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Rassegna Stampa

Docufiction con Cesare Bocci e unico supersite autista Vullo

ROMA. "La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che t'impedisce di andare avanti", sono le parole di Paolo Borsellino. La sua storia, quella di un eroe civile, capace di rimanere al suo posto sapendo di essere condannato a morte, mantenendo nel contempo la sua profonda umanità, viene raccontata nella docufiction 'Paolo Borsellino-Adesso tocca a Me', che sarà trasmessa su Rai1 il 19 luglio, in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di via d'Amelio. Cesare Bocci presta il volto al magistrato ucciso insieme ai 5 agenti della sua scorta (Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli) il 19 luglio 1992. Il film è un mix di fiction con la ricostruzione della vita del magistrato e di testimonianze, di interviste, e di filmati dell'epoca. Nel luogo dove dove avvenne la strage abitava la madre di Paolo Borsellino presso la quale il giudice si era recato per una visita domenicale. L'esplosione fu terribile. Filo conduttore del racconto saranno i ricordi di Antonio Vullo, l'unico agente della scorta sopravvissuto alla strage, che con la sua voce narrante offrirà uno sguardo privilegiato a tutta la vicenda. Con il soggetto e la sceneggiatura di Sandrone Dazieri, nel film tv insieme a Cesare Bocci, Giulio Corso, Ninni Bruschetta, Anna Ammirati. La regia è di Francesco Miccichè. Una coproduzione Rai Fiction e Aurora tv. Alla presentazione a Viale Mazzini anche il presidente del Senato Grasso ("mai fermarsi nella ricerca della verità"); la presidente della Rai Monica Maggioni, il direttore generale Mario Orfeo, oltre ai direttori di Rai1 Andrea Fabiano e di Rai Fiction Tinny Andreatta. Bocci ha fatto notare: "Quando ci si confronta con personaggi reali si sente sempre una grossa responsabilità. Qui la mia faccia viene messa direttamente a confronto con quella di Paolo Borsellino. Avevo un innegabile timore. Abbiamo cercato di cogliere gli aspetti del viso di Borsellino che ci avrebbero aiutato. Ma non è stata tanto la mia trasformazione fisica, quanto piuttosto la ricostruzione, il mixare documenti reali e fiction in maniera puntuale e magistrale, a fare la differenza. Poi se anche gli assomigliassi un decimo per la sua moralità sarei l'uomo più felice al mondo". "Quel tipo di mafia lì - ha concluso l'attore - ha perso, perché c'è stato il risveglio delle coscienze di tanti giovani, non solo siciliani". Sei morti ancora senza un colpevole: al processo di revisione, nei giorni scorsi, la corte d'appello di Catania ha assolto tutti gli imputati. Il processo di revisione e' stato chiesto, inizialmente, dalla procura generale di Caltanissetta ed è stato celebrato a Catania, come prevede la legge. A consentire il nuovo giudizio sono state le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza. Tra le testimonianze quelle dell'agente Antonio Vullo, oggi in pensione, è l'unico sopravvissuto della strage di Via D'Amelio. Vullo, all'epoca, era in servizio come autista: il giorno della strage nell'attimo in cui Borsellino e i cinque colleghi della scorta scendevano dall'auto per andare a citofonare alla madre del giudice prima di saltare in aria con una Fiat 126 imbottita di tritolo, lui è tornato indietro a parcheggiare la macchina. "Ci sono stati tanti processi, tante condanne, ma qualcosa ancora manca. Molto ruota, secondo me, intorno all'agenda rossa. Borsellino si sentì isolato dopo la morte di Falcone. Se l'appoggio dello Stato fosse stato più forte, la storia sarebbe andata diversamente". "Molti sono convinti che l'esplosione ci sia stata dopo aver premuto il campanello del citofono. Non è vero, si è appurato che chi ha premuto il telecomando dell'ordigno era nascosto dietro un muretto alla fine di via D'Amelio. In questo docufilm viene raccontato, finalmente". Andreatta annuncia che il film tv è soprattutto per i giovani e sarà proiettato nelle scuole. "Il linguaggio della docufiction l'avevamo usato per Libero Grassi e continueremo a farlo, in altri modi, su Rai3". Venticinque anni fa, il 19 luglio del 1992, 57 giorni dopo la strage di Capaci, la mafia uccide Paolo Borsellino. Il giudice era consapevole che "il prossimo" sarebbe stato lui, come confidò alla moglie, ma sosteneva che la paura deve essere sempre accompagnata dal coraggio, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti. Sono le parole che ci conducono in questo intenso ritratto biografico: storico e umano, epico e intimo.

ANSA

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