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Rassegna Stampa

Don Peppe Diana martire del popolo, non ancora della Chiesa

diana peppe webdi Salvatore Izzo
Don Giuseppe Diana fu ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sua chiesa a Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare messa.  Gli assassini non si accontentarono di freddarlo, vollero pure scempiarne il corpo con ulteriori colpi di pistola al basso ventre per indicare falsamente un movente sessuale e così tentare di impedire che divenisse il simbolo del riscatto di un popolo vessato dalla criminalità organizzata. Operazione in effetti in buona parte riuscita, se ci sono voluti 21 anni perché la diocesi di Aversa si decidesse a chiedere alla Santa Sede l’avvio della causa di beatificazione che deve riconoscere il martirio di don Peppe. E la Congregazione delle cause dei santi ha già lasciato passare due anni e ancora si attende che il suo nulla osta.

Il caso del prete anti-narcos
Il suo caso è tragicamente sovrapponibile a quello di padre Juan Viroche, il prete anti narcos e anti tratta impiccato nella sua parrocchia di La Florida, nello stato provinciale di Tucuman in Argentina per simularne il suicidio, del quale alcuni media compiacenti scrivono che si è ucciso per problemi con la fidanzata (che ovviamente non aveva).  “I preti non vanno con le donne”,  gridò nell’aula del  Tribunale monsignor Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta e padre spirituale di don Diana, esprimendo sofferenza per “le umiliazioni e le offese infinite che hanno dovuto subire i genitori e i fratelli del sacerdote ucciso”. Un quotidiano campano pochi giorni dopo l’uccisione aveva titolato in prima pagina "Don Diana era un camorrista", e in seguito addirittura: "Don Diana a letto con due donne", descrivendolo quindi non come vittima della camorra bensì come appartenente ai clan e custode in chiesa di un arsenale dei camorristi (cosa del tutto inventata).

Il movente solo in secondo grado
Le ragioni per le quali fu ucciso il parroco di Casal di Principe sono emerse nel processo che condannò i suoi omicidi, ma solo in secondo grado e poi in Cassazione, quando i giudici ribaltarono la sentenza di primo grado ed esclusero l’ipotesi della custodia da parte del parroco delle armi, fatto che aveva innescato la macchina del fango contro don Diana, facendo prevalere l’immagine di un prete vicino alla gente ai giovani (patrimonio ritenuto indispensabile anche per i clan), impegnato a contrastare la subcultura camorrista, il cui valore simbolico era diventato potente. Secondo la ricostruzione dei pm Don Diana aveva poi rifiutato la celebrazione dei funerali in chiesa di un malavitoso e questo gesto era stato considerato un affronto troppo duro da sopportare. Tre giorni dopo il nipote del morto, infatti, entrò in sagrestia e sparò al sacerdote.

Ucciso per l'impegno antimafia
 “Don Peppe – ha riassunto Roberto Saviano - è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Gli altri  moventi indicati furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana”.

L'ostinata difesa di più giovani
Con il suo confratello argentino ucciso il 5 ottobre scorso, Don Diana aveva in comune soprattutto una cosa: l’ostinata difesa dei suoi ragazzi esposti al male della corruzione e della delinquenza. E il testamento spirituale (che diede il titolo anche alla fortunata fiction interpretata in tv da Alessandro Preziosi) “Per amore del mio popolo non tacerò” è un documento diffuso a Natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana insieme ai parroci della foranìa, un manifesto che impegna a non restare silenti davanti a “ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio”.

Parole che a rileggerle fanno risaltare  l’ingiustizia che sta subendo ancora la sua memoria con il ritardo nel riconoscimento del martirio da parte delle autorità ecclesiastiche. Nell’inchieste di Gianluigi Nuzzi e Emiliano Fittipaldi sugli scandali vaticani, che  il Tribunale Vaticano ha riconosciuto di fatto come espressioni del diritto di cronaca, uno dei fatti più gravi riguarda i conti correnti ultramilionari delle postulazioni delle cause dei santi, cioè degli uffici che seguono l’iter delle beatificazioni e canonizzazioni. C’è bisogno di una moralizzazione, certo. Ma soprattutto di un ripensamento profondo di queste prassi, se non vengono riconosciuti ancora santi esemplari, martiri come don Diana e il commissario Calabresi (la cui causa stenta ancora ad avviarsi a Milano), testimoni come don Picchi e don Di Liegro (per i quali il Vicariato di Roma non ha nemmeno chiesto l’avvio ufficiale delle cause) personalità straordinarie come il professor Enrico Medi e Benigno Zaccagnini. E la stessa Chiara Lubich, la cui opera straordinaria è sotto gli occhi di tutti.

L'ortodossia degli scritti
Uno dei passaggi previsti riguarda l’ortodossia degli scritti, come se per andare in Cielo ci fosse bisogno di superare un esame di teologia. Mentre la santità vera è quella che il popolo con il suo fiuto infallibile riconosce e venera. Nel giorno anniversario della morte di don Diana, per una pura coincidenza, Papa Francesco ha ricordato che al tempo di Gesu’ “la Samaria, tra Giudea e la Galilea, era abitata da gente che i Giudei disprezzavano, ritenendola scismatica ed eretica. Ma proprio questa popolazione sarà una delle prime ad aderire alla predicazione cristiana degli Apostoli.

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