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Cronache Italia

Cyberspionaggio, Gabrielli rimuove il capo della postale Roberto Di Legami

cnaipicdi Fabio Tonacci
La decisione presa dal capo della polizia in tarda serata. Ieri gli arresti, rubate informazioni da politici e istituzioni

Roma. Il capo della polizia ha deciso in serata la rimozione di Roberto Di Legami, direttore della polizia postale che ha condotto l'inchiesta sul cyberspionaggio, per divergenze con il vertice del corpo. Stando ad alcune indiscrezioni, il motivo della decisione sarebbe che non ha informato dell'inchiesta Gabrielli. Contattato da Repubblica, Di Legami conferma la notizia ma non rilascia commenti. Al posto di Di Legami andrà Nunzia Ciarli, attuale dirigente del compartimento della postale del Lazio, ruolo già ricoperto da Di Legami, che è stato spostato all'Ucis, Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale.

RITRATTO Il superpoliziotto che indagò anche sulla mafia

La difesa di Occhionero. E mentre la polizia fa i conti con la rimozione di Di Legami, è in corso l'interrogatorio a Giulio Occhionero, uno dei due arrestati. "Il mio assistito nega di aver fatto attività di spionaggio, i server all'estero li aveva per lavoro. Risponderà alle domande del gip - aggiunge - e ha cose da chiarire: questa è una vicenda ancora tutta da scrivere e lui nega di aver fatto alcunchè di illecito".

Le indagini L'inchiesta, chiamata dagli inquirenti Piramid Eye, ha scosso il sistema politico ed economico italiano. La Polizia postale ha svelato un enorme sistema di hackeraggio, in corso da almeno 6 anni, contro politici, banchieri e vertici delle istituzioni. Nella rete messa in piedi dai due arrestati - i fratelli Giulio e Francesca Maria Occhionero - sono finiti gli ex premier Matteo Renzi e Mario Monti, vertici di istituzioni come il presidente della Bce Mario Draghi e l'ex comandante generale della Guardia di Finanza, Saverio Capolupo, religiosi come il cardinal Ravasi, enti come l'Enav e la Regione Lazio.

L'INCHIESTA Schedato l'intero sistema politico italiano

Nelle mani degli esperti della polizia postale c'è un database con oltre 18.327 username catalogati in 122 categorie: politici, affari, massoni, ecc. E ci sono anche migliaia di file cifrati che si proverà ad aprire superando le protezioni poste. I server in cui i due avevano immagazzinato le informazioni raccolte sono stati sequestrati negli Stati Uniti dall'Fbi. Tramite rogatoria verrà chiesto l'accesso al contenuto per capire con esattezza quanti e quali dati sono stati rubati ed il reale giro d'interessi degli Occhionero.

Tratto da: repubblica.it


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Focus su Roberto Di Legami*
(...) Recentemente l’autorità giudiziaria si è concentrata su un altro dei grandi misteri che ruota attorno alla strage di via D’Amelio. Nella confusione degli attimi immediatamente dopo la deflagrazione sono stati notati aggirarsi tra le macerie uomini indicati come in qualche modo legati ai servizi o la cui apparizione in quei luoghi quel giorno è comunque risultata quanto meno singolare.
Si è appena concluso con un’assoluzione il processo per falsa testimonianza resa al pubblico ministero a carico di Roberto Di Legami, all’epoca dei fatti funzionario di polizia addetto alla Squadra Mobile di Palermo impegnata nelle indagini sulla strage di Capaci.
Secondo la testimonianza di due colleghi, Umberto Sinico e Raffaele del Sole, al tempo capitani del Ros, l’ufficiale, durante una cena a pochi giorni di distanza dalla strage
(circa una decina) avrebbe rivelato di aver saputo che poco dopo l’esplosione alcuni agenti accorsi sul luogo avrebbero notato Bruno Contrada, al tempo il numero tre del Sisde e che la relazione di servizio riguardo questa circostanza sarebbe stata poi distrutta.
Di Legami ha negato con fermezza di aver mai riferito un’informazione di questo genere ed è rimasto sulle sue posizioni anche durante il confronto, piuttosto teso, con i due colleghi. Secondo il giudice Paola Proto Pisani che ha ricostruito la sequenza di quegli eventi nella sentenza assolutoria appare più credibile la versione del Di Legami che non quella del principale testimone dell’accusa, Sinico. Questi infatti, pur ritenendo il fatto in se stesso poco credibile, dopo averlo riferito all’autorità giudiziaria, non ha voluto rendere noto il nome della sua fonte. Ha spiegato di aver ricevuto raccomandazioni a riguardo dalla stessa che a sua volta temeva per l’incolumità della fonte originaria.
A fare per primo il nome di Di Legami fu il tenente Canale, stretto collaboratore di Borsellino, ma in seguito processato e assolto per concorso esterno in associazione mafiosa. Disse di aver saputo questa notizia da Sinico, compresa la fonte.
Sinico ha smentito di aver mai rivelato il nome del Di Legami ad alcuno, benché, invece, abbia riferito il contenuto della confidenza sia ad alcuni colleghi, tra cui Canale, e ad alcuni magistrati come il dott. Ingroia e il dott. De Francisci. Tuttavia mentre Canale sostiene di aver ricevuto questa confidenza nei giorni immediatamente successivi alla strage, addirittura prima dei funerali, il colloquio con Di Legami cui fa riferimento Sinico, confermato da Del Sole, sarebbe avvenuto, questo sì secondo tutti e tre, a una decina di giorni dell’eccidio. Tuttavia Sinico, se in un primo momento nega che la sua fonte sia Di Legami, in un memoriale del 1998, lo ammette adducendo come motivazione del suo silenzio il vincolo di segretezza che vige automaticamente tra colleghi e amici quando si parla di indagini in corso. Ha inoltre aggiunto di aver cercato più volte di contattare il Di Legami per chiedergli di scioglierlo da questo patto di riservatezza che lo metteva in una situazione di imbarazzo con i magistrati, ma che dapprima avrebbe ricevuto un diniego, sempre per tutelare la fonte originaria e poi che il collega non si sarebbe più fatto trovare.
Ecco qui un altro conto, l’ennesimo, che non torna. Il giudice, riordinando tutti i dati, ritiene possibile che Sinico abbia davvero ricevuto la notizia, ma non da Di Legami e che pur di proteggere la sua reale fonte, abbia sacrificato l’amico sfruttando la via suggerita da Canale il quale, magari convinto della opportunità di perseguire i filone di indagini, abbia indicato un nome plausibile al fine di costringere Sinico a rivelare la vera fonte.
A suffragio di tale ipotesi il giudice considera significativo il dialogo avvenuto tra Sinico e Canale, ignari di essere registrati, mentre attendevano di essere sottoposti a confronto dai magistrati di Caltanissetta. Canale invita il collega a rivelare l’identità della sua fonte se vuole salvare il suo amico (Di Legami) di cui ha fatto il nome pur nutrendo il serio dubbio che sia lui (“ce l’ho sulla coscienza”) e senza termini lo incita: “Umbé ma picchì un ciù dici cu cazzu è?”.
Di Contrada sul luogo della strage si è parlato a lungo, ma il suo alibi, secondo cui sarebbe stato in barca con amici ha sempre retto a qualsiasi investigazione. (segue)

* Tratto da: "Sto vedendo la mafia in diretta" (2008)

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