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Giovanni Lizzio, l'ispettore anti-racket di Catania

lizzio giovanni verticale 610di AMDuemila
28 anni fa il delitto compiuto sull'altare della Trattativa

Erano passate da poco le 21.30 quando a Catania, il 27 luglio 1992, due sicari a bordo di un ciclomotore aprirono il fuoco contro una Alfa 75 ferma al semaforo in via Leucatia. Al volante si trovava l'ispettore catanese Giovanni Lizzio che morì poco dopo in ospedale. 6 i colpi esplosi dai killer che centrarono testa e torace. Felicemente sposato e padre di due figlie, Lizzio al tempo era ispettore capo della Squadra mobile di Catania. Il suo era un lavoro costante e senza tregua incentrato nel contrasto alle famiglie mafiose della città. In quegli anni Lizzio redisse un vero e proprio archivio delle famiglie mafiose del catanese, riuscendo a determinare cosche vecchie e cosche emergenti, nomi, cognomi, luoghi e attività. Nel 1991 l’ispettore era stato trasferito proprio al nucleo anti-racket e la sua guerra alle estorsioni e alle prepotenze della corruzione divenne ancora più accesa. In quel periodo era riuscito a strappare dalla morsa delle estorsioni gran parte degli imprenditori e commercianti catanesi. All’epoca quasi tutti pagavano il pizzo a Catania e l’attività di Giovanni Lizzio iniziò a dar fastidio non solo ai grandi capi che richiamavano l’ordine da Palermo, ma anche ai clan cittadini altrettanto potenti e sanguinari.
Presto dunque il nome dell'ispettore venne inserito nella lista degli indesiderati delle cosche catanesi che, pur di toglierlo di mezzo, decisero che era giunto il momento di alzare il tiro e cominciare anche loro a commettere delitti eccellenti sulla scia di Cosa nostra palermitana (da poco erano stati ammazzati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone). Per Catania, infatti, era la prima volta che la mafia assassinava un uomo di "Stato", un appartenente alle istituzioni. Anni più tardi i magistrati scoprirono che quel delitto rientrava all'interno della strategia stragista di Cosa nostra. In pratica si trattava di un favore che i corleonesi avevano chiesto ai catanesi della potente famiglia Santapaola, come ha rivelato il pentito Giuseppe Di Giacomo, la quale partecipò solo con alcuni attentati a quella strategia di bombe perché, ha spiegato Di Giacomo al processo contro Matteo Messina Denaro, "i Santapaola non volevano direttamente partecipare alle stragi".

I risvolti giudiziari
Fin da subito le indagini vennero sviate allontanando tutti i sospetti dall'omicidio di mafia. Si parlava infatti di delitto dovuto a pettegolezzi o ragioni d'amore. Tanto che alle esequie non parteciparono nemmeno il ministro dell'Interno, Nicola Mancino, e il capo della polizia, Vincenzo Parisi. Solo anni dopo (nel 1998), con le confessioni del pentito Natale Di Raimondo, si ridiede onore alla memoria di Lizzio, e un po’ di pace alla sua famiglia. La testimonianza di Di Raimondo inserì l'omicidio Lizzio come uno dei tasselli della sfida di Totò Riina allo Stato, con il benestare di Nitto Santapaola, che pur all'inizio si dimostrò titubante. Dopo indagini lunghe e complesse, si arrivò quindi al processo "Orsa Maggiore", alla fine del quale Nitto Santapaola fu condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio, mentre vennero assolti i boss Aldo Ercolano e Calogero Campanella. Nel giugno 1998, vennero condannati a 12 anni di reclusione, in qualità di esecutori materiali del delitto, Natale Di Raimondo e Umberto Di Fazio a 12 anni di reclusione. Vennero condannati a 30 anni di carcere, inoltre, Francesco Squillaci e Giovanni Rapisarda, poi assolto in Appello. Assolti, invece, Filippo Branciforti e Francesco Di Grazia.

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