aziende operanti in settori civili come la General Motors e la Ford la produzione era stata orientata a sostegno dello sforzo bellico.

Fu questo poderoso sviluppo industriale trainato dalla Seconda Guerra Mondiale – e non il New Deal –  a consentire agli Stati Uniti di azzerare la disoccupazione e superare la ‘Grande Depressione’, ma ciò aveva indistricabilmente legato la crescita economica del Paese al cosiddetto ‘complesso militar-industriale’, un potentissimo oligopolio formato essenzialmente dai colossi Lockheed Martin, Raytheon, General Dynamics, Boeing e Northrop Grumman attorno a cui ruotano 100.000 aziende che impiegano quasi 4 milioni di lavoratori.

La connessione tra avanzata del ‘complesso militar-industriale’ è crescita economica è diventata evidentissima nel momento in cui è divenuto chiaro che, basando la propria forza sull’innovazione (realizzabile unicamente attraverso il potenziamento di settori cruciali come quelli della ricerca), l’industria bellica stava progressivamente trasformandosi nel vero motore dello sviluppo tecnologico che gli Stati Uniti avrebbero conseguito negli ultimi decenni – lo stesso internet nasce dalle ricerche condotte in ambito militare. Uno sviluppo che si è poi esteso a gran parte del pianeta attraverso l’esportazione delle tecnologie Usa, le quali permettono oggi ad agenzie come la National Security Agency di passare al setaccio buona parte dei flussi di comunicazione che avvengono a livello planetario non solo (e non tanto) per sventare attentati e contrastare lo spionaggio, quanto per scoprire le inclinazioni dei consumatori in chiave commerciale e intercettare scambi di informazioni tra governi e imprese che possono risultare utili ad indebolire la concorrenza.

Il potere dell’industria bellica è andato inoltre consolidandosi grazie alla consumata tendenza delle grandi aziende di settore ad arruolare nei propri consigli d’amministrazione, dietro lautissimo compenso, generali a riposo ed ex gallonati di vario grado affinché conducano attività di lobby presso la Difesa grazie alle loro entrature nel Pentagono e alla loro conoscenza approfondita del ‘sistema’ maturata negli anni di servizio. Il bilancio crescente della Difesa, la proliferazione di basi militari Usa in giro per il mondo, l’allargamento della Nato – che vincola i Paesi membri a dotarsi di armi ed equipaggiamenti di fabbricazione statunitense – il flusso sempre più poderoso di armi verso i propri alleati/sottoposti – che tende sovente a tradursi in conflitti per procura – si spiega in parte con il soverchiante peso politico assunto dal ‘complesso militar-industriale’. Ma non è tutto, perché nel business della guerra rientrano naturalmente anche le imprese che si occupano di ricostruzione. Come scrive l’ex diplomatico Sergio Romano: «gli Stati Uniti hanno perduto, politicamente, la guerra irachena del 2003. Ma non l’hanno perduta economicamente le grandi imprese dell’Intendenza che viaggiavano al seguito delle forze armate. Il caso di Halliburton è esemplare. La grande multinazionale texana, di cui il vice-presidente Dick Cheney era stato presidente e amministratore delegato, vinse un contratto di 7 miliardi di dollari, alla fine di una gara in cui fu la sola concorrente, per i servizi logistici delle forze d’occupazione americane».

È sostanzialmente questo il succo del discorso formulato dall’economista Marcello De Cecco all’indomani dell’attacco statunitense all’Afghanistan, lanciato sull’onda dei fatti dell’11 settembre 2001; «si può, e certamente sarà fatto, dar lavoro all’industria della difesa e spazio con grandi commesse statali, ma si tratta di un settore specializzato, che solo in parte coinvolge anche i produttori di beni civili, come le automobili. Se si trattasse di una grande mobilitazione bellica, tutti i settori industriali sarebbero coinvolti, e la General Motors produrrebbe navi, come ha fatto nella Seconda Guerra Mondiale, o grandi missili, come durante la Guerra Fredda. Ma non stiamo parlando di questo tipo di mobilitazione, per fortuna dal punto di vista politico, ma sfortunatamente da quello economico».

Tratto da: megachip.globalist.it

Prima parte: http://www.lindro.it/leconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni/.

Seconda parte: http://www.lindro.it/leconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni/2/.

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