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Scotti: ''Con la mafia nessuna trattativa o ragione di Stato''

Intervista all’ex ministro defenestrato nel ‘92 mentre pezzi delle istituzioni trattavano con la mafia
di Lorenzo Baldo

E’ stato un testimone, Vincenzo Scotti. Testimone diretto di un annus horribilis, apripista di un biennio tra i peggiori che la nostra storia ricordi. Era il 1992: da lì a poco le stragi di Capaci, via D’Amelio, e poi ancora gli eccidi di Roma, Firenze, Milano, per un totale di 21 morti e 117 feriti. Oggi Scotti è il Presidente dell'Università degli studi Link Campus di Roma; classe 1933, democristiano doc. L’ex ministro dell’Interno, defenestrato da uno Stato che in quel momento - come si legge nella sentenza di primo grado sulla Trattativa - aveva deciso di trattare con la mafia, ripercorre alcuni episodi che lo hanno visto protagonista. “Non esiste spazio di una ragione di Stato per una scelta diversa dalla repressione alla mafia”, afferma con decisione. Per poi rincarare la dose affermando che “non può ritenersi lecita una trattativa da parte di rappresentanti delle istituzioni con soggetti che si pongano in rappresentanza dell’intera associazione mafiosa”. “La verità giudiziaria - ribadisce Scotti - quale che sia e risulterà al termine del processo, non potrà comunque giustificare niente di diverso da quello scritto dai due alti giudici (della corte d'Assise di Palermo al processo Trattativa, ndr)”. La sua attenta analisi si focalizza quindi sulle “reti criminali che ‘riconfigurano’ gli stati”, con “le mafie che corrompono i funzionari pubblici, li ricattano e assumono responsabilità crescenti nella vita amministrativa e politica”. Per Vincenzo Scotti “la fragilità delle istituzioni apre continui spazi alla crescita delle mafie e crea un circolo vizioso per cui uno Stato è debole perché è indebolito dalla corruzione”. “Fronteggiare questo attacco criminale - sottolinea infine - significa riuscire progressivamente a smontare le reti e a impedire che queste siano capaci di tenere sotto scacco gli apparati di governo e di controllo della vita legale e di quella criminale”. Quella che definisce la “zona grigia” di alcuni paesi dell'America Latina è “nata da quell’intreccio con la complicità di funzionari e amministratori, pubblici e privati, ad ogni livello di rappresentanza sociale e politica”. La lotta alla mafia? “Usciamo dall’emergenza continua e cerchiamo invece di combattere una continua e costante guerra”, sottolinea, per poi concludere: “Non possiamo convivere con le mafie, con loro abbiamo solo una strada, quella della “delenda” (la distruzione, ndr).

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Presentazione del libro "Economia drogata" a Roma lo scorso novembre


Professor Scotti, alla presentazione del libro “Economia drogata. Il traffico di droga in America Latina” lei ha proposto la creazione di un “Centro analisi studi e di rete” perché la guerra alle mafie sia il più possibile a 360°. Ma si tratta di una “guerra” che, vista l’attuale situazione politico-sociale, appare quanto meno “utopistica”. Quali sono quindi le prospettive di questo Centro?
La sua domanda mi sembra particolarmente opportuna e mi offre l’occasione per aggiungere qualche utile motivazione alla mia proposta di mettere in collegamento alcuni centri di ricerca di diverse Università - tra cui quelle del Centro America - con la finalità di poter svolgere alcune ricerche sul collegamento tra le reti criminali transnazionali. Come è ormai accertato, queste reti non si limitano a compiere attività criminali con l’uso sistematico della violenza disumana per gestire i mercati illeciti, come le droghe, le migrazioni illegali degli esseri umani, la prostituzione, il gioco d’azzardo e il riciclaggio del danaro proveniente dal crimine. Per svolgere le loro attività criminali queste reti necessitano di “riconfigurare” gli Stati: non per distruggerli ma per rendere gli stessi Stati e le istituzioni legislative, di investigazione e giudiziarie sempre più deboli. Le mafie, da una parte, corrompono i funzionari pubblici e li ricattano e, dall’altra, assumono anche direttamente responsabilità crescenti nella vita amministrativa e politica. Non possiamo più nasconderci che siamo in presenza di un attacco diretto alle istituzioni e agli uomini responsabili della legalità e quindi della libertà economica, sociale e politica dei cittadini. Non possiamo non vedere che la fragilità delle istituzioni apre continui spazi alla crescita delle mafie e crea un circolo vizioso per cui uno Stato è debole perché è indebolito dalla corruzione. E quindi, poiché è debole, apre spazi alle mafie che, dilagando, rendono gli Stati sempre più deboli. Questa analisi è semplice e ci aiuta a capire, ad esempio, la storia degli Stati del Centro America che è valida anche per il nostro Paese. Questa analisi va approfondita e, di qui, la necessità di avere un Centro che indaghi e analizzi il fenomeno. Penso che nel Centro debbano operare analisti e non solo investigatori giudiziari, non semplicemente sociologi o politologi ma analisti in grado di analizzare il processo di riconfigurazione degli Stati aggrediti dalle mafie. Il risultato del lavoro di ricerca deve offrire apporti conoscitivi per i legislatori, i responsabili del Governo, della investigazione, della giustizia, della amministrazione, della economia, della finanza e della comunicazione. I risultati dell’attività di ricerca devono arrivare per questi terminali a tutta l’opinione pubblica. Si tratta di raggiungere una classe dirigente internazionale chiamata a rispondere a una sfida quanto mai difficile proprio per le responsabilità che ricoprono. Fronteggiare questo attacco criminale significa riuscire progressivamente a smontare le reti e a impedire che queste siano capaci di tenere sotto scacco gli apparati di governo e di controllo della vita legale e di quella criminale.
Ricostruire le reti usando tutti gli strumenti informatici e anche tutte le fonti aperte (ad esempio i risultati del lavoro investigativo e giudiziario portato a termine) e arricchire le conoscenze intorno ad una rete e verificare le modificazioni nel funzionamento delle istituzioni.
Oggi esistono tanti importanti centri di ricerca il cui lavoro con le moderne tecnologie di analisi va integrato per migliorare un insieme di conoscenze spesso non utilizzate. Il professor Luis G. Garay-Salamanca, docente della Università della Ande di Bogotà e Academic Director presso la “Scientific Vortex Foundation”, è arrivato - in questi anni - a ottenere risultati positivi attraverso la Teoria delle Reti Sociali riuscendo a descrivere, in alcuni Paesi dell’America Latina, un quadro allarmante di interrelazione tra legalità e illegalità e di ampliamento della cosiddetta “zona grigia” nata da quell’intreccio con la complicità di funzionari e amministratori, pubblici e privati, ad ogni livello di rappresentanza sociale e politica.

Recentemente lei ha detto “il mondo è sconvolto da un tornado che spazza via produzioni tradizionali, accordi esistenti, strategie imprenditoriali che cambiano continuamente. Questo tornado crea convenienze e le fa sparire immediatamente”. Che tipo di “potere” è in grado di produrre un simile “tornado”?

La battaglia tra legalità e illegalità mette in competizione due poteri che stanno conducendo una guerra cibernetica a chi arriva prima e che è in grado di prevenire le mosse del proprio antagonista. Da una parte, si colloca il potere dello Stato e delle strutture sopranazionali, che possono avvalersi di quel monopolio della forza - pur sempre nel rispetto delle norme costituzionali e in particolare del rispetto delle norme nazionali e internazionali sulla privacy. Dall’altra, c’è il potere criminale che oggi ha sempre più la necessità di investire in attività legali i grandi ricavi che provengono dalla gestione dei traffici criminali.
Entrambi i poteri, legali e illegali, hanno la possibilità di far ricorso a strumenti di controllo delle comunicazioni e della mobilità delle persone la cui efficacia dipende dalla velocità con cui procede la ricerca e la capacità di uno dei due poteri di arrivare prima nell’utilizzare i risultati delle innovazioni tecnologiche. E chi arriva prima è quello che ha la possibilità di utilizzare a suo vantaggio quello che ho chiamato un vero “tornado”.
Un nostro docente, il prof. Piergiorgio Valente, ha pubblicato dei preziosi contributi sulla catena della criminalità: corruzione, riciclaggio, paradisi fiscali e criminalità nel mondo virtuale. Come vede, la guerra alla criminalità, cioè al regno del potere illegale, si gioca oggi soprattutto sul terreno del virtuale, come del resto avviene nella guerra terroristica. Il territorio e le frontiere non sono il terreno esclusivo della teoria della guerra e quindi del tornado a cui ha fatto riferimento.

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Il giudice Alfredo Montalto mentre pronuncia la sentenza sulla Trattativa Stato-Mafia


Sicuramente un altro “tornado” può essere definita la motivazione della sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Che sancisce ulteriormente (dopo le sentenze di Firenze) un dato agghiacciante: durante il biennio stragista '92/'93 c’erano uomini di Stato che trattavano con la mafia. Da uomo delle istituzioni, la cui testimonianza è stata molto importante in quel processo, come ha analizzato questa sentenza? Cosa comporta per lei avere la conferma che in quegli anni c’era un sistema criminale capace di sacrificare vittime innocenti nel nome di una pseudo “ragione di Stato”?
La sentenza di primo grado e la sentenza del ricorso in appello, che credo potremo leggere tra non molto, tratta una questione estremamente divisiva e, per le responsabilità che ho ricoperto, posso parlarne solo rifacendomi ai comportamenti di quegli anni (come ho raccontato ai giudici) ma non posso entrare nel merito di valutazioni e decisioni giudiziarie che devono ancora arrivare a conclusione. Tuttavia, con il limite a cui ho fatto riferimento, penso che la questione andrebbe laicamente discussa e non riguarda solo il nostro Paese. Nei fatti e non solo nelle ipotesi teoriche continuano a esistere due diversi approcci alla lotta al crimine: contenere o distruggere. Non credo che nella storia umana riusciremo a debellare totalmente la criminalità, ma la possibilità di portare a fondo una guerra e riuscire ad alzare sempre più alta la asticella contro cui i criminali devono fare i conti, questa deve essere possibile. Lei sa bene quale è la mia opinione sulla opportunità di contenere o di tentare di distruggere le mafie. Le memorie che ho scritto sugli anni del mio incarico di Ministro degli Interni hanno come titolo proprio questo interrogativo: “Pax mafiosa o Guerra?”. Nel tribunale si è parlato delle conseguenze che ho dovuto affrontare. Per questo, nel rispondere alla sua domanda, posso dirle che non esiste spazio di una ragione di Stato per una scelta diversa dalla repressione.

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La strage di via D'Amelio


Nella sentenza si legge che “l'improvvisa accelerazione che ebbe l'esecuzione del dottore Borsellino”. Seguendo una ricostruzione oggettiva Vito Ciancimino entra in contatto con gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno all’indomani della strage di Capaci e, secondo la corte d'Assise, “non v'è dubbio, che quei contatti unitamente al verificarsi di accadimenti (quali l'avvicendamento di quel ministro dell'Interno che si era particolarmente speso nell'azione di contrasto alle mafie, in assenza di plausibili pubbliche spiegazioni) che potevano ugualmente essere percepiti come ulteriori segnali di cedimento dello Stato, ben potevano essere percepiti da Salvatore Riina già come forieri di sviluppi positivi per l'organizzazione mafiosa nella misura in cui quegli ufficiali lo avevano sollecitato ad avanzare richieste cui condizionare la cessazione della strategia di attacco frontale allo Stato”. Il ministro dell’Interno sostituito in quel periodo era lei, come ha considerato queste parole?
Lei mi ha classificato come uomo delle istituzioni e la ringrazio perché ho sempre pensato che fosse il massimo a cui poter aspirare come uomo politico. E, per questo, fino alla sentenza definitiva non mi esprimerò mai, scusandomene con lei. Tuttavia vorrei cogliere una riflessione contenuta nella sua domanda e, come al solito, cercherò di commentarla raccontandole un fatto a cui ho partecipato al Viminale. Mi riferisco alla sentenza della Suprema Corte di Cassazione sul calcolo della decorrenza della carcerazione preventiva che aveva messo in libertà tutti i condannati in primo grado, con pene varianti da ergastolo a tantissimi anni, del processo istruito da Falcone. Quel giorno fui destinatario di un giudizio di Falcone sulle conseguenze della sentenza che rendeva agli occhi dei mafiosi uno Stato perdente anche dopo una istruttoria e un processo così rigoroso. La mafia era più forte. Poiché condividevo il giudizio assicurai Falcone che con il Ministro della Giustizia, Claudio Martelli, saremmo arrivati ad una soluzione che avrebbe ripristinato il “potere” dello Stato. E così avvenne… e i condannati per mafia tornarono in carcere nonostante le difficoltà.

Certo è che nelle motivazioni della sentenza al processo Borsellino Quater i giudici nisseni parlano di “Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” evidenziando che vi sono veri e propri “collegamenti” tra la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e i depistaggi di Stato nelle indagini sulla strage di via D’Amelio. Nella motivazione si ipotizza una “eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra ‘Cosa Nostra’ e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera” di Paolo Borsellino. Cosa rappresenta per lei l’analisi dei giudici di Caltanissetta alla luce di tutto ciò che lei stesso ha vissuto in quei mesi terribili del 1992?
Prima che mi risponda le chiedo però di fare assieme a me un passo indietro: il 28 maggio del ‘92, durante la presentazione del libro “Gli uomini del disonore” lei lanciò la candidatura di Paolo Borsellino alla Superprocura. In molti videro in questa proposta una sorta di sovraesposizione dello stesso Borsellino. E’ plausibile secondo lei che quella candidatura (anche solo ipotizzata) abbia comunque influito nei progetti criminali di quel sistema di potere che non poteva tollerare un magistrato come Borsellino alla guida della Superprocura?
Le motivazioni della sentenza al processo Borsellino quater sono corrette alla luce dei fatti analizzati dalla Corte: io li condivido per quello che ho letto e riflettuto. Voglio aggiungere una risposta a “una eventuale finalità di occultamento” partendo dalla domanda successiva.
Lei ricorda la presentazione del libro di Arlacchi alla Mondadori a Roma. Partecipai insieme a Borsellino, Martelli e Parisi. Intervenendo mi venne spontaneo dire a Martelli che dopo la strage di Capaci era forse necessario riaprire i termini del concorso per la procura generale antimafia a cui alcune personalità come Borsellino avrebbero potuto partecipare: forse non lo avevano fatto per rispetto a Falcone. Certamente Borsellino fu turbato, ma mi disse che mi avrebbe mandato per iscritto una risposta. Cosa che fece in pochissimi giorni e mi spiegò che non poteva presentare la domanda sia per rispetto al suo amico sia perché aveva da fare a Palermo. Cosa? Borsellino non me lo spiega nella lettera, ma dà adito a quanto mi chiede.
Per quello che riguarda la supposizione che quella sera col mio invito a Borsellino a presentare la domanda per il concorso alla nomina di procuratore nazionale antimafia abbia contribuito ad una sopra esposizione pericolosa, non ne sono convinto anche se bisogna dubitare sempre. Ma dalla lettera di Borsellino e da tutto quello che è emerso nei processi in Sicilia, le ragioni mafiose per la strage sono apparse concrete ed evidenti nonostante tutti i gravi depistaggi.

Di fatto un altro passaggio della sentenza sulla Trattativa è ulteriormente esplicito: “E’ ferma convinzione della Corte che senza l'improvvida iniziativa dei Carabinieri e cioè senza l'apertura al dialogo sollecitata ai vertici mafiosi che ha dato luogo alla minaccia al Governo sotto forma di condizioni per cessare la contrapposizione frontale con lo Stato, la spinta stragista meramente e chiaramente di carattere vendicativo riconducibile alla volontà prevaricatrice di Riina, si sarebbe inevitabilmente esaurita con l'arresto di quest'ultimo nel gennaio 1993”. Quindi in sostanza senza quella trattativa Stato-mafia non ci sarebbero state le stragi del ‘93. Cosa prova da ex ministro e da cittadino italiano quando legge queste parole?
A questa domanda non ho elementi per esprimere un giudizio di probabilità. Avevo lasciato da un anno il Viminale e non avevo informazioni utili se non quello che leggevo sui giornali e che non erano e non sono sufficienti per avventurarmi in un calcolo di probabilità.

Ma per quanto riguarda il suo impegno politico-istituzionale dell’epoca, ha mai pensato che se fosse rimasto al suo posto probabilmente sarebbe cambiato il corso della storia per quanto riguarda gli attentati del ‘93?
Anche per questa domanda mi consenta di dirle che mi sembra eccessivo per determinare addirittura un cambio di corso della storia. So solo che mi sarei opposto ad ogni attenuazione della guerra alla mafia e questo per me è sufficiente.

Ad ogni modo va sottolineato che nelle oltre 5000 pagine i Giudici evidenziano che il suo allarme sul “tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata”, lanciato nel 1992 durante la sua audizione del 20 marzo del ’92 alla Commissione Affari Costituzionali e Interni della Camera dei Deputati, fu colpevolmente inascoltato da chi aveva l’obbligo di recepirlo provocandole tra l’altro un grave isolamento all’interno del suo partito. Quanto era “funzionale” alla trattativa censurare il suo allarme ed emarginarla all’interno del suo partito?
Questo episodio che lei ricorda mi ha lasciato una profonda amarezza. Avevamo con il Prefetto Parisi una grande quantità di elementi probatori che ci portavano alla necessità di dichiarare lo stato di allerta. I fatti e le stragi che sono seguite già in quei mesi sono sufficienti a dire che con Parisi avevamo ragioni per fare quello che facemmo. Quella audizione fu per me allucinante per i durissimi giudizi di moltissimi dei membri della commissione, a partire dal suo Presidente Gualtieri che arrivò a dirmi che avrei dovuto vergognarmi e chiedere scusa agli italiani per la superficialità di annunciare concrete azioni di uno inasprimento dello stragismo mafioso. Tutto in quella sede veniva attribuito a una mia mania di protagonismo politico elettorale. Io avevo già parlato di stragi in commissione antimafia parlando dell’omicidio di Salvo Lima. E le domande che rivolsi ai colleghi erano sufficienti a far capire quale era la natura delle scelte che in quel momento con Martelli e Falcone insieme a tanti magistrati e forze dell’ordine stavamo facendo.
Mi sono sempre domandato perché dopo le stragi nessuno di quei colleghi abbia parlato per ricordare quello che avvenne quella mattina. Lo so che il giudice di Bologna attribuì a Ciolini una dichiarazione in cui diceva cose vere e false ma che proprio per Ciolini con il Prefetto Parisi non avevamo mai attribuito grande rilievo né fondato le nostre decisioni.
Un dato vorrei ribadire che da quelle vicende venne avanti una azione per la mia emarginazione insieme alla delegittimazione di cui parlano i giudici, di cui io non parlo perché ne hanno già parlato i giudici e non solo a Palermo ma anche a Napoli in sede di Tribunale dei ministri (alcuni elementi li ho inseriti nel mio libro “Pax mafiosa o guerra”).

Nel capitolo sui “ricordi tardivi” i giudici affrontano la questione delle “eclatanti dimenticanze” di Stato: la più stretta collaboratrice (ed amica) di Giovanni Falcone all’ufficio Affari penali del ministro della Giustizia, Liliana Ferraro; la dottoressa Fernanda Contri (ex segretario generale della presidenza del Consiglio), l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, l’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Violante, l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso. Chi più, chi meno, ha mantenuto per 20 anni il silenzio su aspetti importanti di cui era a conoscenza. Come ha analizzato le metodologie di queste persone?
Ci sono nomi e fatti presi in considerazione dai giudici di Palermo e il processo di appello è ancora in corso. Inoltre non ho elementi e lei mi può capire… mi manca la necessaria presunzione per poter parlare di metodologie. Devo avere rigore e umiltà.

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Giuseppe Gargani e Calogero Mannino © Imagoeconomica


Ad ogni modo va evidenziata indubbiamente la testimonianza dell’on. Giuseppe Gargani. Nel ‘92 Gargani era quel presidente della Commissione Giustizia che, a lei e a Martelli, fece delle vere e proprie “pressioni” contro il decreto sul 41bis nonostante fossero passati solo pochi giorni dalla strage di Capaci. Che giudizio ha dato alla notizia dell’on Gargani “captato” dalla giornalista Sandra Amurri mentre parlava con Calogero Mannino in merito all’ipotesi di concordare le dichiarazioni di Ciriaco De Mita in vista del suo interrogatorio con i Pm di Palermo?
Lei sa bene che il decreto legge 8 giugno 1992 fu voluto da me e da Martelli per la ragione che le ho già detto rispondendo a una domanda a proposito della sentenza della Cassazione.
Vorrei ricordarle che la strage di Capaci è del 23 maggio, e noi eravamo un governo dimissionario a seguito delle elezioni politiche; quindi con poteri di stretta e ordinaria amministrazione. Ma nonostante questo grandissimo limite, con il collega Martelli ritenemmo necessario che il governo dovesse dare una risposta molto ferma alla iniziativa stragista: di qui la decisione di ricorrere a un decreto legge che costituisse una svolta ulteriore alla legislazione antimafia che avevamo già portato in porto. Ci mettemmo al lavoro insieme ai capi di gabinetto e ai capi del legislativo oltre che con il Prefetto Parisi. Il testo del decreto fu discusso e scritto insieme parola per parola. Il Presidente del Consiglio presentò al Consiglio dei Ministri il decreto con un invito a tutti i colleghi di approvarlo nella formulazione proposta dai due ministri senza emendamenti.
La pubblicazione del decreto legge scatenò una reazione ampia in Parlamento e nei giuristi (avvocati e giudici) e la Commissione affari costituzionali votò per la sua incostituzionalità. Non dimentichiamo che il testo che fu confermato dal Parlamento conteneva altre norme che il Parlamento non si sentì di convertire in legge.
Ma nonostante questo, il giudizio di Gargani fu in sintonia con i colleghi del PDS e degli altri gruppi parlamentari. Non ho seguito più il percorso parlamentare del decreto perché non ero più ministro dell’Interno. Nonostante i cambiamenti apportati, il testo finale rimase sufficientemente duro. Basterebbe leggere gli atti parlamentari, i documenti di magistrati e avvocati e la carta stampata. Le opposizioni furono rilevanti e Falcone pagò anche quando la commissione del CSM non votò a favore della sua nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.
Molte norme erano state discusse con Falcone perché comunque pensavamo, anche prima della strage, alla necessità di un provvedimento abbastanza simile.
Comunque la intera legislazione antimafia di quei due anni è stata considerata a livello internazionale un prodotto di grande efficacia e in un certo senso un modello. Con Martelli partecipammo ad un ricordo di Falcone alla Suprema Corte degli Stati Uniti con la partecipazione di tutti i vertici della sicurezza che espressero un tale giudizio.

Un’altra delle testimonianze risultate monche è indubbiamente quella di Luciano Violante. Prima però occorre ricordare le sue parole del mese di agosto del 1993 quando il settimanale Radio Corriere Tv pubblicò un’intervista all’allora presidente della Commissione antimafia. “Dobbiamo andare avanti con forza, perché c’è un obiettivo successivo da raggiungere - aveva dichiarato Violante -. Cercare di portare fuori dell’associazione mafiosa i poveri cristi, quelli che, per poche lire passano dal contrabbando di sigarette all’omicidio, alla strage. Noi dobbiamo spaccare la mafia, come abbiamo fatto con i terroristi, ma senza chiedere le accuse ai correi. Dobbiamo poter dire loro: dichiarate i vostri delitti e uscite dalla mafia, avrete una pena ridotta. Separate le vostre responsabilità da quelle dei capi”. A distanza di anni come giudica quella presa di posizione di Violante?
La dichiarazione pubblica di Violante è interessante. L’obiettivo successivo di cui parla Violante è stato raggiunto in Sicilia. Certamente colpi durissimi ci sono stati e hanno prodotto risultati indiscutibili. Con il Presidente della Commissione Antimafia lo avevamo ampiamente previsto. L’obiettivo non è stato raggiunto per la 'Ndrangheta che ha conquistato un ruolo centrale nelle reti mondiali della droga. E questo dovrebbe farci riflettere come ci ha ricordato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Credo che bisognerebbe aprire questo capitolo e riflettere anche alla luce proprio delle recentissime indagini del procuratore Gratteri.

Come ha valutato i tanti “non ricordo” nelle testimonianze di uomini di Stato come Gianni De Gennaro o Giuliano Amato al processo sulla trattativa? Secondo lei cos’è che impedisce loro di fare piena luce su quel biennio stragista?
Mi consenta di dire con chiarezza che per quanto riguarda le due personalità da lei citate devo confermarle che ho nutrito come sempre grande stima per come hanno svolto le loro alte funzioni pubbliche.

Leggendo la sentenza emerge come nella vicenda della sostituzione ai vertici del Dap abbia avuto un ruolo anche l'allora Capo della Polizia Parisi, che non solo avrebbe suggerito la nomina di Francesco Di Maggio come vice di Capriotti ma avrebbe anche “catechizzato” l'ex magistrato “sulla necessità di attenuare in quel momento storico la durezza del regime carcerario”. A distanza di tanti anni come inquadra il ruolo di Parisi all’interno della trattativa?
Con Parisi non abbiamo mai parlato di trattativa e, almeno per come lo ho conosciuto, ha sempre assecondato la linea della guerra alla mafia così come portata avanti e, al di là di ogni riflessione personale, ha sempre avuto verso il Ministro un comportamento da vero servitore dello Stato. Nella elaborazione del decreto legge 8 giugno è stato sempre sulla linea più dura. Vorrei cogliere l’occasione per confermare quanto già detto ai giudici a Palermo che il Presidente del Consiglio Andreotti non ha mai dissentito o modificato alcun testo legislativo propostogli sia da me che da Martelli.

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L'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro © Imagoeconomica


Va comunque ricordato che in merito alla testimonianza dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, i Giudici la definiscono “sorprendente” in quanto “in assenza e prima di qualsiasi domanda o cenno, ha spontaneamente escluso la sussistenza, non soltanto di una qualsiasi possibile trattativa tra Stato e mafia” ma anche “il possibile legame tra il regime del 41-bis e le stragi del 1993”. Secondo l'accusa la prova del "mendacio" nella vicenda 41 bis e nella sostituzione dei vertici del Dap, era anche documentale (“Le annotazioni nell’agenda di Ciampi dimostrano che i primi sei mesi del ’93 era necessario cambiare radicalmente la politica carceraria. Inoltre documentano il mendacio di Scalfaro e il suo attivismo”).
Che idea si è fatto leggendo le carte del ruolo di Scalfaro?
Io ho lasciato il Ministero alla fine di giugno del 1992. E non ho nessuna conoscenza diretta dei fatti dei mesi ed anni successivi che mi consentano di parlare con conoscenza adeguata. Il Presidente Scalfaro firmò il decreto legge 8 giugno che gli portai personalmente al Quirinale. Sulla mia permanenza agli interni ho una lettera manoscritta del settembre 1992 che rispondeva ad una mia rimostranza; lettera in cui Scalfaro scriveva - nel concedermi una udienza: “se ci fossimo sentiti prima forse le cose non sarebbero andate così”.

Per quanto riguarda invece la figura di Calogero Mannino i Giudici scrivono che “la valutazione logica dei fatti” porta alla seguente conclusione: “anche le preoccupazioni dell’On. Mannino (che avrebbe avuto il timore di essere assassinato da Cosa Nostra per non aver rispettato determinati patti, ndr) non siano state estranee nella maturazione degli eventi poi definiti come ‘trattativa Stato-Mafia’”. Come valuta quindi la figura di Mannino all’interno di questo mosaico così complesso?
Per Mannino, se ricordo bene, siamo a un procedimento che è giunto alla conclusione e in qualche modo la mia visione coincide con quella del giudizio finale. Io ho testimoniato nel primo grado di giudizio. In questo mosaico complesso ritengo Mannino non partecipe di una qualsivoglia trattativa. Il Prefetto Parisi mi aveva parlato più volte della esigenza di proteggere Mannino. Il periodo in cui fu segretario della Democrazia Cristiana in Sicilia, Mannino aveva infatti assunto una posizione di ostilità alla mafia e da più parti avevo trovato concordanze.

In merito al mistero delle strane rivendicazioni di attentati a nome della “Falange Armata”, la Corte dice chiaramente che “appare veramente improbabile che un mafioso ‘rozzo’ come Riina abbia potuto autonomamente pensare di utilizzare la sigla della ‘Falange Armata’ per rivendicare gli attentati di Cosa nostra (...) Ma v’erano sicuramente altri soggetti meno ‘rozzi’ e adusi anche a rapporti con esponenti degli apparati di sicurezza che avrebbero potuto instillare o, quanto meno, in qualche modo provocare, quell'idea di rivendicare gli attentati con la sigla della ‘Falange Armata’”. Scorrendo le pagine della sentenza vengono riportate le dichiarazioni durante il dibattimento dell'ex Ambasciatore Francesco Paolo Fulci: “Chiesi a Davide De Luca (analista del Censis, ndr) di verificare da dove partivano questi messaggi della Falange Armata - aveva detto rispondendo alle domande dei pm di Palermo - lui venne da me con l’aria preoccupata portando due mappe: da dove partivano le telefonate e dove erano le sedi periferiche del Sismi. Le due mappe erano sovrapponibili”. Cosa rappresentano per lei queste dichiarazioni?
Fulci è stato sempre una persona rigorosa e le sue affermazioni sulla sovrapponibilità delle mappe è attendibile e avrebbero forse richiesto una ulteriore e rigorosa investigazione. Sono diverse le situazioni in cui la sigla torna in vicende mafiose.

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Il giudice Alfredo Montalto assieme al giudice a latere Stefania Brambille


Di fatto il presidente della corte d’Assise Alfredo Montalto assieme al giudice a latere Stefania Brambille scrivono “che non può ritenersi lecita una trattativa da parte di rappresentanti delle istituzioni con soggetti che si pongano in rappresentanza dell’intera associazione mafiosa”. Alla luce di ciò cosa ritiene si possa rispondere a chi giustifica la trattativa dicendo che in quel momento storico era necessaria?
Non ho mai creduto che fosse possibile giustificare iniziative discutibili in nome di una necessità storica, come affermava anche il Presidente della Antimafia Francesco Cattaneo nella sua Relazione del 1972. Questo è un documento che andrebbe riletto oggi. La verità giudiziaria, quale che sia e risulterà al termine del processo, non potrà comunque giustificare niente di diverso da quello scritto dai due alti giudici.

Al Salone del libro di Napoli del 2018, alla domanda se di fronte ad una instabilità politico-istituzionale vi fosse il rischio di nuove bombe nel nostro Paese, la sua risposta è stata molto diretta: “Il rischio è sempre presente”. Perchè?
Non possiamo assolutamente pensare che abbiamo debellato la mafia in Sicilia. Si può in qualche misura pensare di aver fatto buona strada se riusciremo a contenere criticità e instabilità. Il che significa che siamo un Paese che ha organizzazioni democratiche stabili e capaci di confrontarsi duramente con le mafie. Questa sicurezza dobbiamo confermare in nome di quanti sono morti per assicurare a noi che avremmo seguito la lezione.

Il pm Nino Di Matteo, subito dopo la sentenza, ha dichiarato: “adesso ci vorrebbe un pentito di Stato, qualcuno che faccia chiarezza rispetto a quanto avvenuto”. Perché così difficile avere un “pentito di Stato”? Siamo di fronte ad uno Stato in cui persiste una componente il cui potere violento e ricattatorio impedisce il raggiungimento della verità attraverso un pentito dal suo interno?
Spero tanto che non ci sia bisogno di un pentito di Stato anche perché la trasparenza dovrebbe essere una caratteristica dei servitori dello stato. Certamente è necessario arrivare ad una conoscenza condivisa sapendo bene che il cammino della liberazione dalle mafie è un percorso ancora lungo e che richiede pazienza.

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Il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo © Imagoeconomica


A distanza di anni ha mai riflettuto sul fatto che quegli stessi sistemi criminali che hanno portato ad una trattativa Stato-mafia le abbiano risparmiato la vita con la sua rimozione dal ministero dell’Interno? Si sente una sorta di sopravvissuto, o piuttosto un uomo tradito dallo Stato?
Quando ci si imbarca per una strada bisogna sapere che si paga un prezzo. Ti possono uccidere fisicamente ma anche buttandoti del fango e, come diceva Falcone “prima ti isolano e poi ti uccidono”. In un certo senso sono stato fortunato anche perché alla morte sono scampato una volta a Napoli per un caso del tutto fortuito. Da allora ho sempre pensato che ogni giorno è un dono.

Secondo lei per arrivare all’arresto del super latitante Matteo Messina Denaro bisogna attendere che una nuova trattativa Stato-mafia sia giunta alla giusta maturazione?
Spero tanto che la sua profezia sia falsa e che presto Messina Denaro possa essere catturato.

Vorrei concludere ritornando alle sue dichiarazioni al dibattito di Napoli, lei disse: “Non ci sono più alibi per chiunque dica che non abbiamo gli strumenti per combattere la mafia. Gli strumenti ci sono, così come le leggi, per seguire il flusso del denaro mafioso. Non possiamo scoprire con ritardo che siamo di fronte ad una guerra. Quello che serve è una volontà e una capacità per vincerla”. La sensazione che manchi la volontà politico-istituzionale per vincere questa guerra è suffragata da tanti anni di azioni meramente emergenziali sul piano della lotta alla mafia, o di un vero e proprio colpevole immobilismo in tal senso. Perché secondo lei non si vuole vincere questa guerra? O ci sono invece speranze?
Ripeterei le stesse parole. Usciamo dall’emergenza continua e cerchiamo invece di combattere una continua e costante guerra. Dobbiamo essere consapevoli che il tempo futuro ci possa riservare nuove e sgradite sorprese. Sappiamo che ci vuole grande costanza. Diamo ai giovani non parole ma azioni determinate che aiutino ciascuno di loro a rinsaldare la determinazione che non possiamo convivere con le mafie, con loro abbiamo solo una strada quella della “delenda” (distruzione, ndr), come dicevano i nostri padri romani.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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LA NOTTE DELLA CIVETTA

by Piero Melati

Leonardo Sciascia pubblicò "Il giorno della civetta" nel...

INTORNO A PEPPINO

INTORNO A PEPPINO

by Salvo Vitale

Peppino Impastato, assassinato a trent'anni dai mafiosi di...


LA SCOPERTA DI COSA NOSTRA

LA SCOPERTA DI COSA NOSTRA

by Gabriele Santoro

Questa è la storia di un mafioso e...

PAPA FRANCESCO. LA DITTATURA DELL'ECONOMIA

PAPA FRANCESCO. LA DITTATURA DELL'ECONOMIA

edited by Ugo Mattei

"Così come il comandamento 'non uccidere' pone un...


COSA NOSTRA S.P.A.

COSA NOSTRA S.P.A.

by Sebastiano Ardita

Nell'ultimo libro di Sebastiano Ardita il ritratto della...

LO STATO ILLEGALE

LO STATO ILLEGALE

by Gian Carlo Caselli, Guido Lo Forte

La mafia è storia di un intreccio osceno...


HO UCCISO GIOVANNI FALCONE

HO UCCISO GIOVANNI FALCONE

by Saverio Lodato

La confessione di Giovanni Brusca Il pentito della trattativa...

LA MAFIA HA VINTO

LA MAFIA HA VINTO

by Saverio Lodato

La mafia ha vinto, le rivelazioni di Buscetta...


Libri in primo piano

il patto sporcoNino Di Matteo e Saverio Lodato

IL PATTO SPORCO

Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista




avanti mafia
Saverio Lodato

AVANTI MAFIA!

Perché le Mafie hanno vinto





collusi homeNino Di Matteo e Salvo Palazzolo

COLLUSI
Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano
a trattare con la mafia




quarantanni di mafia aggSaverio Lodato

QUARANT'ANNI DI MAFIA
Storia di una guerra infinitaa
Edizione aggiornata
Il processo per la Trattativa