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Cronache Italia

I sospetti dei pm sui fondi della Lega: ''I rimborsi-truffa tornano dall'estero''

palazzo giustizia genovadi Marco Grasso e Matteo Indice
L’assist è arrivato quando l’indagine pareva arenarsi, e sembra la chiusura d’un cerchio. Una fiduciaria del Lussemburgo ha segnalato a Bankitalia che, nei mesi scorsi, sono rientrati nel nostro Paese tre milioni di euro collegati ad attività di esponenti o simpatizzanti della Lega. E quel report, tecnicamente su un'"operazione sospetta", è ora nelle mani della procura di Genova, che con una rogatoria internazionale ha chiesto di acquisire una serie di documenti per far luce su transazioni anomale avvenute anche durante l’era di Matteo Salvini. L’ipotesi dei pm è che il viavai di soldi con il Granducato sia servito per nascondere e proteggere dai sequestri una parte dei rimborsi-truffa incassati in passato dal partito, attraverso un ginepraio di flussi bancari incardinati alla Sparkasse di Bolzano.
I magistrati del capoluogo ligure indagano sul Carroccio da fine 2017 per riciclaggio, e il fascicolo è a carico d’ignoti. Gli inquirenti sono da tempo convinti che una percentuale dei fondi pubblici percepiti illecitamente dalle Camere cinque-sei anni fa sia stata fatta sparire dalle gestioni successive a quella di Bossi, per metterla al riparo da future grane giudiziarie: tant’è che dei 48 milioni in teoria aggredibili, gli inquirenti ne hanno finora trovati poco più di due. E quel bonifico materializzatosi di fresco in direzione opposta, dal Lussemburgo all’Italia, servirebbe a restituire a persone comunque vicine alla Lega un po’ di cash, motivo per cui le toghe hanno chiesto vari incartamenti alla società autrice dell’alert. C’è tuttavia un altro aspetto, che agli occhi degli investigatori non può essere trascurato, ed è la tempistica delle informazioni. "L’input dall’estero è arrivato dopo le elezioni del 4 marzo - conferma una qualificata fonte inquirente - ed è nostro dovere capire se qualcuno ha anche l’obiettivo d’inguaiare il movimento di Salvini appena salito al governo".

La caccia al tesoro
Per decifrare la svolta all’inchiesta occorre ripercorrere le fasi cruciali. Il 26 luglio 2017 vengono condannati Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito, a 2 anni e mezzo e a 4 anni e 10 mesi. Secondo il tribunale sono responsabili d’una maxi-truffa al Parlamento, compiuta con la sponda dei revisori, poiché fra 2008 e 2010 chiesero e ottennero decine di milioni di rimborsi pubblici per attività politiche, che si sono rivelate ben altro (le somme furono elargite in anni successivi, quando Bossi e Belsito non c’erano più). A margine della sentenza genovese è disposta la confisca di 48.969.617 euro, da compiersi dopo il terzo grado. Ma il procuratore aggiunto Francesco Pinto e il sostituto Paola Calleri accelerano, chiedendo e ottenendo che i soldi siano stoppati subito. Al primo blitz, settembre 2017, la Finanza trova sui conti leghisti circa due milioni. E i pubblici ministeri ingaggiano un braccio di ferro con i legali del Carroccio per incamerare i futuri introiti fino a quota 48 (la Cassazione propende per la linea dei pm). Dov’è il resto del tesoro? Salvini continua a spiegare che è stato usato nel tempo per attività sul campo e sono rimaste le briciole. Ma a sparigliare le carte contribuisce Stefano Aldovisi, uno dei revisori condannati. Nel dicembre 2017 deposita un esposto di sei pagine che indirizza magistratura e finanzieri verso la Sparkasse. Qui, lascia intendere, potrebbero essere confluiti un po’ di quei 48 milioni, poi "riciclati" con vari artifici per renderli introvabili. Il presidente della Cassa di risparmio era allora ed è oggi Gerhard Brandstätter, già socio d’affari dell’avvocato calabrese Domenico Aiello, a lungo consulente della Lega.

La segnalazione
Alla Sparkasse, secondo la Finanza, affluiscono nel primo semestre 2013 dieci milioni fra titoli e liquidi. In che modo? Sempre per l’accusa, gli iniziali 48 che risultano quasi tutti "volatilizzati" sono stati in realtà suddivisi prima tra le filiali Banca Aletti di Genova e Milano, quindi all’Unicredit di Vicenza e almeno una decina è appunto approdata a Bolzano. Queste procedure sono avvenute nel periodo in cui leader era Roberto Maroni: nella sua reggenza entrò la fetta più grande dei rimborsi, ancorché richiesti da altri in precedenza. C’è però un ulteriore passaggio, più recente, che ha fatto sterzare l’indagine. Il primo deposito di Bolzano viene infatti estinto a metà 2013, e il denaro da lì vira perlopiù verso società o finanziarie contigue alla Lega. Ma nel 2016, attraverso un conto "di transito" aperto sulla carta dalla solita Sparkasse per consentire semplici movimentazioni "interne", tre milioni sono investiti in Lussemburgo. Nell’opinione dei pubblici ministeri potrebbero essere soldi leghisti portati al sicuro nel timore dei sequestri. E poi rientrati in Alto Adige, e sotto mentite spoglie nella disponibilità del partito via Sparkasse, con l’"operazione sospetta" segnalata dalla fiduciaria lussemburghese. Ecco perché la procura ha deciso di accelerare pure sugli interventi compiuti durante la segreteria di Matteo Salvini e ha già chiesto in gran segreto nelle scorse settimane delucidazioni sull’affaire Lussemburgo all’istituto altoatesino, con un blitz delle Fiamme Gialle. Interpellato nei mesi scorsi dopo l’avvio dell’inchiesta, il tesoriere della Lega Giulio Centemero, neodeputato e uomo di fiducia del ministro dell’Interno, aveva escluso qualsiasi magheggio per dribblare gli accertamenti dei giudici. E lo stesso Gerard Brandstätter aveva ridimensionato il ruolo di Sparkasse.

La Stampa

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