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Rassegna Stampa

Il boss tornato sul trono dei Casamonica

campidoglio c imagoeconomicaGiuseppe è libero e controlla il quartiere “Nessuno viene a bussare dove sto io”
di Floriana Bulfon
"Nessuno viene a bussare dove sto io". Giuseppe Casamonica definisce così il suo impero. Un potere che si espande dalla roccaforte in vicolo di Porta furba, in quella sequela di baracche per sfollati raccontate da Pier Paolo Pasolini, su tutta la periferia sud della Capitale. È ritenuto uno dei capi del clan che conterebbe su una ragnatela di mille persone, nullatenenti ma con un patrimonio stimato in cento milioni. Ed è da poco tornato in libertà dopo un dolce arresto. La condanna per traffico di cocaina l’ha trascorsa in una comunità di recupero all’insegna “dell’amore come terapia e come senso della vita”: una decisione dei giudici di sorveglianza, che l’hanno ritenuto un semplice tossicodipendente, nonostante abbia accumulato una litania di denunce e sentenze. Oggi si muove di nuovo nel suo regno, dove l’omertà si coniuga con la deferenza: i Casamonica non vanno mai nominati, ma solo rispettati. E garantiscono l’ordine, a tutela dei propri interessi. "Loro sostengono che dentro “casa” non si devono fare casini", spiega una signora e il tabaccaio la conforta: "Pensa che ai figli dicono: “Se prendi qualcosa ti taglio le mani”".
Inutile chiedergli di pubblicare il loro nome: il pestaggio nel Roxy Bar della Romanina, condotto da un altro Casamonica, Antonio, e dai cugini Di Silvio, ha trasmesso un messaggio chiaro. E nonostante la mobilitazione di solidarietà e la visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini, in queste strade si aspetta ancora che le istituzioni diano un segnale concreto. Perché oggi comanda ancora il clan, quello a cui mai è stata contesta l’associazione mafiosa.
Davanti alla villa di Giuseppe Casamonica tre giovani con i muscoli in bella vista controllano ogni movimento. Se si prova a domandare, una donna interviene e blocca tutti con lo sguardo. È Liliana, la sorella più grande di Giuseppe.
"Non te lo posso dire se è qui, capisci?", si fa incontro quasi gentile. Lei - arrestata per aver segregato l’ex cognata minacciando di sfregiarla con l’acido e di portarle via i piccoli - gira le spalle ed entra nella casa del dirimpettaio. Sul muro c’è un cartello attaccato con lo scotch: “Ottavio Spada suonare qui”. Il cugino di Ostia, interprete di se stesso nel film “Suburra”, ha trovato riparo a due passi dagli studi di Cinecittà. Ma non si può andare più vicino. Uno dei guardiani scende veloce dalle scale con fare aggressivo: "Via da qui!".
A Porta furba, nel “loro” vicolo si entra solo se autorizzati, perché qui si decide la droga da comprare e vendere, il tasso di usura da applicare, le spedizioni punitive contro i debitori. Ma tutti tacciono. "Non ci sono casi di estorsione, se ne conoscessi li denuncerei", constata il giovane prete del quartiere. È arrivato da pochi mesi nella chiesa di San Gaspare del Bufalo, una struttura progettata da Pier Luigi Nervi con un oratorio che accoglie senza tetto e bambini del quartiere: "Ci sono tanti figli dei Casamonica che vengono a catechismo, ma sono famiglie povere. Ci presentano la dichiarazione dei redditi e noi li aiutiamo", spiega. Carità cristiana verso chi ha rubinetti d’oro dentro casa.
La Basilica di San Giovanni Bosco è solo qualche chilometro più distante. Don Giancarlo percorre la navata e alza lo sguardo in cielo: "Tocca rifare il tetto, costerà milioni…". Ricorda ancora le polemiche per il funerale trionfale di “zio Vittorio” acclamato come un “re di Roma”: "È stato un caso, sono venuti solo perché la chiesa era grande. Io da quel giorno non li ho visti più». Fuori sul sagrato un’anziana preferisce tagliare corto: «Di loro non parlo, così campo meglio".
I Casamonica non temono nulla.
Anche dopo il pestaggio del Roxy Bar, con una disabile presa a cinghiate, il giovane autore del raid, Antonio Casamonica, si mostra spavaldo pure davanti al giudice: "Mi sono intromesso per proteggere la signora, anche per salvaguardare una bambina di colore che era nel bar". Di più: "l’espressione “fai bene” che dico durante l’aggressione era ironica". L’ironia con tanto di braccio alzato per dare il 5 al complice Di Silvio prima di sgommare su una Ferrari nera.
"Io ho paura - sospira Roxana, la titolare del bar preso di mira - ma non voglio che i miei figli crescano nella rassegnazione".
Quella di chi vive terrorizzato, come il vecchietto che ancora cammina a fatica tra buche e cassonetti stracolmi. Qualche mese fa l’hanno picchiato a sangue: minacce e violenza non si arrestano mai, sono il sistema.
E così da poco si è scoperto che proprio Antonio Casamonica avrebbe anche bloccato un uomo nel parcheggio di un centro commerciale, preso in ostaggio a garanzia di un prestito, per poi terrorizzare il debitore: "Me sto annà a pijà anche tu’ madre e tu’ fratello, ce rimette tutta la razza tua".
"Dal Roxy bar fino a qui a Porta Furba è tutta roba loro, ma questi deficienti della Romanina hanno voluto fare i furbi". Un quarantenne con le braccia robuste e l’accento del Sud ha voglia di parlare. Dice di conoscere bene “il clan” e assicura di non aver mai avuto problemi: "Mi trattano come un fratello. Perché? La conosci la Sacra Corona Unita? Il mio nome non conta, devi solo capire che i Casamonica si fanno rispettare e il rispetto è più della legge". Poi traccia con la scarpa una linea a marcare il territorio e volge lo sguardo verso l’ingresso del “fortino”: "Non andare là, lasciali perdere…".

La Repubblica

Foto © Imagoeconomica

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