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Carlo Palermo: ''Da Ilaria Alpi alle stragi, una visione di insieme sui segreti di Stato''

di Aaron Pettinari
Intervista al legale della famiglia Alpi sui 26 anni di misteri

In queste settimane, se non fosse scoppiata l'emergenza sanitaria internazionale sul Coronavirus che ha portato a ridurre anche le attività della macchina giustizia, era prevista la scadenza dei termini per le indagini, disposte dal Gip di Roma lo scorso ottobre, sul doppio omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. A ventisei anni di distanza dalla loro morte non si ha ancora una verità. Per la giustizia italiana, allo stato, non ci sono colpevoli, non ci sono moventi, non ci sono mandanti. Solo una certezza: l'esistenza di un depistaggio scandaloso che ha portato alla prigionia di un innocente. Uno dei tanti capri espiatori che spesso vengono immolati per nascondere delitti di Stato.
Lo ha messo nero su bianco la Corte d'appello di Perugia che nel processo di revisione ha assolto Hashi Omar Hassan per non aver commesso gli omicidi.
Per due volte consecutive la Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione del caso. E per due volte il Gip ha detto "No!", predisponendo ulteriori accertamenti. Cosa accadrà ora? Si potrà mai arrivare ad avere un barlume di verità? Ne abbiamo parlato con Carlo Palermo, oggi legale della famiglia Alpi, già giudice istruttore presso il Tribunale di Trento (prima) e di Trapani (poi), sopravvissuto di quella strage del 2 aprile 1985, anche nota come strage di Pizzolungo, che lo vedeva come obiettivo e che spazzò via le vite di Barbara Rizzo, 30 anni, e dei suoi figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe Asta, di appena 6 anni.

Dottor Palermo, sono trascorsi 26 anni dall’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Oltre un quarto di secolo. Il gip di Roma, lo scorso ottobre, ha disposto ulteriori accertamenti investigativi. Cosa dobbiamo aspettarci?
Purtroppo, a causa di questa emergenza sanitaria, dovremo attendere ancora qualche tempo per avere una risposta. Qualsiasi chiusura di indagine comporterebbe delle udienze che al momento non sono possibili in quanto la precedenza è data ai procedimenti con particolare urgenza. Guardando agli accertamenti ulteriori personalmente parto da alcuni dati. Nel luglio 2007 la procura di Roma chiese per la prima volta l'archiviazione dell'inchiesta-stralcio sull'omicidio che era stata aperta subito dopo la condanna di Hassan (poi dimostratosi innocente) per il quale si era ipotizzato il "concorso con ignoti". Nel febbraio 2010 il gip Cersosimo bocciò la richiesta di archiviazione ordinando nuovi accertamenti in quanto, secondo il giudice, il caso Alpi era un omicidio su commissione, con l'intento di far tacere i due reporter. A seguito del processo di revisione di Perugia nel 2017 viene aperta un'inchiesta specifica sull'anomala gestione in Italia di Gelle, il testimone chiave che aveva accusato falsamente Hassan e dopo appena cinque mesi venne chiesta l'archiviazione in quanto, per i pm, non solo non appariva possibile risalire ai mandanti e agli esecutori materiali del duplice delitto ma non esisteva neppure alcuna prova di presunti depistaggi. Nel 2018 c'è stata la prima proroga alle indagini. Nel febbraio 2019 la procura capitolina, chiedendo una nuova archiviazione, ha asserito che i nuovi elementi vagliati si sono "rivelati privi di consistenza". Noi, assieme alle altre parti civili, ci siamo opposti a quell'archiviazione e ad ottobre il Gip Andrea Fanelli ha rigettato per la seconda volta la richiesta di archiviazione avanzata dal pm della capitale. Adesso io non sono a conoscenza degli atti che stanno compiendo gli investigatori. Ma il dato è che la Corte d'appello di Perugia, nella sua sentenza, ha completamente smontato le ipotesi accusatorie sostenute dalla Procura di Roma. E sinceramente non ho molte speranze. Dobbiamo comunque attendere.

Parlando del caso Alpi lei aveva rappresentato come vi fosse una coincidenza di nomi che comparivano nelle indagini con quelle che ha condotto a Trento, come giudice istruttore, sul traffico di droga e armi che risaliva ai primi anni'80. Cosa voleva dire?
Questo è un altro di quei punti sui quali riesce difficile colloquiare con la Procura di Roma. Perché se si parte dal presupposto che gli accertamenti debbano essere limitati a quelle circostanze di fatto, sui quali gli investigatori romani hanno proceduto in passato, allora son convinto che molto difficilmente si può trovare la verità. A mio parere le indagini devono essere allargate.
Il duplice omicidio Alpi-Hrovatin, avvenuto nel 1994, non può essere considerato come un episodio avulso dalla storia che in quel momento si stava sviluppando e che riguardava il rapporto tra Italia, Somalia ed altri Paesi come gli Stati Uniti d'America. Vi sono state delle situazioni che hanno visto, sin dal lontano 1978, dei rapporti che si sono sovrapposti a quell'istituto della cooperazione per aiutare e sostenere la Somalia.
Fu da allora che si crearono dei traffici di armi che nel corso degli anni hanno creato una serie di rapporti anche illeciti che hanno nel tempo fatto emergere delle "punte di iceberg". L'ultima è quella del 1994 nella quale persero la vita Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ma numerose altre vicende sono incappate in quella storia.
Nell'indagine di Trento avevo scoperto che dalla Turchia arrivava la droga, che poi finiva in Sicilia e da qui era smistata in Francia, Svizzera e Stati Uniti. Armi e terrorismo costituivano parti inscindibili di patti segreti. Solo di recente, riprendendo le mie carte, ho scoperto la presenza a Trento di personaggi palestinesi. E da magistrato ho interrogato Stefano Giovannone (ex ufficiale del Sismi, già responsabile dei servizi segreti italiani in Libano) ponendolo in connessione con il traffico di armi con il Libano, la Siria, la Svizzera, l'Italia, e i terroristi.
Per tutti questi motivi, a mio parere, per poter approfondire e scoprire qualcosa in più sull'episodio di Ilaria Alpi, si dovrebbe cercare di ricostruire e ripercorrere il precedente itinerario degli illeciti che passava per i traffici di armamenti e rifiuti. Che lei fosse interessata ad entrambi risulta da quelle scarne, però esistenti, notizie presenti nei suoi appunti e che fanno riferimenti ad entrambi gli argomenti. Ma ci sono anche altri aspetti che vanno considerati.

Ovvero?
Non dobbiamo dimenticare che questo genere di traffici illeciti non si sviluppa su compartimenti stagni staccati. Le organizzazioni criminali, collegate con segmenti governativi, si interessavano ad entrambi i settori. Sia gli armamenti che i rifiuti tossici non erano un esclusivo interesse di soggetti privati, ma costituivano dei settori che consentivano traffici a soggetti che erano contigui al potere governativo. Solo il potere governativo può trattare armamenti o i rifiuti tossici nel proprio Paese. Elementi che sono emersi anche dalle famose intercettazioni, risalenti al 2012, e trasmesse dalla Procura di Firenze a quella di Roma. Della loro esistenza abbiamo appreso nel 2018.

Anche questo è uno dei temi d'approfondimento disposto dal Gip Fanelli nel giugno 2018.

Si, è stato ordinato alla Procura di accertare, anzitutto, le ragioni del ritardo della trasmissione a Roma delle carte provenienti da Firenze. Quegli atti facevano parte di un procedimento slegato dal caso Alpi, ma relativo a un traffico di camion dismessi dell'Esercito italiano verso la Somalia.
L'intercettazione riguarda cittadini somali che in quel periodo, nel 2012, operavano nel settore dei traffici illeciti. Parliamo di qualcosa che emerge 20 anni dopo il delitto del 1994, ma che vede ancora l'operatività dei medesimi canali. Da una parte soggetti operativi in Italia, dall'altra soggetti somali. Il gip dispose di sentire come persone informate sui fatti due di questi per capire "da chi è partito l'ordine di versare 40mila dollari all'avvocato Douglas Duale", difensore di Omar Hashi Hassan, unico imputato di questa vicenda prima condannato definitivamente a 26 anni di reclusione e poi assolto per non aver commesso il fatto nel processo di revisione a Perugia. Ma c'è anche da capire da chi è partita l'informazione che Ilaria Alpi era stata uccisa, a loro dire da militari italiani.
Emergeva che una parte del denaro che doveva essere elargito proveniva da autorità governative della Somalia. E questo fatto, evidentemente, sta ad indicare che nel 2012 c'era un interesse alto a pilotare il processo. Questi erano dati rilevanti che sono stati trasfusi nelle indagini di Roma solo 6 anni dopo il 2012.

C'era dunque un interesse di Stato?
Questo è l'argomento, una costante sempre presente. Interessi di Stato che interagiscono con la criminalità organizzata. Poi mi rendo anche conto che stiamo parlando di un Paese che non è democratico, e che alla presenza della criminalità organizzata va aggiunto quell'altro tipo di organizzazione rappresentata dalle propaggini vicine al terrorismo internazionale. E svolgere indagini in queste direzioni è tutt'altro che facile.

Guardando a questo quadro diventa difficile individuare eventuali responsabilità soggettive.
Ma per comprendere il perché di certi episodi non possiamo concentrarci solo sui frammenti. Forse non sarà facile individuare la responsabilità soggettiva di chi eseguì materialmente certe opzioni ma a noi cosa interessa, arrivati a questo punto, veramente? Scoprire chi ha premuto il grilletto o individuare il soggetto che ha deciso ed è responsabile di quell'azione? Io seguo questo altro tipo di ricerca. Perché mi rendo conto che se ci si vuol limitare ad indagare sulle responsabilità soggettive personali, individuare elementi di prova a tanti anni di distanza diventa un obiettivo troppo difficile da raggiungere. Anche perché potremmo parlare della responsabilità di persone che potrebbero essere morte o decedute.

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Carlo Palermo © Imagoeconomica


Tra le documentazioni acquisite, anche su richiesta vostra, la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, l’audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare e la sentenza di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.
Che elementi si possono trarre da essi? Partiamo da Rostagno.
Un discorso lungo che rientra nell'ottica più ampia di cui parlavamo prima.
Mauro Rostagno è morto sei anni prima nella zona di Trapani. Nel marzo 2019 è stata depositata la motivazione della sentenza d'appello con cui i giudici hanno confermato l'ergastolo per il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e assolto (riformando la sentenza di primo grado) il boss mafioso Vito Mazzara. Nelle sentenze di primo e secondo grado c'è tutta una ricostruzione sui motivi per cui il sociologo e giornalista sarebbe stato ucciso. E tra le possibilità c'era anche la scoperta di un traffico di armi internazionali. E' noto che Rostagno lavorava anche nella comunità Saman, la stessa dove lavorava ed aveva assunto un ruolo di primo piano Giuseppe Cammisa.
Questi fu accusato e incarcerato per l'omicidio di Mauro Rostagno, ma la sua posizione fu successivamente archiviata.
Il suo nome compare anche nell'inchiesta Alpi con quel suo nome in codice: Jupiter. Questi avrebbe avuto degli incontri con Ilaria e Miran a Bosaso, pochi giorni prima di morire. Giuseppe Cammisa non è mai stato ascoltato dai magistrati italiani e nemmeno dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul duplice omicidio.
Rostagno avrebbe anche scoperto la presenza, a pochi chilometri dalla sede della comunità Saman, del centro "Scorpione" dotato di una pista di decollo e atterraggio degli aerei, dove Gladio, la struttura paramilitare occulta messa in piedi dagli Stati Uniti nel dopoguerra per impedire la vittoria del Partito Comunista in Italia, operava.
Prestare attenzione agli elementi acquisiti anche in quei processi è importante per comprendere che tipo di evoluzioni vi sono state rispetto a certe strutture che sono sospettate di aver operato indisturbate in diverse epoche, nonostante i continui cambiamenti al vertice della Somalia.
Al di là delle possibili responsabilità soggettive, gli approfondimenti sono comunque doverosi perché i segmenti di collegamento sono diversi.
Quando iniziai la mia attività di legale mi occupai anche del caso Rostagno rappresentando la sorella, Carla. Nei primi anni Novanta mi opposi alla richiesta di archiviazione che fu presentata dalla Procura di Palermo ed ho potuto constatare che allora segnalai alcune circostanze specifiche di approfondimento delle quali non esiste traccia e che potrebbero confluire anche negli accertamenti sul caso di Ilaria Alpi. Non posso anticipare nulla ma, potrebbero portare a nuovi approfondimenti utili.

Prima ha citato il centro Scorpione e la struttura Stay Behind di Gladio. Di quest'ultima l'ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, oggi deceduto, pressato dalle inchieste di Felice Casson, allora magistrato inquirente alla procura di Venezia, ne rivelò l’esistenza nel dicembre 1990. Come si intreccia questa organizzazione con il caso della morte dei due giornalisti Rai?
Di recente sono emersi dei documenti da archivio del Sios Marina, il servizio d’intelligence della Marina militare (oggi non esiste più). A rintracciarli erano stati due giornalisti, Luciano Scalettari e Andrea Palladino, nel 2011, a 17 anni dall’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Documenti che contenevano messaggi in linguaggio militare e in codice con riferimenti eclatanti su operazioni fatte in Somalia. Alcuni dei documenti si riferiscono al marzo 1994. Si fa riferimento ad azioni che vanno oltre al ruolo di quella struttura in tempi anche successivi alla data del 10 aprile 1991, giorno in cui avrebbe dovuto cessare di esistere. Nei documenti compaiono anche dei nomi in codice. Alcuni illeggibili ed altri no. Tra questi vi è quello di Vicari, alias Vincenzo Li Causi, punta di diamante del servizio segreto militare e comandante del misterioso Centro Scorpione di Trapani di Gladio dal 1987 a tutto il 1990.
Altri nomi individuati sono quello di Jupiter, che è il nome di Cammisa, e Condor, che sarebbe riferibile a Marco Mandolini, sottufficiale del Col Moschin e capo scorta del generale Loi in Somalia, ucciso anche lui in circostanze mai chiarite nel giugno 1995 su una scogliera della Versilia.
Anche Li Causi morì in circostanze tutt'altro che chiare in un conflitto a fuoco in Kenya, al confine con la Somalia, nel novembre 1993. Pochi giorni dopo avrebbe dovuto fare rientro in Italia per essere ascoltato dal giudice Casson sulle attività del centro Scorpione.

Morti anomale e misteriose?
Ci sono state vittime, in quel periodo della nostra storia, molto particolari. Vennero uccisi soggetti che, ciascuno nella sua parte, avrebbero potuto accendere un piccolo faro che avrebbe potuto illuminare una realtà.

L'audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare, perché diviene importante?
Mori fu sentito quando era direttore del Sisde, nel novembre 2005. Un atto che è stato declassificato. In quell'occasione disse che erano stati trasmessi tutti gli atti, su richiesta del Cesis, sull'omicidio Alpi-Hrovatin. Ma è emerso che non tutti i documenti furono presentati. Dalla stessa Commissione parlamentare, che giunse a conclusioni nella sua relazione di maggioranza assolutamente discutibili, vennero constatate mancanze ed incompletezze nelle trasmissioni di atti.
E anche qui bisogna capire perché è avvenuto.

Anche per questo avete chiesto di acquisire gli atti del processo trattativa Stato-mafia?
Nel processo sono emersi una serie di elementi inquietanti sulle attività dei servizi segreti italiani, sia legate alle stragi del 1993 in Italia con le bombe di Firenze, Milano e Roma e sia sulle attività all'estero. Vi è anche un riferimento ad ufficiali e sottufficiali della VII divisione del Sismi (riferita a “Gladio” per intenderci) che facevano capo, in parte, al nucleo «K», inserito nella Sezione addestramento speciale (Sas), dislocato al di fuori della VII divisione, presso il Centro di intercettazione e trigonometria di Cerveteri. Ma nel processo si parla anche di altre azioni compiute dal Sid (Servizio Informazioni difesa, ex Sismi, attuale Aise, ndr), di cui Mori faceva parte, o la nascita della struttura parallela, finalizzata ad organizzare un colpo di Stato tra il '73 e il '74, chiamata la Rosa dei Venti.
L'idea è sempre quella. Allargare l'orizzonte evidenziando una serie di fatti rilevanti che vanno letti in maniera composita. Perché focalizzarsi circoscrivendo lo spazio temporale può essere un limite.

Un esempio?
Bisogna esaminare i fatti contestualmente. La morte di Mauro Rostagno è del 26 settembre 1988. Ci sono testimonianze che raccontano dell'incontro che il sociologo ebbe con il giudice Giovanni Falcone pochi mesi prima dell'agguato. Al di là delle distanze temporali dobbiamo domandarci il perché di quell'incontro. Pochi mesi dopo la morte di Rostagno, nel giugno 1989, Falcone subirà l'attentato all'Addaura. Possibile che i due fatti siano totalmente scollegati? Abbiamo il dovere di porci anche questa domanda e di coltivar il desiderio di ricostruire l'intera storia. Mi rendo conto che serve tanta pazienza e la volontà dell'autorità giudiziaria di andare in fondo alle questioni. Ai giovani magistrati di oggi si dovrebbe trasmettere proprio questa esigenza. Perché le conoscenze che abbiamo oggi, a 30-35 anni di distanza dai fatti, sono completamente diverse e si potrebbero capire più cose.
Di fronte ai segreti di Stato che si sono sviluppati nel corso della nostra storia serve una visione di insieme. La magistratura può cercare di far luce su certi fatti perché ha un potere separato ed autonomo rispetto alle autorità governative che presiedono le attività svolte dai servizi segreti.
Servizi che, se si guarda bene, nelle loro strutture sono una costante. A differenza dei governi che possono cambiare. Purtroppo, dalla nascita della nostra Repubblica ad oggi, abbiamo diversi frammenti oscuri della nostra storia. A causa di segreti che continuano a rimanere tali. Pian piano, però, qualcosa sta emergendo.

A rendere tutto più difficile ci sono i depistaggi che possiamo definire di Stato...
I depistaggi rappresentano il motivo per cui molti approfondimenti da parte della magistratura, oggi, non vengono effettuati. Perché bisognerebbe andare in contrasto, rivedere e modificare intere ipotesi accusatorie formulate trent'anni addietro. Non solo. Come dicevo poc'anzi oggi abbiamo un patrimonio cognitivo diverso rispetto al passato. Se guardiamo i capi di imputazione che riguardano la strage di Capaci o via d'Amelio e le accuse formulate all'epoca, nei primi anni Novanta, ci possiamo rendere immediatamente conto che il patrimonio cognitivo è diverso da quello che possiamo avere oggi.
In quegli anni, ad esempio, si sapeva appena qualcosa di Gladio. E vi fu uno sconvolgimento politico che non possiamo non considerare.

Cioè?
Praticamente quasi contestualmente alle stragi vi fu un discorso di fine anno sconcertante da parte del Presidente della Repubblica Cossiga che vale la pena rileggere: "Nei tempi attuali e nel delicato momento presente, il mio messaggio, il messaggio del Capo dello Stato, rappresentante dell'Unità Nazionale, non potrebbe e non dovrebbe giammai essere un evento soltanto formale, quasi un mero rito di circostanza. Non certo mancanza di coraggio o peggio resa verso le intimidazioni ma il dovere sommo, e direi quasi disperato, della prudenza sembra consigliare di non dire, in questa solenne e serena circostanza, tutto quello che in spirito e dovere di sincerità si dovrebbe dire; tuttavia, parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe, non sarebbe conforme alla mia dignità di uomo libero, al mio costume di schiettezza, ai miei doveri nei confronti della Nazione E questo proprio ormai alla fine del mio mandato che appunto va a scadere il prossimo 3 luglio 1992. Questo comportamento mi farebbe violare il comandamento che mi sono dato, per esempio di un grande Santo e uomo di stato, ed al quale ho cercato di rimanere umilmente fedele: privilegiare sempre la propria retta coscienza, essere buon servitore della legge, ed anche quindi della tradizione, ma soprattutto di Dio, cioè della verità. Ed allora mi sembra meglio tacere". Un balletto tra il dico e il non dico avvolto da segreti di Stato. Poco tempo dopo ci saranno le dimissioni, in anticipo di alcuni mesi dalla fine del proprio mandato. Un fatto per certi versi incomprensibile nella nostra storia. Poi ci fu l'elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, nei giorni immediatamente successivi l'assassinio di Falcone.

Dietro le stragi vi furono mandanti esterni?
Su tanti episodi della nostra storia si scorge la presenza di componenti esterni. Io capisco che, sul profilo procedurale, oggi ci troviamo in una difficoltà enorme. Perché indicare delle strade che vedono l'insieme delle responsabilità di queste componenti esterni contrasta con la dialettica processuale che si è ormai cristallizzata su capi di imputazione ed accuse antiche, scritte da persone e magistrati che avevano una conoscenza limitata all'epoca dei fatti. Come se i fatti fossero solamente quelli conosciuti da loro in quel momento. Ma non è così. Ancora oggi, a distanza di 35 anni, noi non abbiamo visto sciolte le riserve e le eccezioni sui segreti di Stato. Ed è questa la battaglia più grande. Perché i collaboratori di giustizia ci hanno offerto delle spiegazioni generiche che hanno colmato dei vuoti che avevamo, ma hanno anche creato delle motivazioni utilizzate per coprire tutto.
Ritengo che lo sforzo, almeno da parte di chi certi episodi li ha vissuti ed ha potuto cogliere alcune lacune e discrepanze che vi sono state, debba continuare a chiedere e sollecitare l'abolizione dei segreti di Stato, senza i quali non potremo comprendere appieno quel che è accaduto nel corso della nostra storia che, inevitabilmente, si riflette anche nel presente. Io non smetterò di insistere finché avrò la possibilità di farlo.

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