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Cronache Italia

Rosatellum, il Pd blinda la legge elettorale dei nominati: il governo pone la fiducia, grida in Aula. Ok dal Quirinale

gentiloni renzi c ansa

La maggioranza chiede e ottiene a Gentiloni di tutelare il testo uscito dalla commissione. Rosato: "Così sarà garantito l'equilibrio raggiunto anche con Fi e Lega". Il Quirinale: "Come approvare le leggi lo decidono Parlamento e governo". Opposizioni scatenate alla Camera: urla da grillini e sinistra, Toninelli lancia un manuale. M5s: "Atto eversivo, domani in piazza". Mdp: "Protervia, voteremo no". Il lettiano Meloni: "Strappo, non voto"

giachetti twitter

La maggioranza blinda la legge elettorale e annuncia che chiederà la fiducia sul Rosatellum bis. Solo tre giorni fa (e pure questa mattina) il relatore Emanuele Fiano (Pd) garantiva che l’opzione non fosse sul tavolo, ma a dare l’annuncio alla fine è stato il capogruppo del Pd Ettore Rosato. Le prime votazioni a Montecitorio saranno domani. L’annuncio da parte della ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro è avvenuta tra le grida di tutti i partiti d’opposizione e non solo, visto che contro questa scelta si è schierato anche il gruppo di Mdp. I deputati grillini hanno gridato più volte “Venduta!” all’indirizzo della presidente Laura Boldrini, mentre in precedenza se l’erano presa con il vicepresidente Roberto Giachetti – che inizialmente presiedeva l’Aula – urlandogli “Fallito, radicale, vattene”.

Per i gruppi contrari alla legge, infatti, porre la questione di fiducia sulla legge elettorale è “un atto eversivo“, come dice il M5s che con il candidato premier Luigi Di Maio annuncia di voler “convocare in piazza il popolo perché deve capire”. Il capogruppo di Mdp Francesco Laforgia parla di “atto di protervia“, quello di Sinistra Italiana Giulio Marcon di “forzatura inaudita”. “Vergogna, vergogna, vergogna” ribadisce il segretario di Si Nicola Fratoianni. La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni si è appellata al presidente Sergio Mattarella. Tuttavia il Quirinale, tramite fonti interne, ha fatto trapelare l’apprezzamento per l’impegno del Parlamento: “Il presidente della Repubblica”, riportano le agenzie di stampa, “non interviene nel merito del testo in esame o di scelte diverse in materia e neppure sull’ipotesi di voto di fiducia che attiene al rapporto Parlamento-governo, ma considera positivo l’impegno del Parlamento per giungere all’approvazione della legge elettorale e auspica che questo avvenga con il più ampio consenso”. La missione che il capo dello Stato aveva affidato al Parlamento dopo la crisi di governo per le dimissioni di Matteo Renzi da presidente del Consiglio era proprio di armonizzare le leggi elettorali, residuati spogliati e deformati dalla Consulta dell’Italicum e del Porcellum.

A nulla sono servite le polemiche e gli appelli dei partiti di minoranza anche alla presidente Laura Boldrini per fermare il Pd. Dopo la riunione di maggioranza è stato il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato a chiamare il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per riferirgli che la fiducia sarebbe stata “opportuna” perché il testo della legge “è frutto di un faticoso equilibrio tra maggioranza e opposizione e sottoporlo ai voti segreti metterebbe in difficoltà il complesso del testo”. Chi protesta, aggiunge, sono i due partiti che hanno affossato il modello tedesco, che era proporzionale.

Il lettiano Meloni: “Non voterò la fiducia”
Nel Pd il cielo non è del tutto sereno. “Perplessità” sono state espresse da Gianni Cuperlo, Vannino Chiti ed Enzo Lattuca, dell’area Orlando. Ma il coraggio di non votare la fiducia è solo di Marco Meloni, ultimo irriducibile lettiano e direttore della Scuola di Politiche fondata proprio da Enrico Letta. Il governo, dice Meloni, “ha compiuto un grave strappo istituzionale”. “Si tratta di una decisione, oltretutto assunta nell’imminenza delle elezioni e rivolta all’approvazione di una legge che – senza modifiche – sottrae ai cittadini anche i residui spazi consegnati dalle sentenze della Corte Costituzionale di determinare direttamente la scelta dei parlamentari, dalla quale dissento profondamente”.

Giudizio negativo anche da Campo Progressista, la forza politica guidata da Giuliano Pisapia. Per Roberto Capelli, deputato pisapiano doc, è la dimostrazione della necessità di Campo Progressista: “Sarà quella forza politica di centrosinistra che vorrà provare a proporre una politica diversa in Italia, in cui all’arroganza e alla supponenza che ancora troppo spesso prevale dalle parti del Pd, farà prevalere il buonsenso, la ragionevolezza e il coraggio di affrontare le scelte a viso aperto, senza ricorrere sempre a strategie e sotterfugi”.

La bagarre a Montecitorio all’annuncio della Finocchiaro
Ma la tensione si è scaricata tutta sul momento in cui il governo ha annunciato che sulla riforma elettorale sarebbe stata posta la questione di fiducia. La ministra per i Rapporti con il Parlamento ha preso la parola tra le urla di decine di parlamentari. I deputati del M5s hanno sventolato copie del regolamento di Montecitorio: uno dei volumi è stato lanciato al centro dell’emiciclo da Danilo Toninelli, il più scatenato contro il Rosatellum da giorni (lo aveva definito nell’ordine “Merdellum”, “da vomito” e una “cloaca”). Carla Ruocco ha sbattuto più volte sul banco la “ribaltina” di legno, per fare rumore. Il coro dei grillini è stato “venduta, venduta” all’indirizzo della Boldrini. Stesso volume dall’ala all’estrema sinistra dell’assemblea: tutti i parlamentari di Mdp e Sinistra Italiana si sono alzati per battere sui banchi in segno di protesta. Dal banco della commissione Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia ha alzato un cartello con la scritta “Hablamos“, parliamo, prendendo a prestito lo slogan leitmotiv della campagna unionista della Catalogna. L’ex ministro ha provato anche fisicamente a bloccare l’annuncio della Finocchiaro: mentre la ministra pronunciava la formula di rito, le si è avvicinata urlando e battendo con la mano sulla balaustra, ma è stato fermato da un assistente parlamentare. Lui precisa: “Sono semplicemente andato verso la postazione della Presidente della Camera perché avevo chiesto di fare mio l’emendamento Brambilla sul Trentino: stavo solo chiedendo la parola. Con la Finocchiaro ho anche un ottimo rapporto: per questo ho raccolto un fiore e glielo ho dato…”.

Lo spettro dell’emendamento sul Trentino-Alto Adige
In particolare il M5s se l’è presa con la Boldrini e poco prima con il presidente di turno Giachetti perché era stata respinta la richiesta di convocare la giunta per il regolamento di Montecitorio. I Cinquestelle avevano chiesto che l’organismo si riunisse per esprimersi su un punto in particolare: se fosse possibile modificare le deliberazioni dell’Aula con un voto di commissione. E’ il caso dell’emendamento sulla distribuzione dei seggi in Trentino-Alto Adige, sul quale era franato il precedente accordo dei partiti (compreso il M5s) per la legge elettorale. Ma quella votazione è stata “corretta” di nuovo in commissione, nei giorni scorsi, mantenendo però lo stesso iter per fare prima. Secondo Davide Crippa (M5s) “non ci sono precedenti”. “Qui – dice – si allarga la maglia di una votazione dell’Aula. L’organo più autorevole a decidere è la Giunta per il regolamento, vorremmo fosse investita la Giunta su una materia delicata per la tenuta democratica, e non un semplice presidente di commissione”. Alla richiesta dei Cinquestelle si erano associati anche Mdp, Sinistra Italiana, Fratelli d’Italia e Rocco Buttiglione dell’Udc, il quale ha sottolineato come “in questa fase siamo davanti ad un nuovo testo, per cui sarebbe necessario far ripartire l’esame dell’Aula da zero”. Ma la richiesta è stata respinta dalla presidente della Camera scatenando le proteste e il lancio dei manuali dei regolamenti parlamentari.

Chi voterà la fiducia e chi la legge
La prima questione sarà politica. Chi voterà la fiducia visto che la legge è sostenuta da Pd, Ap e centristi, ma non dal Mdp? E cosa faranno invece gli altri gruppi che appoggiano la riforma elettorale del Rosatellum, cioè Forza Italia e Lega Nord, che sono all’opposizione? Di sicuro c’è che Mdp non voterà la fiducia. Per il coordinatore Roberto Speranza la legge “è oltre i limiti della democrazia: qui si sta scherzando col fuoco. Una legge che toglie la sovranità ai cittadini di scegliere i propri eletti viene approvata togliendo la sovranità al Parlamento. Non voglio credere che sia vero”. Dall’altra parte i berlusconiani e il Carroccio non voteranno la fiducia, ma solo la legge, come hanno confermato Renato Brunetta e Giancarlo Giorgetti. “Auspichiamo un rapido iter al Senato – dice il leghista – consapevoli che chiunque lo rallenti evidentemente vuole rinviare la data delle elezioni che si devono tenere invece il più presto possibile”. Dunque chi voterà la fiducia? Alla Camera il Pd non ha particolari problemi, specie se Fi e Lega escono dall’Aula. Al Senato Mdp – la cui assenza sul Def, per esempio, si è rivelata ininfluente – c’è comunque la stampella di alcuni gruppuscoli di centrodestra come il Gal e Ala, cioè i verdiniani.

Fiducia, l’arma anti-voto segreto
La seconda questione è tecnica. Il Pd e il resto della maggioranza hanno scelto la strada del voto di fiducia perché erano troppi i voti segreti perché il testo rimanesse integro. E’ ancora fresca, d’altra parte, la ferita del patto Pd-M5s-Fi di fine primavera, crollato al primo scrutinio segreto su un emendamento sul sistema elettorale del Trentino-Alto Adige. Così il Pd ha abbandonato la strada degli emendamenti-canguro (cioè gli emendamenti che fanno decadere i successivi sullo stesso argomento) quando i capigruppo dei democratici e di Forza Italia, Lega e Alternativa Popolare hanno visto che i voti segreti sarebbero stati almeno 100 soprattutto perché il tentativo con Mdp per fargli rinunciare alle richieste di voto segreto era finita malissimo.

Come si svolgeranno i 3 voti di fiducia
Saranno tre le fiducie, sui primi tre articoli dei cinque di cui si compone la legge elettorale, che saranno votate da domani nell’Aula della Camera. Due si voteranno domani, la terza giovedì. La prima fiducia, sull’articolo uno si voterà dunque domani dalle 15,45; le dichiarazioni di voto avranno inizio dalle 13,45. La seconda fiducia, sull’articolo 2 sarà votata sempre domani dalle 19,30 (dichiarazioni di voto dalle 17,30). La terza fiducia, sull’articolo 3 si voterà giovedì dalle 11 (dichiarazioni di voto dalle 9). Dalle 13 in poi di giovedì saranno esaminati dall’Assemblea di Montecitorio gli altri due articoli del testo, su cui insistono una ventina di emendamenti, tutti da esaminare a scrutinio palese. A seguire, forse già giovedì, si esamineranno gli ordini del giorno e ci saranno le dichiarazioni di voto finali ed il voto finale: questa ultima votazione in base al regolamento di Montecitorio, è "secretabile".

La posizione del Quirinale
Nel corso dell’ultimo anno il presidente Mattarella ha rivolto al Parlamento più volte appelli per rendere omogenee le normative elettorali per la Camera e per il Senato e per disporre di regole scelte dal Parlamento e non risultato di ciò che rimane dopo i tagli operati da sentenze della Corte Costituzionale. A luglio – si apprende dal Quirinale – aveva manifestato rammarico per il venir meno della prospettiva di approvazione di una legge elettorale largamente condivisa. Per questo l’espressione di un parere “positivo” per il nuovo iter parlamentare accelerato in queste ore, sempre con l’auspicio di “un ampio consenso”.

Fiducia sulla legge elettorale, terza volta nella Storia
Se le intenzioni della maggioranza saranno confermate, sarà la terza volta che viene posta la questione di fiducia su una legge elettorale dall’avvento della Repubblica in poi. La prima fu nel 1953 e fu posta dal governo di Alcide De Gasperi con “tumulti” alla Camera. L’approvazione avvenne poi di domenica (delle Palme) al Senato, anche se senza fiducia. Si trattava di quella che l’opposizione definì “legge truffa”, perché assegnava un premio di governabilità al partito che superava il 50 per cento dei voti validi. Nelle elezioni dello stesso anno il meccanismo non scattò e l’anno successivo la legge fu abrogata.

In tempi più recenti, quasi ai giorni nostri, l’altro episodio. Fu il governo Renzi a porre la fiducia sull’Italicum nell’aprile 2015. Tecnicamente le fiducie poste furono tre, una per ciascun articolo e furono votale la prima il 29 aprile e le altre due il 30. Il 4 maggio l’Italicum fu approvato a scrutinio segreto con 334 voti a favore, 61 contrari e 4 astenuti. L’Italicum, com’è noto, è stato poi smontato dalla Corte Costituzionale. Tra la legge del 1953 e l’Italicum, altre due riforme elettorali sono state approvate invece senza ricorso alla fiducia: il Mattarellum nel 1993, votato da una maggioranza trasversale, e il Porcellum nel 2005, con i soli voti della maggioranza di centrodestra (Fi, An, Lega, Udc, NPsi e Pri).

Napolitano: “Capo politico? Costituzione lesa”
Sulla legge elettorale è intervenuto anche il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano che si è espresso sull’indicazione del capo della forza politica: “E’ incompatibile con i nostri equilibricostituzionali“. Una clausola, secondo l’ex capo dello Stato, che ripresenta “il grande equivoco già manifestatosi, nel senso che l’elettore sia chiamato a votare per eleggere non solo il Parlamento, ma il capo dell’esecutivo”, un “equivoco”, aggiunge, che non si presenta “neppure nel sistema francese” perché nonostante il sistema presidenziale “non vengono confuse nello stesso voto l’elezione del Presidente con poteri di governo e l’elezione dell’Assemblea nazionale”.

ilfattoquotidiano.it

Foto © Ansa

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