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Non solo omicidi, il pentito Squillaci rivela: ''Nitto Santapaola era protetto''

di Karim El Sadi
Agli atti dell'operazione Thor i verbali dell’ex killer
Il giorno della strage di Capaci brindammo ma Nitto era preoccupato

Vengono a galla nuovi retroscena sulle dinamiche della potente famiglia mafiosa catanese dei Santapaola-Ercolano. A rivelarli ai magistrati di Catania è il pentito Francesco Squillaci, uno degli ex killer prediletti di Nitto Santapaola (in foto), grazie al quale la procura etnea ha potuto fare luce su 23 omicidi di mafia con la maxi operazione “Thor”. “Durante la carcerazione noi uomini d’onore parlavamo spesso del fatto che Nitto Santapaola avesse amicizie importanti nell’ambito giudiziario e delle forze di polizia”, ha messo a verbale il 30 maggio del 2018 il collaboratore di giustizia. “Noi venivamo sempre a conoscenza prima che venisse effettuato un blitz nei nostri confronti - ha continuato - quando noi facevamo dei veri e propri summit presso la villetta di Ragalna, durante la latitanza di mio padre e poi durante la mia, noi eravamo tranquilli che nessuno delle forze dell’ordine sarebbe intervenuto”.
Sempre sul punto, riferendosi agli anni in cui il clan era particolarmente attivo sotto il profilo criminale, il pentito ha aggiunto che “noi uccidevamo persone, trascorrevamo la latitanza e facevamo summit a Ragalna, senza che nessuno ci disturbasse, mentre sarebbe bastato seguire i nostri parenti per arrestarci tutti. Ricordo anche che, quando Nitto mi disse che voleva venirci a trovare a Ragalna, io gli rappresentai il pericolo perché ci radunavamo numerosi affiliati per decidere o commettere omicidi, ma Nitto mi disse che non c’era alcun problema e che lì eravamo al sicuro, senza specificarmi altro”.

Brindisi amaro
Ai pubblici ministeri di Catania Francesco Squillaci ha riferito anche di una curiosa circostanza avvenuta il giorno dell’attentato a Capaci.
Alla notizia della strage, in televisione, brindammo”, ha ricordato Squillaci pentendosi di quell’aneddoto. Nel mentre però, l’unico a non lasciarsi trasportare dal clima di “euforia e entusiasmo”, sarebbe stato il capomafia Nitto Santapaola.
Nitto appariva preoccupato. - ha raccontato il pentito - Ci fece sapere che si sarebbe spostato di zona, cosicché difficilmente lo avremmo rivisto”. Il motivo? Secondo l’ex killer il padrino catanese sarebbe stato contrario alla strategia stragista decisa dai Corleonesi. I Santapaola infatti contribuirono all’attacco diretto allo Stato, come ha affermato anche il pentito Giuseppe Di Giacono (ex affiliato al clan dei Laudani,) solo con l’omicidio del commissario Giovanni Lizzio “per accontentare con il minimo sindacale”
L’omicidio Lizzio, Nitto l’aveva deciso a malincuore per accontentare i Corleonesi - ha proseguito Squillaci - Eugenio Galea mi aveva detto che non si era neanche presentato alla riunione fra i capi provincia prima della strage Falcone. Disse che non voleva fare correre dei rischi ai presenti, in realtà aveva paura per la sua incolumità, i rapporti con i Corleonesi non erano più così buoni. E Bagarella venne a Catania per fare uomo d’onore Santo Mazzei”.

squillaci francesco c nemo you tube

Il pentito Francesco Squillaci

Il tentativo dei corleonesi di scalzare i Santapaola
Ma le rivelazioni scottanti di Squillaci non terminano qui. Dai suoi lunghi interrogatori, in particolare quello datato 10 luglio 2018, emerge uno spaccato di inganni, strategie segrete, sotterfugi e omicidi. Tutto questo per arrivare ad ottenere l’egemonia su Catania, in mano ai potenti Santapaola, e togliere dai giochi questi ultimi. Anche al costo di una guerra. Per arrivare a questo Cosa nostra palermitana assoldò Santo Mazzei, uomo di fiducia dei corleonesi (affiliato da Leoluca Bagarella in persona) che ebbe il compito di creare una “succursale corleonese” a Catania per scalzare i Santapaola. Il capomafia Nitto, ha spiegato Squillaci, lo aveva capito e cercò di tenere a bada Mazzei inviando a sua volta un uomo di fiducia, Gino Rannesi, ad affiancarlo. “Voleva che questi (Rannesi, ndr) - si legge nella trascrizione dei verbali - stesse accanto a Mazzei occupandosi delle sue necessità per controllarlo in modo da riferire poi le sue strategie e quelle dei corleonesi”.
Nel 1998 al carcere di Bicocca venni informato da Iano Ercolano e Santo Battaglia che a Catania vi erano due famiglie di Cosa Nostra (quella dei Santapaola e quella che rispondeva a Santo Mazzei, ndr) e che presto sarebbe scoppiata una guerra all'interno dl Cosa Nostra catanese”, ha raccontato ai pm Squillaci. Di questo il collaboratore di giustizia ha dichiarato di averne parlato con Nunzio Zuccaro (arrestato nell’operazione 'Thor'), compagno di detenzione di Natale Di Raimondo (ex uomo d’onore che gestiva la cassa dei Santapaola e oggi collaboratore di giustizia, ndr). “Zuccaro mi confermò il progetto del Mazzei, ma mi disse che Di Raimondo - il quale dal carcere continuava a gestire il clan Santapaola unitamente a Eugenio Galea - si stava interessando della situazione”. In seguito, ha proseguito il proprio racconto Squillaci, “quando arrestarono nel 1998 Roberto Cannavò dei carcagnusi, questi mi disse in carcere che furono convocati da Nuccio Cannizzaro (cugino di Nitto Santapaola, ndr) a Catania con i fratelli Mascali, Michele Colaianni, Pippo Lanza detto ‘u nano’, ed altri”.
Cannavò era un carcagnusu ma era uomo di fiducia di Aldo Ercolano e poi di Nuccio Cannizzaro - ha precisato Squillaci - che si servivano di lui per avere notizie sugli incontri dei carcagnusi con i palermitani e i trapanesi. In questa riunione Nuccio Cannizzaro chiese al Cannavò se stava dalla loro parte, e avuto l'assenso, incaricò Cannavò dl andare in Pretura per interloquire in udienza con Mazzei, che era detenuto al 41 bis, per capire il progetto del Mazzei”. Quest’ultimo quindi disse a Cannavò di “stare tranquillo e di fare riferimento per i carcagnusi al suo referente Massimo Vinciguerra che nel frattempo in quel periodo era stato affiliato di nascosto dai palermitani”. A questo punto, ha detto Squillaci, Cannavò rivelò tutto ciò che apprese a Cannizzaro. In seguito, sempre intorno a quel periodo (fine 1997, inizio 1998), “Vinciguerra disse ai fratelli Mascali che Vito Vitale voleva conoscerli e fare loro un regalo (intendendo l'affiliazione). I Mascali in realtà non volevano andare a Palermo per timore di venire uccisi, ma Nuccio Cannizzaro, all'insaputa del Vinciguerra, li convinse ad andare per vedere qual era il progetto dei palermitani. A Partinico Vito Vitale spiega ai Mascali che era in atto un cambio generazionale di Cosa Nostra in tutta la Sicilia e che a Catania Nitto Santapaola doveva morire così come tutti i santapaoliani, e la famiglia di Cosa nostra doveva essere quella del Mazzei con Vinciguerra e Francesco Riela come reggenti”, ha rivelato il pentito Squillaci. Dopodiché, una volta a Catania, “i Mascali riferirono il tutto a Nuccio Cannizzaro” e venne stroncato sul nascere il progetto palermitano con "l'uccisione, l’indomani, di Massimo Vinciguerra". Insieme a lui doveva morire anche Francesco Reia ma “per errore venne ucciso il fratello Giovanni”. E con esso venne posta la parola fine al sogno dei palermitani di scalzare i Santapaola.

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