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Quarant'anni dopo la strage di Bologna una nuova speranza di verità

di Aaron Pettinari
Tra processi, vecchi e nuovi, l'inchiesta su Bellini punta ai mandanti

Due agosto 1980. Bologna, stazione ferroviaria. Alle ore 10.25 una bomba esplode nella sala d'aspetto uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento. Su quella terribile strage si sono celebrati svariati processi (sono già stati condannati in via definitiva i terroristi Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini e lo scorso 9 gennaio 2020 c'è stata la condanna all'ergastolo in primo grado dell'ex Nar Gilberto Cavallini), ma tra depistaggi, anomalie, fatti nascosti e taciuti, si può sicuramente dire che verità e giustizia sono ancora lontane. Quarant'anni dopo il terribile attentato a Bologna si torna a fare memoria con una rinnovata speranza da quando la Procura generale di Bologna (che ha avocato a sé l'inchiesta sui mandanti nell'ottobre del 2017) ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, al termine di un'inchiesta che ha scavato sui mandanti esterni nel tentativo di dare loro un volto.
La riapertura del fascicolo è stata possibile partendo dalla memoria difensiva presentata alla procura di Bologna dai legali dell'Associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto, quindi dalla scoperta di un fotogramma (estrapolato da un filmato amatoriale) in cui compare il volto di un uomo vicino ad un binario negli attimi successivi allo scoppio, ritenuto dalla Procura generale somigliante al Bellini.
Ma le indagini sono state a 360° al punto che sono emerse ulteriori responsabilità da parte di Licio Gelli, Maestro della loggia massonica P2; l'imprenditore e banchiere Umberto Ortolani; l'ex prefetto ed ex capo dell'ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno Federico Umberto D'Amato e con il giornalista iscritto alla loggia P2 ed ex senatore dell'Msi, Mario Tedeschi, ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell'attentato.
Tutti e quattro sono morti e non potrà mai esserci un processo e la posizione dei presunti mandanti-finanziatori-organizzatori, indicati dai pg, sarà archiviata ma per i parenti delle vittime si tratta già di un passo significativo in avanti verso una piena verità.
Lo sforzo compiuto dagli organi inquirenti non è comunque vano e potrà essere sviscerato nel nuovo processo contro Bellini, "il quinto uomo".

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Licio Gelli © Imagoeconomica


Follow the money
Negli anni Ottanta Giovanni Falcone ebbe l'intuizione di contrastare la mafia seguendo le transazioni finanziarie bancarie e le tracce che venivano lasciate da quegli spostamenti di denaro. Quel metodo fu etichettato come "follow the money" (segui i soldi). Ed è proprio seguendo i flussi di denaro che i magistrati e la Guardia di Finanza hanno trovato il modo di collegare mandanti ed esecutori.
Partendo dallo studio degli atti del crac del Banco Ambrosiano sono stati compiuti una serie di accertamenti sul famoso "documento Bologna", sequestrato a Gelli nel 1982. Il 'pizzino' riportava l'intestazione 'Bologna - 525779 - X.S.', con il numero di un conto corrente aperto alla Ubs di Ginevra dal capo della P2.
Non solo.
Gli inquirenti avrebbero individuato parte di quel flusso di denaro: una prima tranche da un milione di dollari in contanti, consegnati direttamente da Licio Gelli ai Nar per l’esecuzione della strage del 2 agosto 1980.
Gli inquirenti, che hanno lavorato per due anni all’indagine sui mandanti della bomba, si dicono certi di un incontro avvenuto in una precisa località (sulla quale vige ancora il segreto) al quale parteciparono Gelli, accompagnato da un suo factotum, e alcuni esponenti dell’eversione di destra.
I soldi, per come ricostruito, arrivavano dal Banco Ambrosiano, attraverso conti cifrati in Svizzera. Da qui, attraverso un sistema di schermature, finivano poi nelle mani del Maestro "venerabile".
Sempre secondo le ricostruzioni dell'inchiesta quel milione di euro avrebbe fatto parte di una fetta maggiore di cinque milioni di dollari che a più riprese sarebbero usati per finanziare la strategia della tensione.

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Fabio Dean © l'Unità


Legame P2- eversione nera
Il nome del "Venerabile", morto nel 2015, non è affatto "estraneo" ai fatti che ruotano attorno alla strage (Gelli è stato già condannato per depistaggio nei processi sulla Strage) e nuovi elementi potrebbero essere svelati grazie all'ulteriore filone investigativo aperto contro altre persone "da identificare".
Come già spiegato grazie all’analisi dei flussi finanziari, sono dunque emersi i rapporti tra Gelli e i membri dei Nar in un'alleanza perversa tra massoneria deviata e neofascisti.
Ma vi sarebbe dell'altro, perché gli investigatori, approfondendo su questi rapporti, hanno anche individuato un legame di collegamento con componenti dei servizi di sicurezza, come il Sismi del piduista Giuseppe Santovito.
E' emerso nei giorni scorsi che vi sarebbe la testimonianza di un generale dei servizi militari, da tempo in pensione, che avrebbe riferito ai magistrati della Procura generale di Bologna che avrebbe anche spiegato i motivi per cui i Servizi di sicurezza coprivano i giovani attentatori dei Nar. "L’interesse della P2 - avrebbe risposto, secondo quanto riportato in un articolo su Il Fatto Quotidiano - era quello di favorire la stabilizzazione del sistema democratico italiano attraverso le operazioni di destabilizzazione del sistema stesso che provenivano dagli attentati terroristici della destra e della sinistra”.
L'ufficiale del Sismi avrebbe anche confermato l'esistenza e l'autenticità del "documento Westmoreland”, un “field manual” delle forze statunitensi elaborato all’inizio degli anni '60 sulla possibile reazione alleata di fronte alla possibilità dell’arrivo al governo di una forza comunista in un Paese del blocco occidentale di cui si parlò anche nelle inchieste che riguardavano Gladio.
Un altro documento ritenuto di rilievo, da parte degli investigatori, è il cosiddetto "documento artigli". Un appunto per il ministro dell'Interno, classificato come riservatissimo, datato 15 ottobre 1987 e firmato dall'allora capo della polizia Vincenzo Parisi, dove si ricostruiva il colloquio tra il legale di Gelli, Fabio Dean, ricevuto nell'ufficio del direttore centrale della polizia di prevenzione Umberto Pierantoni.
All'epoca Dean, parlando del suo assistito che in quel momento si trovava in carcere ed era in procinto di essere interrogato anche sulla strage del 2 agosto 1980, disse al suo interlocutore parole gravissime che risuonavano come una vera e propria minaccia allo Stato: "Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha, li tirerà fuori tutti". Nel documento, inoltre si fa riferimento ad "appunti con notizie riservate, che spetterà, poi, a Gelli avallare o meno, sulla base di come gli verranno poste le domande stesse".
Nuove prove sono state raccolte con la trascrizione di alcune intercettazioni come quelle del 18 gennaio 1996, tra Carlo Maria Maggi, ex leader di Ordine Nuovo, la moglie e il figlio Marco, secondo gli inquirenti ulteriore prova a carico di Paolo Bellini e che avallano la pista nera.

bellini paolo da reggioreport it

Paolo Bellini


Gli altri tre indagati per depistaggio e false informazioni ai pm
Nell’ambito dell’inchiesta risultano altri 3 indagati. Si tratta di Quintino Spella e Piergiorgio Segatel, indagati per depistaggio e Domenico Catracchia che dovrà rispondere di false informazioni al pm al fine di sviare le indagini in corso. Per quanto riguarda l'ex 007 Quintino Spella, dirigente del Centro Sisde di Padova all'epoca dell'attentato, la procura generale di Bologna nell'avviso di conclusione indagini scrive che Spella "negava il vero sostenendo di non avere incontrato nel luglio e nell'agosto 1980 (in particolare, nei giorni 15, 19 e 21/7 e 6/8) il magistrato di sorveglianza in Padova, Giovanni Tamburino, che lo aveva reso edotto di quanto appreso da Vettore Presilio, detenuto nel carcere di Padova, e in particolare: della preparazione di un attentato di notevole gravità, la cui notizia avrebbe riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo, nonché del progetto di attentato al Giudice Stiz che lo stesso gruppo terroristico aveva in programma dì compiere". Mentre l'ex carabiniere Segatel, per i magistrati, avrebbe dichiarato il falso al fine di ostacolare le indagini quando smentì Mirella Robbio (moglie dell'esponente di Ordine nuovo, Mauro Meli), la quale affermò che Segatel le fece visita poco prima del 2 agosto, dicendole che "la destra stava preparando qualcosa di veramente grosso" e chiedendole di riprendere i contatti con l'Msi di Genova e con gli amici del marito per "cercare di capire cosa fosse in preparazione". Segatel ha inoltre negato, secondo gli investigatori bolognesi mentendo, di essere andato a trovare Robbio dopo la Strage, dicendole "hai visto cosa è successo?" o una frase simile. Per gli inquirenti, infine, Segatel avrebbe mentito ancora quando ha dichiarato che la sua prima visita a Robbio era stata fatta per chiedere informazioni sull'omicidio del magistrato Mario Amato, e non per saperne di più sulla Strage che si stava preparando. L'ultimo dei presunti mentitori finiti sotto indagine è Domenico Catracchia, amministratore di condominio di immobili in via Gradoli a Roma, il quale avrebbe detto il falso negando di aver dato in affitto un appartamento nella strada romana, tra il settembre e il novembre 1981. Inoltre, secondo i procuratori sarebbe stato reticente, rifiutandosi di spiegare modalità e ragioni per cui Vincenzo Parisi, funzionario di pubblica sicurezza e poi direttore del Sisde, "si serviva di tutta l'agenzia" dello stesso Catracchia e, comunque, non avrebbe spiegato la circostanza, emersa in un'intercettazione ambientale, per cui Parisi si avvaleva dei suoi servizi per l'attività immobiliare.

I segreti inconfessabili
Quarant'anni dopo oggi si torna dunque a Bologna con la stazione che sarà intitolata “2 agosto”. A causa del Covid non ci saranno cortei, ma nulla impedirà ai manifestanti che saranno presenti di tornare a chiedere verità e giustizia. All'evento, a rappresentare il Governo oggi ci sarà il viceministro dell’Interno Vito Crimi: incontrerà i familiari nel cortile d’onore di Palazzo d’Accursio. Alle dieci in piazza Maggiore, dove i mille posti su prenotazione sono già esauriti, interverrà Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime. Quando lo raggiungemmo telefonicamente, per un'intervista, disse in maniera chiara che per la strage di Bologna, ma anche per altri delitti italiani, più che di misteri si deve parlare di "segreti che non vogliono essere svelati. La speranza è che finalmente il vento possa essere cambiato, magari partendo dal testo scelto dall'Associazione per il manifesto simbolo del 40esimo anniversario dell'esplosione alla stazione: "La Strage è stata organizzata dalla loggia massonica P2, protetta dai vertici dei servizi segreti italiani, eseguita da terroristi fascisti". Una verità "indicibile", perché dietro ad essa si nasconde il volto colpevole dello Stato.

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