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Rassegna Stampa

Fortapasc, c'e' un prima e c'e' un dopo

del porto dariodi Dario Del Porto
Il ragazzo aveva gli occhiali e giaceva riverso in una macchina scoperta. Gli avevano sparato mentre tornava a casa, nel cuore del Vomero. Era un giornalista. Si chiamava Giancarlo Siani e aveva ventisei anni. Era la sera del 23 settembre 1985 e molte cose, da allora, non sarebbero più state come prima.
La camorra aveva stroncato la vita di un giovane cronista senza contratto, che a bordo della sua Mehari raggiungeva ogni giorno Torre Annunziata da dove preparava le sue corrispondenze per il Mattino, il giornale dal quale sognava di essere assunto. Me lo ricordo, quell’autunno napoletano. La Grande Scossa del 23 novembre 1980 aveva cancellato per sempre la città raccontata da Eduardo De Filippo. Un’altra storia era iniziata e proprio in quel periodo, dalle macerie della ricostruzione, cominciava ad affermarsi una nuova generazione criminale che puntava con decisione sui grandi appalti e sul traffico di droga.
A Torre Annunziata, il clan Gionta dettava legge in un quartiere bunker, il Quadrilatero delle Carceri e in una roccaforte, Palazzo Fienga, che Siani descriveva coraggiosamente come un “fortino” inaccessibile, il Fortapasc che darà poi il titolo al film di Marco Risi.
Qualche tempo dopo il delitto, fu organizzata una manifestazione studentesca contro la camorra. “Gente, gente, gente: non state lì a guardare. Scendete nelle piazze, venite a protestare”, gridavamo in coro attraversando il centro di una Napoli che ci appariva pigra e distratta.
In testa al corteo c’era Alessandro, uno che ci credeva più di me e sono sicuro che ci crede ancora, anche se non lo vedo da vent’anni. Non ho mai dimenticato quella marcia fra le auto in doppia fila, con Alessandro che scandiva il coro e i clacson che suonavano impazziti. Quando il pendolo della cronaca scandisce altre storie di morte e di violenza, mi viene in mente sempre quello slogan: “Gente, gente, gente: non state lì a guardare. Scendete nelle piazze, venite a protestare”.
Quante finestre chiuse vedemmo quel giorno, e quante restano sbarrate ancora oggi. Eppure, qualcuna, in questi anni si è anche aperta. La Mehari è diventata un simbolo per tutti. Palazzo Fienga appartiene allo Stato. Di camorra si parla sui libri e nelle scuole. Il cammino è lungo, ma Giancarlo Siani ci ha indicato la strada giusta.

Fonte: mafie.blogautore.repubblica.it

Tratto da: "Mafie da un'idea di Attilio Bolzoni"

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