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Rassegna Stampa

L'Argentina evita una nuova bancarotta

da agi.it
Dopo una lunga e faticosa trattativa, Buenos Aires ha raggiunto con i creditori internazionali l'intesa necessaria a evitare il default

Non ci sarà, almeno per ora, un nuovo default per l'Argentina: in un comunicato il governo di Buenos Aires ha annunciato di aver raggiunto un accordo con i creditori internazionali per la ristrutturazione del debito. In base all'accordo, il paese sudamericano "rivedrà alcune delle date di pagamento previste per il rimborso delle nuove obbligazioni" stabilite nella sua proposta di scambio presentata lo scorso 6 luglio. Il tutto "senza aumentare l'importo totale dei pagamenti di capitale o degli interessi che l'Argentina si impegna a effettuare".

In altri termini, è stata prolungata la durata della sua offerta, che mira a scambiare obbligazioni estere per 66,238 miliardi di dollari, da oggi fino al 24 agosto. In particolare, i titoli di debito da ristrutturare, emessi nel 2005 e nel 2010 e a partire dal 2016, saranno scambiati con nuovi titoli in dollari ed euro con scadenze nel 2029, 2030 e 2038.

Ora serve un nuovo piano da contrattare con il Fmi
In realtà anche se il Paese non è andato tecnicamente in default, secondo alcuni osservatori questo passo è necessario proprio per rinegoziare con l'Fmi un nuovo piano di aiuti che se fosse dichiaratamente insolvente, non potrebbe invece farlo. Secondo l'accordo raggiunto ieri notte tra il governo di Buenos Aires e i creditori internazionali, il paese "adeguerà alcune delle date di pagamento previste per il nuove obbligazioni stabilite nella sua proposta di scambio presentata il 6 luglio. "Senza aumentare l'ammontare totale dei pagamenti principali o degli interessi che l'Argentina si impegna a realizzare e allo stesso tempo migliorare il valore della proposta per la comunità dei creditori", ha affermato il Governo.

Perché l'accordo sia efficace e gli obbligazionisti a formalizzare la loro adesione, l'Argentina, che è in recessione dal 2018, ha nuovamente prorogato il periodo di validità della sua offerta da oggi fino al 24 agosto, che cerca di scambiare obbligazioni di diritto estero per 66.238 milioni di dollari. In particolare, la dichiarazione dell'esecutivo specifica che le obbligazioni da ristrutturare, emesse nel 2005 e 2010 e dal 2016, saranno scambiate con nuovi titoli in dollari ed euro con scadenze nel 2029, 2030 e 2038. "L'Argentina, soggetta all'opportunità di dimostrare il suo sostegno da parte della comunità internazionale in generale, adeguerà alcuni aspetti delle clausole di azione collettiva nei documenti dei nuovi titoli per rispondere alle proposte presentate dai membri della comunità creditore ", osserva il Governo. Il governo del peronista Alberto Fernández e gli obbligazionisti di diritto straniero hanno avviato intense negoziazioni dallo scorso aprile quando il paese ha lanciato la sua prima offerta di scambio, che non ha ricevuto l'ammontare minimo di adesione necessario.

I dubbi degli analisti
Non tutti salutano l'accordo raggiunto tra Governo argentino e creditori con un "hip hip urra'". Anzi. Per alcuni osservatori, non si tratta insomma di una "vittoria" quella raggiunta per la ristrutturazione del debito L'accordo colmerà l'ultimo divario in tre dollari tra l'offerta ufficiale del governo di Buenos Aires, del valore di 53,5 dollari per azione, e quella dei fondi, del valore di 55,7 dollari. Questo divario, che secondo il mercato era minimo e recuperabile, si traduceva in circa 2 miliardi di dollari di interessi da pagare nei prossimi decenni. L'intesa raggiunta prevede che non si acconsenti alla cifra proposta dai creditori ma in realtà, è questa l'opinione del giornale La Nacion, confermerebbe invece che il governo di Alberto Fernandez "ha ceduto". Più ottimista il Wall Street Journal, che ricorda però come la firma dei creditori all'accordo deve essere ancora formalmente posta.      

Il Clarin, uno dei quotidiani più letti del paese, ha ascoltato molti analisti secondo cui invece l'accordo rappresenta "una buona via d'uscita" e darà al paese una certa "credibilità finanziaria". Ma il punto fermo è un altro: serve un piano economico di ripresa, altrimenti il paese non sarà più credibile.

Tratto da: agi.it

Foto © Imagoeconomica

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