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Robert De Niro: ''Trump? Un gangster e un corruttore, dovrebbe andare in carcere''

di AMDuemila
L’attore statunitense torna all’attacco contro il Tycoon: “Nella gestione della pandemia ha compiuto errori gravissimi
E sull’Italia: “Paese più bello del mondo, dal caos farà rinascere la sua bellezza

Robert De Niro, due volte premio Oscar e leggenda del cinema statunitense, è tornato a parlare di sé. E lo ha fatto raccontando dell’Italia, paese al quale è molto legato in primis per le origini della sua famiglia, e della politica americana, in particolar modo della presidenza di Donald Trump. De Niro fin dai tempi dalla campagna elettorale del Tycoon è stato uno dei suoi più grandi oppositori nel mondo dei Vip, arrivando addirittura a “minacciare” di malmenarlo in un video. Un sentimento di repulsione, il suo, che tutt’oggi, a distanza di anni e a pochi mesi dal termine del mandato, permane. “Ritengo che Trump non meriti altro, l’unica alternativa è mandarlo in galera: è un gangster, profondamente corrotto, che corrompe il tessuto del nostro paese. - ha detto l’attore intervistato da Repubblica - Inoltre ha dimostrato di essere un inetto e ha enormi responsabilità morali: anche nella gestione della pandemia ha compiuto errori gravissimi, parlando per molto tempo di una bufala. Mi chiedo quanti morti si sarebbero potuti evitare: è arrivato a dire "se siamo bravi moriranno 100.000 persone", e nel giorno in cui si è raggiunta quella tragica cifra si è fatto fotografare mentre giocava a golf. Rappresenta un’enorme vergogna per gli Stati Uniti, e ha fatto crollare la credibilità dell’intero paese, riuscendo a far rivalutare George W. Bush”. All’osservazione del giornalista sul fatto che Trump è al potere perché gli americani lo hanno votato De Niro ha risposto: “Perché abbiamo un sistema elettorale folle e antiquato: Hillary Clinton avrà pure commesso molti errori, ma nel conteggio del voto popolare ha ottenuto tre milioni di voti in più, la maggioranza degli americani non è con Trump. Mi rifiuto però di continuare a lamentarmi su quel risultato infausto: ora bisogna fare di tutto per vincere le prossime elezioni e gli ultimi sondaggi sono incoraggianti. Tuttavia, da gangster quale è, Trump farà qualunque gioco sporco pur di rimanere al potere: ci aspettano mesi difficili, ma speriamo di festeggiare anche noi la liberazione”. De Niro si è quindi chiesto se l’elezione di Donald Trump 4 anni fa non sia in qualche modo lo specchio di un blocco socio-culturale che appartiene all’America contemporanea. “L’America contemporanea ha tante personalità di altissima qualità sia a livello culturale che artistico che politico. - ha detto l’attore e regista - Se andiamo nel passato basti citare Franklin Delano Roosevelt, o Lyndon Johnson, che ha posto fine alla segregazione rinunciando all’elettorato del sud: gesti come questi mostrano uno statista e non un politicante. Riguardo a Trump è corretto parlare di degenerazione, perché è radicato in quel sottogenere televisivo - non solo americano - che è la reality TV. Chi non conosce quel sottobosco lo prende per quello che è, una barzelletta, ma esiste un mondo che apprezza la semplificazione volgare e violenta di ogni cosa. Devo ammettere che, come molti americani, non mi sarei mai aspettato un’evenienza di questo tipo, e l’aver ignorato quel mondo è un elemento sul quale siamo costretti a riflettere: è insufficiente limitarsi a deriderlo e a condannarlo”.

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Donald Trump © Imagoeconomica



In questo senso, secondo Robert De Niro, l’arte e nel suo caso il cinema, può rappresentare un validissimo sistema di denuncia sociale e resistenza culturale. “Il cinema è una grande arte, e come tale racconta l’esperienza umana. - ha spiegato - Inoltre è un’arte popolare, che coinvolge la gente per farla sognare. Il modo più immediato per combattere sarebbe quello di realizzare opere d’attacco, in qualche modo di propaganda ma questo è forse sbrigativo, e non so quanto efficace. Il cinema, ma vale per ogni altra forma d’arte, ha ottenuto i maggiori risultati artistici e politici quando ha raccontato indirettamente un clima o un dramma: pensa ai grandi film sul Vietnam. Oppure quando ha proposto alternative positive, e mi viene in mente l’ottimismo di Frank Capra. I registi americani hanno dentro di sé un mondo interiore molto più nobile di quello rappresentato da Trump: già raccontare questo mondo è un atto di opposizione”. Tornando, invece, alla sfida a “cazzotti” dell’attore a Donald Trump, De Niro ha spiegato di aver risposto al suo atteggiamento da gangster arrogante. “Ho utilizzato il suo linguaggio. Mi è capitato di leggere un articolo a firma di Roxana Robinson, il cui titolo era "Trump e la cultura criminale". È un’analisi di come questo vergognoso presidente abbia in tutto e per tutto un linguaggio e una "cultura" criminale. C’è l’analisi del suo rapporto con il suo mentore Roy Cohn, avvocato di molti gangster. E poi il modo in cui costringeva Comey, allora direttore dell’FBI, ad inchinarsi ogni volta che parlava con lui, come atto di sottomissione. Per non parlare dell’incontro con Vladimir Putin a Helsinki, dove, ignorando ogni protocollo, ha chiesto che non fosse presente nessuno tranne il traduttore e poi ha preteso di controllare personalmente le sue note prima che fossero date alla stampa: la prima regola dei gangster è quella di non avere testimoni e occultare le prove. Ci sono molti altri esempi che ribadiscono un’attitudine puramente criminale: Comey venne licenziato perché nel primo incontro il presidente gli chiese di giurargli fedeltà. Da buon servitore dello Stato, Comey si rifiutò, dicendogli tuttavia che era pronto a giurare onestà.
Racconto questi episodi per ribadire come sia lui l’eccezione a quello che è l’America: esiste per fortuna un mondo onesto che sta cercando riscatto”.
L’intervista si è chiusa parlando della sua amata Italia che in questo momento sta attraversando un periodo difficile a causa della pandemia. L’Italia “rimane il paese più bello del mondo, e quello che storicamente ha dato più di ogni altro in termini culturali e artistici. Oggi mi sembra che viva un momento molto caotico ma ho l’impressione - ha concluso - che questa sia una costante della sua storia e che forse proprio da questo caos nasca la sua bellezza”.

Foto di copertina © Josh Jensen

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