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''L'introvabile pentito'', Leonardo Messina, torna a testimoniare

di Aaron Pettinari
Nei giorni scorsi sentito a Messina in un processo per omicidio

Per mesi, nonostante i ripetuti tentativi delle Procure di Caltanissetta e Reggio Calabria nell'ambito di processi importanti come 'Ndrangheta stragista o quello sulle stragi del '92 contro Matteo Messina Denaro, l'ex boss di San Cataldo Leonardo Messina è stato introvabile.
Nei giorni scorsi però, sarebbe tornato a testimoniare a Messina, nel processo contro Raimondo Scalzo (accusato dell'omicidio di Luca Salerno, ucciso a colpi di fucile il 3 gennaio 1993 nelle campagne di San Cataldo). A darne notizia è stato ieri il quotidiano "La Sicilia".
Messina, collaboratore di giustizia dal 1992, ha saldato il proprio debito con la giustizia e da qualche mese era anche fuoriuscito dal programma di protezione e all'Ufficio centrale non era più noto il suo domicilio. Secondo quanto riportato dal quotidiano siciliano nessuno, però, gli avrebbe fatto domande sul perché in questi mesi sia "sparito" dalla circolazione. Certo è che "Narduzzo" non è un collaboratore di giustizia come tanti.

L'interrogatorio con Borsellino e il "Divo" punciuto
Assieme a Gaspare Mutolo fu uno degli ultimi pentiti ad essere interrogato da Paolo Borsellino, prima della strage di via d'Amelio.
Il giudice palermitano lo prese a verbale il 17 luglio 1992 e quando fu sentito al processo trattativa Stato-mafia raccontò i particolari di quel giorno: "Il dottore Borsellino era molto nervoso, fumava in continuazione. Accese un’altra sigaretta e prima di andare via mi disse: ‘signor Messina, non ci vediamo più, è arrivata la mia ora. Non c’è più tempo, la saluto’. Sapeva di morire…”.
Ai magistrati che lo hanno interrogato nel corso degli anni ha raccontato diverse cose importanti. E' lui ad aver raccontato che in Cosa nostra si diceva che il sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, era "punciutu" (punto, cioè affiliato formalmente, ndr). Non solo. Ha anche raccontato che "in Cosa Nostra, durante il Maxi processo veniva detto che tutto si sarebbe ridotto in una bolla di sapone. Non ci sarebbero state grandi condanne e tutto sarebbe andato bene" e proprio Andreotti, assieme a Salvo Lima, "erano i politici che dovevano garantire tutto questo e che poi il maxi processo sarebbe stato assegnato al giudice Carnevale in Cassazione e non ci sarebbero stati problemi”.
Ma Messina ha riferito anche altre cose per cui vorrebbe essere ascoltato in particolare nel processo 'Ndrangheta stragista. Parlò, infatti, di un coordinamento tra mafia siciliana e calabrese nelle stragi e dei legami con la massoneria deviata e con pezzi dello Stato, e dell’idea sostenuta da Leoluca Bagarella di creare una Lega meridionale, Sicilia libera, con lo scopo di una secessione da cui generare un narcostato del Sud gestito dai Corleonesi.

Il progetto politico separatista
Io ero con Borino Miccichè - confermò Messina quando fu sentito nel processo trattativa - e altri uomini d’onore e mi è stato detto chiaramente, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, che c’era una commissione nazionale che deliberava tutte le decisioni più importanti. Una commissione in cui sedevano i rappresentanti di altre organizzazioni criminali e il cui capo era Totò Riina”. “Un giorno c’era Umberto Bossi a Catania. Dissi a Borino Miccichè: ‘questo ce l’ha con i meridionali, vado e l’ammazzo’. Mi disse di fermarmi: ‘questo è solo un pupo. L’uomo forte della Lega è Miglio (Gianfranco, ndr) che è in mano ad Andreotti’. Si sarebbe creata una Lega del Sud e la mafia si sarebbe fatta Stato”. Ma di questo il collaboratore di giustizia di San Cataldo aveva già parlato ai magistrati nell'inchiesta “Sistemi criminali”, successivamente archiviata.
E' sempre lui ad aver raccontato delle riunioni tra i capi dell’organizzazione, tenutesi tra il ’91 ed il 92, nel corso delle quali discutevano proprio di un “progetto politico finalizzato alla creazione di uno Stato indipendente del Sud, all’interno di una separazione dell’Italia in tre Stati". In tal modo Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato. Il progetto era stato concepito dalla massoneria. Lo stesso Messina aveva parlato anche di una “Lega Sud”, che sarebbe stata risposta naturale alla Lega Nord. Quest’ultima avrebbe visto proprio Gianfranco Miglio quale suo vero artefice, dietro al quale emergevano anche figure come Gelli e Andreotti.

Boss nella massoneria
Dichiarazioni rilevanti così come quelle che fece davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia. Audito il 4 dicembre 1992 rivelò che "molti degli uomini d’onore, cioè quelli che riescono a diventare dei capi, appartengono alla massoneria. Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha Cosa Nostra”. Disse anche che "Cosa Nostra, che è la stessa in Calabria come in Sicilia" era alla ricerca di un "compromesso" con "l'interesse ad arrivare al potere con i propri uomini, che sono la loro espressione: non saranno più sudditi di nessuno. ... Cosa Nostra deve raggiungere l’obiettivo, qualsiasi sia la strada". In un successivo interrogatorio disse anche che "Cosa Nostra e la massoneria, o almeno una parte della massoneria, sono stati sin dagli anni ‘70 un’unica realtà criminale integrata". E su questi intrecci oggi i magistrati che cercano la verità sugli anni bui delle stragi sono tornati ad indagare. E chissà che Messina, alla luce anche dei nuovi riscontri, non possa dare un nuovo contributo nella ricostruzione del "quadro".

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