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Dell'Utri, Forza Italia e la 'Ndrangheta

di Davide de Bari
“Prima che fosse fondata Forza Italia, Marcello Dell’Utri le prime persone che contattò furono i Piromalli della piana di Gioia Tauro”. A fare riferimento all'ex senatore, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa ed in primo grado per attentato a corpo politico dello Stato, è Giancarlo Pittelli (in foto in basso a destra), avvocato, massone del Goi (ora sospeso) ed ex parlamentare di Forza Italia dal 2001 al 2011, intercettato nell'inchiesta "Rinascita-Scott" che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di ben 334 persone, smantellando la cosca dei Mancuso di Vibo Valentia.
Pittelli non è uno qualunque. Dagli inquirenti è considerato come "l'uomo cerniera" tra le cosche e il mondo della massoneria e viene definito come il passepartout del Mancuso (Luigi, capo della cosca dell’omonimo cognome, ndr), per il ruolo politico rivestito” che “avrebbe messo sistematicamente a disposizione dei criminali il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale”.
Marcello Dell'Utri, che ha di recente finito di scontare la propria pena, non è tra gli indagati della Procura di Catanzaro ma il suo nome compare nell'intercettazione riportata nell'ordinanza firmata dal Gip Barbara Saccà.
“Pittelli - scrivono gli investigatori, mentre intercettavano l’avvocato al telefono il 20 luglio 2018 - riferiva ai suoi interlocutori che, per la formazione di Forza Italia, la prima persona che Dell’Utri avrebbe contattato fu Piromalli a Gioia Tauro che il Pittelli accostava, per importanza mafiosa, a Luigi Mancuso (detto il ‘Supremo’, arrestato anche lui nell’operazione ‘Rinascita-Scott’, ndr)”.

Quel contatto Micciché-Dell'Utri
Non è la prima volta che il nome di Dell'Utri viene accostato alla 'Ndrangheta. Anni fa già l'inchiesta “Cent’anni di storia”, aveva fatto cenno a certi collegamenti.
Il periodo di riferimento era il 2008 con il lancio della candidatura Ugo Di Martino in Sudamerica (che non sarà eletto), dove si trovava Aldo Micciché, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria un faccendiere di professione, l’uomo dai “mille volti”, condannato in primo grado a 11 anni di carcere e imprenditore del petrolio in Venezuela dove, per conto della ‘Ndrangheta, avrebbe garantito il voto degli italiani all’estero. Al centro dell’indagine c’era proprio Micciché che avrebbe dovuto aprire alla ‘Ndrangheta la porta della politica che conta, quella di Forza Italia attraverso Marcello Dell’Utri. Dalle indagini emersero anche delle intercettazioni tra Micciché e il nipote del boss Giuseppe Piromalli (che si trovava al 41bis), Antonio, che aveva dichiarato il suo voto a Forza Italia. Il chiodo fiso dei boss era sempre quello: il 41 bis. Secondo gli inquirenti l’uomo dai “mille volti” avrebbe provato un aggancio prima con l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, senza successo, e poi con Marcello Dell’Utri. Dall’allora senatore ottenne un appuntamento per Gioacchino Arcidiaco, legato alla cosca della piana, il 3 dicembre 2007 nel suo studio a Milano. Micciché avrebbe istruito Arcidiaco su cosa dire a Dell’Utri. “La Piana è cosa nostra… - sentirono gli investigatori dalla viva voce di Micciché - Fagli capire che il porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi… fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi. Fagli capire che in Calabria o si muove sulla jonica o si muove sulla tirrenica o si muove al centro ha sempre bisogno di noi”. Addirittura, secondo quanto scrisse la Cassazione della sentenza di condanna, Miccichè aveva detto a Arcidiaco di dire “al ‘senatore’ per la questione della nomina di Antonio Piromalli a console onorario”. Cosa che però non avvenne.
Quell'incontro tra il co-fondatore di Forza Italia e Arcidiaco, però, non fu documentato in quanto non era possibile intercettare Dell'Utri, al tempo parlamentare, che godeva dell'immunità.
Secondo i magistrati Arcidiaco, il giorno dopo il primo incontro, ritornò da Dell’Utri per vedere i responsabili giovanili di Forza Italia ed organizzare la nascita di Circoli della libertà nella Piana di Gioia Tauro.

L’appoggio della ‘Ndrangheta a Forza Italia
Le parole di Pittelli assumono rilevanza se si considera un altro episodio accaduto proprio nel 1994. Giuseppe Piromalli, succeduto al fratello “Mommo” (deceduto per cause naturali nel ’79) al vertice della cosca, durante un processo a Palmi, nei mesi in cui era in pieno svolgimento la campagna elettorale che avrebbe portato Forza Italia alla vittoria, prese la parola dalle gabbie gridando: “Voteremo Berlusconi, voteremo Berlusconi”.
Achille Occhetto, candidato premier per il Pds, contestò a Berlusconi, in un confronto radiofonico tenutosi pochi giorni dopo, di non aver preso posizione contro quelle affermazioni. E il leader di Forza Italia rispose: “Non credo che nessuno possa sapere con certezza per chi voterà la mafia, non so nemmeno se sia ipotizzabile un voto compatto della mafia. È un fenomeno che confesso di non conoscere in modo approfondito”.

Quel “comune” impegno sul 41 bis
pittelli giancarlo c imagoeconomica 303204Che Forza Italia in quelle elezioni poté contare anche sull'appoggio delle famiglie mafiose è un elemento emerso in diversi processi ed in numerosissime dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Le parole di Pino Piromalli, che non è un boss qualunque ma ha recitato un ruolo di rilievo nell'evoluzione della ‘Ndrangheta, sono state recepite dai suoi sodali.
Un'indicazione di voto che girò anche in Sicilia tra i boss di Cosa nostra.
Come i corleonesi, Giuseppe Piromalli non sopportava il 41 bis e per questo ne divenne uno dei suoi nemici principali, tanto che si iscrisse al partito Radicale.
Sarebbe stata condivisa, dunque, un'unione di intenti sia per contrastare il 41 bis, che per l'eliminazione di magistrati.
A raccontare questi rapporti tra Cosa nostra e 'Ndrangheta vi sono stati diversi collaboratori di giustizia sentiti nel processo ‘Ndrangheta stragista, che si svolge a Reggio Calabria e che vede imputati Rocco Santo Filippone e il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano. “Nel corso dei processi in cui ero coinvolto insieme a Santo Asciutto, Rocco Molè e Pino Piromalli si parlava di ciò che stava accadendo in Sicilia in quel periodo. - ha raccontato in aula il collaboratore di giustizia Vincenzo Grimaldi - Mi dicevano di stare tranquillo che ora toglieranno il 41bis. Di questo ne erano a conoscenza tutte le famiglie”. E poi ancora: “Asciutto (suo confidente principale, ndr) mi disse che i Molè-Piromalli erano d’accordo con i siciliani per uccidere i magistrati come riscatto per il 41bis”. Anche un altro collaboratore di giustizia Calogero Ganci, fratello del capo mandamento della Noce, Raffaele, fedelissimo di Totò Riina, raccontò al magistrato Giuseppe Lombardo che “i Piromalli erano un punto di riferimento per Cosa nostra".
Proprio il processo calabrese sta verificando se gli attentati ai carabinieri avvenuti in Calabria tra il 1993 ed il 1994, in cui persero la vita i militari Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, possano essere inseriti in quella strategia stragista portata avanti da Cosa nostra contro lo Stato, in accordo con le famiglie calabresi.

Gli interessi della tv
Nel corso di processi si è anche fatto riferimento ad alcune estorsioni avvenute per quanto riguarda l'installazione di alcuni ripetitori televisivi, in Calabria, in particolare quello di Monte Poro (nella Piana di Gioia Tauro). "Per il ripetitore di Monte Poro si pagava una bella estorsione" aveva dichiarato il collaboratore di giustizia Antonio Russo, sempre al processo ‘Ndrangheta stragista. In quella occasione aveva anche spiegato che il ripetitore sarebbe stato gestito “dai Piromalli” attraverso un prestanomeAngelo Maria Sorrenti collegato bene con Berlusconi e Confalonieri”.
Inoltre, Giuseppe Piromalli jr, figlio con lo stesso nome del padre, però soprannominato “Facciazza”, arrestato nel 1999, fu accusato di tentata estorsione (di 200milioni l’anno, ma poi negata) e danneggiamento per aver cercato di far saltare in aria i ripetitori della Fininvest in Calabria. Quella inchiesta, però, si concluse con un’assoluzione.

Foto © Imagoeconomica

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