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Estate 1993, la notte delle stragi del Continente

di Aaron Pettinari
Tanti interrogativi aperti 27 anni dopo

Firenze, via dei Georgofili (in foto), notte tra il 27 e il 28 maggio del 1993; Milano, via Palestro, notte tra il 27 e il 28 luglio 1993; stesso giorno, Roma, chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Sono queste i lughi delle cosiddette stragi in "Continente" perpetrate da Cosa nostra ormai ventisette anni addietro. In quei pochi mesi l'Italia ripiombò nel terrore dopo essere stata devastata, appena un anno prima, dalle morti dei giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e le rispettive scorte. Non bastò l'arresto del "Capo dei capi" Totò Riina, in gennaio, per fermare la follia stragista. Le bombe continuarono a scoppiare con tutta la propria potenza.

27 luglio 1993, tutto in una notte
In una Milano spopolata, in quella sera di luglio, l'agente di Polizia Locale Alessandro Ferrari notò la presenza di una Fiat Uno (che risulterà poi rubata qualche ora prima) parcheggiata in via Palestro, di fronte al Padiglione di arte contemporanea, da cui fuoriusciva un fumo biancastro e quindi richiese l'intervento dei Vigili del fuoco, che accertarono la presenza di un ordigno all'interno dell'auto. Fu un attimo e l'autobomba esplose uccidendo l'agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l'immigrato marocchino Moussafir Driss, che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina.
Erano le 23,15. Il Padiglione di Arte Contemporanea venne completamente distrutto ed altre dodici persone rimasero ferite. Pochi minuti dopo la stessa scena si verificò a Roma quando due ordigni esplosero, uno sul retro della Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha sede la Curia. L’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Nelle stesse ore venne registrato un black out a palazzo Chigi, la sede del Governo e le linee telefoniche rimasero isolate per alcune ore.

Le indagini ed i processi
Parte della verità sulla strage di via Palestro venne ricostruita grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco. Così, nel 1998, Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage di via Palestro nella sentenza per le stragi del 1993. Tuttavia nella sentenza veniva anche messo nero su bianco che: “Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica 'esterna'”.
Un nuovo capitolo si è poi aperto nel 2002 quando, sempre in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l'arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso ("uomini d'onore" di Misilmeri), identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell'esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente l'attentato. I fratelli Formoso vennero condannati nel 2003 all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Milano ed il giudizio venne confermato anche nei successivi gradi di giudizio.

Spatuzza ed i frammenti di verità
Nuovi frammenti di verità sulle stragi del 1993 sono stati portati nel 2008 grazie al pentimento di Gaspare Spatuzza. L'ex boss di Brancaccio in particolare riferì che lui, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Filippo Marcello e Vittorio Tutino (quest'ultimo, pur essendo condannato per le stragi di Firenze e Roma, assolto in via definitiva per quella di Milano, così che non potrà più essere chiamato alla sbarra, ndr) parteciparono ad una riunione in cui vennero decisi i gruppi che dovevano operare su Roma o Milano per compiere gli attentati; secondo Spatuzza, Formoso e i fratelli Tutino operarono su Milano e in un primo momento lui, Lo Nigro e Giuliano li raggiunsero per aiutarli nello scarico dell'esplosivo e nel furto della Fiat Uno utilizzata nell'attentato, per poi tornare a Roma al fine di compiere gli attentati alle chiese. Con le sue dichiarazioni di fatto Spatuzza scagionò anche Tommaso Formoso, dichiarando che all'attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l'esplosivo. Ciò non bastò a portare alla revisione del processo tanto che nell'aprile 2012 la Corte d'Assise di Brescia rigettò la richiesta adducendo che le sole dichiarazioni di Spatuzza non bastavano.
Con le stesse motivazioni, di fatto, nel giugno 2015 è stato assolto anche Filippo Marcello Tutino (già in cella ad Opera per la condanna inflitta dal gup di Palermo a 10 anni e 8 mesi di reclusione per essere un affiliato alla famiglia mafiosa dei Brancaccio, ndr), accusato di essere stato il basista della strage. Nelle motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Milano, infatti, si spiega che non basta la testimonianza di un collaboratore di giustizia, seppure attendibile, per arrivare alla condanna. “Le dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza in ordine alla strage di via Palestro, aventi anche carattere autoaccusatorio - scrivono i giudici - appaiono connotate da attendibilità intrinseca in base ai criteri di precisione, coerenza, costanza e spontaneità”. Mentre “appaiono infondate le contrarie deduzioni della difesa dell’imputato”. Secondo la Corte l'attendibilità di Spatuzza (accertata anche nell'ambito di altri procedimenti, ndr) “non si deve confondere con la verifica della sussistenza dei necessari riscontri alle dichiarazioni del collaboratore”. Nessuno tra gli elementi forniti da Spatuzza sul coinvolgimento di Tutino secondo giudici “assume un valore decisivo di riscontro individualizzante” a carico dell’imputato. Così come “nessun concreto elemento è ricavabile dalle dichiarazioni” di altri collaboratori di giustizia. Nonostante la “provata appartenenza” a Cosa Nostra, quindi, i giudici hanno assolto Tutino dall’accusa di strage con la formula “per non aver commesso il fatto”.

Il caos e la firma di Cosa nostra
Il sospetto che dietro a quelle stragi vi fosse la mano di Cosa nostra emerse sin da subito e le indagini passarono in fretta dalla procura di Milano a quella di Firenze in quanto l'esplosivo utilizzato nell'attentato era lo stesso di quello utilizzato in via dei Georgofili.
Oggi quale fosse il clima che si respirava all'epoca lo sappiamo con più certezza anche grazie alle deposizioni di tanti smemorati di Stato al processo trattativa Stato-mafia. A cominciare dall'ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Davanti alla Corte d'assise di Palermo ha confermato che dopo le bombe del '93 ai livelli più alti delle istituzioni di allora si ebbe immediatamente la consapevolezza di un attacco diretto da parte della mafia. L'ex presidente parlò esplicitamente “di un aut-aut nei confronti dello Stato da parte della mafia corleonese per alleggerire la pressione detentiva o, in caso contrario, proseguire nella strategia destabilizzante dello Stato”. Parole che ben fanno comprendere il clima teso dell’epoca, nel quale si sono consumate le stragi del '92 e '93.
Anche l'ex Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi fornì importanti tasselli per fornire una chiave di lettura. Ciampi, all'epoca, era particolarmente preoccupato per lo strano black-out di Palazzo Chigi. Dopo la notte delle bombe, annunciò di voler riformare i servizi segreti e il 2 agosto 1993, partecipando a sorpresa alla commemorazione della strage di Bologna del 1980, intervenne dal palco: “È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”. Anni dopo, ai pm di Palermo, ha aggiunto: “Ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi”.
Ed ecco dunque le domande che scorrono. A cosa si riferiva Ciampi quando parlava di “torbida alleanza di forze”?
Nel corso del tempo sono state raccolte alcune certezze come la relazione della Dia dell’agosto '93 in cui si forniva una lettura chiara sulla natura delle stragi addirittura utilizzando il termine “trattativa”. “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati - scrive la Dia - Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”. “Verosimilmente – continua la nota – la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”.
Gli investigatori della Direzione antimafia avvertono anche i rischi che si sarebbero corsi qualora vi fosse una revoca “anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis”. Questa infatti “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. Il risultato? Nel novembre successivo, appena due mesi dopo l’arrivo della al Ministero degli Interni, il Ministro della Giustizia Giovanni Conso lascerà scadere il regime di 41 bis per 373 detenuti mafiosi. Tutti fatti di cui si è approfondito nel processo trattativa Stato-mafia conclusosi in primo grado con le condanne di boss mafiosi, ex politici ed ex ufficiali dell'Arma.

Punto di domanda
Ventisette anni dopo ricostruendo i fatti è evidente che in quella stagione il Sistema criminale cambiò gli obiettivi di quel progetto di attacco allo Stato, ma il fine era sempre quello: sovvertire l'ordine Costituzionale, destabilizzare lo Stato e convincerlo a cedere sul fronte della repressione contro le mafie.
Tuttavia restano aperti numerosi quesiti.
Un primo interrogativo riguarda proprio la scelta dei luoghi da colpire. Attentare al patrimonio artistico e culturale di un Paese, non manifesta solo la volontà di metterlo all'angolo, ma quasi annientarlo. “Ti immagini se l'Italia si sveglia e non trova più la Torre di Pisa?”, avevano suggerito a Nino Gioè, nel tentare di convincere la mafia a procedere con gli attentati per tutta la Nazione. A dargli l'idea, forse, la Primula Nera, l'ex terrorista nero e legato ai servizi segreti, Paolo Bellini. Il sospetto che dietro a quegli attentati non vi fosse solo Cosa nostra è più che legittimo. Chi ha indicato alla mafia i luoghi da colpire? Sicuramente appare difficile pensare che i boss palermitani siano stati grandi esperti d'arte da sapere che in via Palestro vi fosse il PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) ed è un dato di fatto che, sul piano artistico, di luoghi da colpire ve ne fossero di più importanti. Del resto vi è persino il dubbio che sia stato veramente questo l'obiettivo. Proprio Spatuzza ha dichiarato che “a Milano sorsero problemi e l’obiettivo venne mancato di 150 metri”.
A circa cento metri dal museo si sarebbe trovata una sede massonica: il Centro Europeo di comunicazione, guidato dal Gran Maestro Giuliano Di Bernardo. Poco distante, poi, vi era presumibilmente un ufficio dei Servizi Segreti ed anche gli uffici di Marcello Dell'Utri, oggi imputato al processo trattativa Stato-mafia e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Quella bomba esplosa in anticipo, che secondo i pentiti non avrebbe dovuto fare vittime, doveva essere un messaggio per queste organizzazioni o per lo stesso ex senatore?
Resta avvolto nel mistero chi ha acceso la miccia o chi ha guidato l'auto fino al PAC. Assolti entrambi i fratelli Tutino, vi sono dei testimoni che parlano di una donna, bella, bionda e magra, probabilmente sotto i trent'anni (identikit simile a quello fornito da altri testimoni sull’attentato di via Fauro a Roma). Potrebbe essere stata lei a parcheggiare la Fiat Uno per poi dileguarsi su un'altra autovettura con due uomini a bordo. Quell'identikit però sparisce completamente dalle indagini e, di conseguenza, anche dalle sentenze.
Della presenza di una donna si parla anche a Firenze e di recente ne ha parlato il magistrato Gianfranco Donadio in Commissione Parlamentare antimafia. I collaboratori di giustizia invece non hanno mai confermato il coinvolgimento di donne in queste stragi.

Non solo Cosa nostra, anche la 'Ndrangheta dietro la strategia stragista
Un altro importante filone di indagine su quella stagione di stragi di Stato è quello che lega Cosa nostra, la 'Ndrangheta e le componenti di un sistema criminale (Uomini della massoneria 'deviata' e dell’eversione nera a loro volta legati a Cosa Nostra e altre consorterie mafiose come la ‘Ndrangheta, e pezzi delle istituzioni che ruotavano attorno agli apparati di sicurezza) che al tempo aveva l'esigenza di ricollocarsi di fronte ai nuovi equilibri politici ed economici che si manifestavano a livello nazionale ed internazionale.
Un capitolo che è stato ricostuirto nel corso del processo 'Ndrangheta stragista, che ha visto le condanne nei confronti di Giuseppe Graviano ed il mammasantissima Rocco Santo Filippone. "Attorno alle stragi - aveva spiegato il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nel corso della sua requistoria - ruotano le grandi componenti mafiose, ad un livello riservato e segreto che assume decisioni straordinarie come quelle di portare avanti la strategia stragista e che passava da tutta una serie di interessi convergenti legati al crollo di una stagione politica specifica. Una stagione che ruotava attorno al crollo comunista e vedeva il disgregarsi di una serie di forze massoniche di ispirazione gelliana e nuovi referenti politici, nel momento in cui i vecchi non erano in grado di garantire più nulla".
E' in questo contesto che si formano le stragi e le trattative. E' in questo contesto che si pensa ad un nuovo progetto politico. Inizialmente, ha ricostruito il processo calabrese "si immaginava di sfruttare le potenzialità elettorali della Lega nord e, come abbiamo visto da alcune testimonianze, su indicazioni di Gelli e anche di pezzi del Vaticano si porta avanti il progetto della Lega meridionale. Un progetto che in realtà diventa una mera copertura nel momento in cui quelle componenti criminali sanno che Forza Italia sta per diventare un soggetto politico effettivo". Anche per questo motivo, secondo il pm, un attentato come quello che ha colpito la chiesa di San Giovanni in Laterano, "che è la sede del vescovo di Roma". Un attentato, dunque, dal valore simbolico. Un messaggio alla Chiesa e a quelle componenti che con il Sistema criminale avevano un dialogo.

Rivendicazioni uniche
Un altro elemento che unisce le stragi rispetto ad un "disegno" più ampio è la rivendicazione degli attentati con la famigerata sigla "Falange Armata", utilizzata
per la prima volta nell'aprirle 1990 con l'omicidio dell'educatore carcerario Umberto Mormile, ad opera della famiglia di 'Ndrangheta dei Papalia. Quella sigla verrà utilizzata da "diverse componenti" e nel corso degli anni fino a divenire "ad uso e consumo" anche dei mafiosi con una lunga serie di rivendicazioni di stragi e delitti eccellenti. Dagli omicidi del politico Dc Salvo Lima e del maresciallo Giuliano Guazzelli, alle bombe di Capaci e via d'Amelio, per poi passare alle stragi "Continentali" di Roma, Firenze e Milano nel 1993 per p oi arrivare agli attentati avvenuti tra il dicembre 1993 ed il febbraio 1994. La strage dello stadio Olimpico, fortunatamente fallito, doveva essere il colpo di grazia. Gli attentati contro i carabinieri in cui morirono anche due appuntati (Antonino Fava e Vincenzo Garofalo uccisi il 18 gennaio 1994 sull'autostrada Salerno-Reggio, ndr) rientravano in quella strategia di attacco allo Stato. Poi, all'improvviso, più nulla. E' da qui che deve ripartire la ricerca dela verità per comprendere cosa è avvenuto con quella stagione, di bombe, progetti eversivi, torbide manovre e ricerca di nuovi referenti politici. Sono le indagini sui mandanti esterni per un impegno che necessariamente passa attraverso più procure. Ad attendere una risposta non solo i familiari delle vittime di quelle stragi, ma un'intera Nazione.

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