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Processo Stragi '92, Mariano Agate e la missione romana di Cosa nostra

di AMDuemila
Prosegue la requisitoria del pm Gabriele Paci

"Prima di consegnarsi in carcere il 1° febbraio, lo storico boss Mariano Agate lasciò le chiavi di un appartamento utilizzato da altri boss durante la missione romana del '92 in cui doveva morire Giovanni Falcone". A dirlo, ricostruendo la spedizione nella a Roma del superlatitante Matteo Messina Denaro è il pm Gabriele Paci, durante la requisitoria contro il boss di Castelvetrano, accusato diessere mandante delle stragi del 1992. In quell'occasione, come aveva spiegato sempre il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Messina Denaro era giunto nella capitale con un piccolo commando per uccidere Giovanni Falcone e altri obbiettivi sensibili. Tra questi Andrea Barbato, Michele Santoro, Enzo Biagi e il presentatore Pippo Baudo. "La sentenza della corte d'Appello di Catania sull'attentato a Borsellino, tende a sminuire l'importanza di questa missione romana, durata dal 24 febbraio al 4 marzo, ma è mio compito dimostrare alla Corte come non ci sia stata una certosina tendenza a studiare questa circostanza", ha detto il magistrato in aula.
Il 30 gennaio la corte di Cassazione aveva confermato la sentenza del Maxiprocesso e l'indomani Agate (capo del mandamento di Mazara del Vallo) "incontrò Riina per comunicargli le sue intenzioni. Riina gli disse 'lascia le chiavi', riferendosi a un appartamento occupato dal boss durante un soggiorno obbligato a Roma. L'abitazione venne utilizzata poi da Vincenzo Sinacori e Francesco Geraci (fedelissimi di Messina Denaro, poi divenuti collaboratori di giustizia), ma l'acqua non funzionava e i due alla fine si trasferirono in un'altra casa, in cui si trovavano già Matteo Messina Denaro e Lorenzo Tinnirello"."Noi eravamo autorizzati da Messina Denaro ad uccidere - disse Sinacori - per piazzare un'autobomba invece avremmo dovuto informare Riina" in quanto era necessario l'intervento di un artificiere che sarebbe dovuto arrivare da Brancaccio. Poi il piano finì in soffitta perché si ritenne che il magistrato non poteva essere ucciso senza fare altre vittime e quindi si virò sul giornalista Maurizio Costanzo, che all'epoca aveva condotto delle trasmissioni contro la mafia. Non viene ucciso soltanto perché in quei giorni, dopo aver registrato le puntate nel quartiere Parioli, raggiungeva la casa dell'allora ministro Vincenzo Scotti, presidiata dalle forze dell'ordine. Ucciderlo con un autobomba avrebbe svelato l'intero piano delle Stragi. "Non ci fu alcuno stop alla missione romana, ci sono dei metodi coordinati, tanto che Messina Denaro non annulla gli omicidi, ma spedisce Sinacori da Riina per capire cosa fare e se eventualmente intervenire con l'esplosivo", ha detto Paci. Il 4 marzo l'allora reggente di Mazara del Vallo tornò in Sicilia e quando va a trovare Riina incontra Giovanni Brusca, anche lui sul posto per incontrare il boss dei corleonesi. "Nessuno dei due sapeva cosa faceva l'altro e le loro versioni si sono incrociate proprio durante i processi", ha aggiunto il pm. Sinacori raccontò che Riina gli disse: "fermatevi lì, perché ci sono cose piu importanti". Il messaggio arrivò anche a Roma e l'intero gruppo tornò in Sicilia. Proprio in quell'incontro, Brusca era stato informato che da Riina della missione romana, perché "Riina si lamenta di un gruppo di giovanotti che fanno la bella vita e non quagliano, facendo riferimento a Matteo Messina Denaro", ha detto Paci.

"Calcara ha inquinato i pozzi per chiarire i capi clan trapanesi"
Durante la requisitoria, davanti al presidente della corte d'Assise di Caltanissetta Roberta Serio, il pm Gabriele Paci si è soffermato anche sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia come Vincenzo Calcara circa gli eccidi mafiosi. "Calcara - ha detto l'accusa - è un collaboratore che ha inquinato l'acqua nel pozzo per chiarire i vertici della mafia trapanese". Sentenze come quella della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta "si basarono sul dato di fatto che Agate fosse un boss riconosciuto e molto influente nella zona trapanese", ha aggiunto il magistrato durante la requisitoria, giunta alla quinta udienza consecutiva. "La sentenza di primo grado aveva stroncato le accuse per Agate, confermando che non era capo della mafia di Trapani, come invece aveva dichiarato il pentito Vincenzo Calcara e adottato dai giudici di Appello", ha aggiunto il pm.
"Mariano Agate aveva tutti i titoli per rafforzare il convincimento di Riina - ha spiegato Paci - ma non è possibile affermare che lui fosse il rappresentante provinciale di Cosa nostra, così come non è possibile affermare che abbia partecipato alle riunioni di Enna del 1991", anzi "ho fortissimi dubbi che sia Mariano Agate, perché era in libertà vigilata e avrebbe rischiato di farsi arrestare nel tragitto. Non vuol dire che Agate non abbia influito sulle decisioni di Riina sulla strategia stragista - ha continuato - anche se Agate è quello che consegna le chiavi dell'appartamento romano a Vincenzo Sinacori, poco prima di consegnarsi in galera". L'incontro avvenne poco prima della partenza per la missione romana. "Picciotti, occhi aperti", avrebbe detto Mariano Agate, consegnando le chiavi a Enzo Sinacori in un incontro a Mazara del Vallo in cui parteciparono anche Matteo Messina Denaro e il suo amico-gioielliere Francesco Geraci. "L'apporto dato da Messina Denaro ebbe l'effetto di rafforzare ulteriormente, oltre a quello che aveva fatto nella fase deliberativa nell'ottobre '91 - ha aggiunto - certo, la soluzione che scelse Riina da luogo a un'accelerazione che si presta a molte letture. Quell'accelerazione è frutto di una fretta che né (Francesco) Geraci, né (Vincenzo) Sinacori, né (Antonio) Scarano (che parteciparono alle ricerche di Falcone a Roma, ndr) confermano fosse mai stata percepita, ne prima ne dopo la missione romana. Manca qualcosa nel loro racconto che certamente Messina Denaro non gli riferi'".

Fonte:AGI

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