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La cartina di Cosa nostra palermitana nelle parole del pentito Colletti

di Karim El Sadi
Nomi e luoghi rivelati dall'ex capo mandamento di Villabate sul progetto di riorganizzazione della commissione provinciale

La mafia è un fenomeno in continua evoluzione. Si ridimensiona, apre nuovi fronti per fare affari, investe e soprattutto cambia volto. Ma la sua forza più grande è un’altra. E’ quella di sapersi riorganizzare a fronte degli imprevisti, siano essi la scomparsa di un boss di peso, o il tempestivo intervento delle forze dell’ordine. I clan infatti sono abili a ricomporre le fila con nuovi o vecchi nomi in grado di prendere in mano le redini dell’organizzazione cambiandone così forma, strategie ed equilibri. La morte in carcere del Capo dei Capi Totò Riina prima, e di Bernardo Provenzano poi, hanno fornito ai boss rimasti in circolazione l’occasione di ricostruire la commissione provinciale e più in generale di riorganizzare tutta la struttura di Cosa nostra, salvo poi essere fermati prontamente da carabinieri e polizia con le maxi operazioni “Cupola 2.0” e "New Connection".
Il 18 dicembre del 2018, uno di quegli arrestati, il capo mandamento di Villabate Francesco Colletti (in foto), ha iniziato a parlare coi magistrati rivelando le identità e i luoghi della nuova cupola palermitana. Rivelazioni, le sue, che hanno causato un vero e proprio terremoto in Cosa nostra. Alcuni dei suoi ricchi verbali sono contenuti all’interno dell’edizione mensile della rivista “S”. Dal quadro che emerge si denota una mafia dinamica proiettata verso il futuro ma con lo sguardo rivolto al passato, affidandosi ai boss storici.

Il quadro della nuova mafia
Ai pm della Dda Colletti ha mostrato la mappatura della riorganizzazione di Cosa nostra, indicando i vari storici mandamenti ed i nomi di chi ne dirige o ne ha diretto il timone.
A Pagliarelli c’era Settimo Mineo, incoronato capo della nuova commissione provinciale di Palermo, arrestato nell’operazione “Cupola 2.0”. Nel mandamento di Porta Nuova si trovava (ora è detenuto) Gregorio Di Giovanni, colui che secondo il neo collaboratore di giustizia Francesco Paolo Lo Iacono sarebbe stato il mandante dell’omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà. L’elenco prosegue con “Brancaccio-Ciaculli, dove il capo mandamento è Leandro Greco. “Al mandamento di Passo di Rigano, Giovanni Buscemi uscito da poco dal carcere”. Nel quartiere “Tommaso Natale”, invece si trovava Calogero Lo Piccolo. E ancora, al mandamento “Misilmeri-Belmonte, Filippo Bisconti”, la cui influenza si allargava fino “a Trabia o San Mauro Castelverde”. Quest’ultimo dopo Colletti è stato il secondo boss della nuova cupola a scegliere la strada della collaborazione con la giustizia, non senza aver trovato ostacoli lungo il cammino. Basti pensare che il cugino, Antonio Di Liberto, è stato freddato lo scorso 8 maggio davanti a casa sua, mentre l’autista Giuseppe Benigno solo tre giorni fa è stato raggiunto da alcuni sicari che hanno tentato, invano, di ucciderlo. Tra i nomi che contano Colletti ha ricordato anche quello di un certo Ignazio, il cognome è coperto da uno dei vari omissis applicati dai magistrati nelle carte del verbale per tutelare il delicato lavoro d’indagine. “Ignazio, mi è stato presentato come uomo d’onore da Caponetto Francesco, Caponetto mi ha detto che lui era il reggente”. Un Ignazio di Santa Maria di Gesù ci sarebbe, il suo cognome è Traina, i carabinieri lo hanno individuato come esponente in ascesa della famiglia di Santa Maria del Gesù oltre ad aver monitorato un suo incontro con Settimo Mineo.
Il puzzle di Cosa nostra, ricostruito con parole di Colletti e gli spostamenti di Settimo Mineo, osservati dagli inquirenti, indica infine alla Noce l'anziano boss Salvatore Alfano e sempre di quel territorio è Francesco Vella, soggetto che ha avuto incontri con i due Inzerillo, Tommaso e Francesco, fermati nel blitz datato 17 luglio 2019 dalla Squadra Mobile di Palermo. Ed è proprio per via del loro arresto che per il mandamento tutti gli occhi sono puntati su Giovanni Inzerillo, figlio del defunto Salvatore detto “Totuccio”. Questi nel 2018 decise di non presenziare ad una riunione d'affari, tenutasi su una barca a largo di Mondello, a cui diversamente parteciparono Tommaso Inzerillo, Giuseppe Spatola, Calogero Zito e Thomas Gambino, figlio di Joseph uomo d’onore della Cosa nostra americana.

mineo settimo

Il boss Settimo Mineo


"Buon sangue" non mente
Nella lunga lista di nomi, più o meno noti, fatti da Colletti ce ne sono due che non passano inosservati: Calogero Lo Piccolo e Leandro Greco. Entrambi “figli d’arte” e come tali rigorosamente muti davanti ai pm a seguito del loro arresto, in virtù di quei “principi” inculcati loro dalle rispettive famiglie. Calogero infatti è il figlio del capo mafia Salvatore Lo Piccolo, detto “Il Barone” (stretto alleato di Bernando Provenzano), mentre Leandro è il nipote di Michele Greco, detto “il papa”. Due big di Cosa nostra. Leandro Greco "è un ragazzino - ha raccontato Colletti - anche se, cioè lui sembra che c’ha un vecchio dentro, ma è un ragazzo". In effetti a dispetto della giovane età (poco più che ventenne) questi sarebbe riuscito ad arrivare al vertice di uno dei mandamenti storici della città, quello di Brancaccio, storico feudo dei temerari fratelli Graviano (ora in carcere, ndr), spostando il suo baricentro verso Ciaculli. Ed è sempre lui ad aver promosso il progetto di riorganizzazione della commissione provinciale di Cosa nostra.
"Michele Greco (così si fa chiamare in onore del nonno, ndr) mi dice che ci abbiamo..., dobbiamo fare un appuntamento, poi mi faceva sapere e in quest’appuntamento dovevano partecipare i capi mandamento di Palermo, che comunque io qualcuno conoscevo e qualcuno non conoscevo personalmente - ha detto ai pm - è un ragazzino anche se c’ha un vecchio dentro... Non parla male, e il cervello ce l’ha... ho sempre pensato che si era messo in testa che doveva essere capo di questa commissione".
Diverso è il caso dell’altro figlio d’arte, Calogero Lo Piccolo, il quale, a differenza di Greco, non è di certo alle prime armi in quanto già condannato per mafia e tornato in libertà nell'aprile 2018 dopo aver scontato la propria pena. Gli inquirenti lo monitoravano da tempo e le indagini hanno dimostrato come, nonostante la lunga assenza, non avesse affatto perso il proprio ruolo all'interno del mandamento di Tommaso Natale. Inoltre, come ha riportato il pentito di Villabate, anche lui sarà uno dei grandi promotori della riorganizzazione di Cosa nostra.

La riunione
Dopo aver snocciolato ai magistrati le importantissime informazioni sui componenti della nuova cupola, Colletti ha raccontato della famosa riunione segreta che ne avrebbe sancito la nascita con a capo Settimo Mineo, il quale in quei mesi si era girato tutta Palermo per allacciare rapporti, stringere intese e soprattutto guadagnarsi la fiducia degli altri boss della provincia. Michele Greco “… mi dice di farmi lasciare da solo in viale Michelangelo... - ha rammentato il collaboratore Colletti - io mi fermai davanti a Mondo Legno... venne un motore ed era Sirchia Giovanni... mi metto sopra con Sirchia e abbiamo fatto un bel po’ di strade di campagna... siamo andati in una stradina con delle case vecchie... c’erano dei lavori... io sono salito... ha bussato alla porta... qualcuno ha aperto Sirchia si è allontanato…”. Il luogo descritto è un casale situato a Baida, il giorno è il 29 maggio 2018, esattamente sei mesi e 12 giorni dopo la morte di Totò Riina. “Là dentro ho trovato Mineo, già era seduto, c’era un tavolo imbandito con dei dolci, delle storie, c’era già a tavola Gregorio Di Giovanni... Greco Michele... e c’era anche omissis... (nei successivi interrogatori farà il nome di Giovanni Buscemi, pure lui arrestato, ndr) penso che ci abbia pensato lui a mettere a disposizione questa casa... dopo una mezz’oretta è venuto Calogero Lo Piccolo... si aspettava il Bisconti che non si è presentato... l’abbiamo aspettato un bel po’ di tempo, abbiamo fatte questa specie di pranzo a base di cornetti e roba varia…”. “Bisconti, in altri appuntamenti - ha spiegato il pentito - doveva portare dei capi mandamento della provincia di Palermo un mese sì e uno no dovevamo fare una riunione... Santa Maria di Gesù non ha partecipato perché non aveva il capo mandamento... c’era un reggente e non poteva partecipare”.
Al meeting probabilmente avrebbe dovuto partecipare anche il boss della Noce Franco Picone il quale, a dispetto dei domiciliari, riusciva comunque a trasmettere una certa influenza. “Cusimano conosce il Picone... Franco mi pare... che aveva gli arresti domiciliari... era amico del Cusimano mi diceva se questa Picone doveva partecipare o meno”. Colletti, però, ha affermato che Picone non avesse cariche: “Che io sappia no. Ho sentito che è uomo d’onore... non doveva partecipare questo significa che anche la Noce partecipava a quella riunione, ma questo Picone... lì non c’era un capo mandamento...”. In un successivo verbale aggiungerà “che abbiamo parlato pure di Musso, credo o qualcosa del genere, sapevo che questo Musso è uomo d’onore della Noce, ma non lo conosco assolutamente”.

lopiccolo calogero e greco leandro

I boss Calogero Lo Piccolo e Leandro Greco


Assenze
Assenti importanti alla riunione erano gli Inzerillo. Da quanto emerso in un’intercettazione del 22 gennaio 2019 il boss di Passo Di Rigano Tommaso Inzerillo, cugino di “Totuccio” ammazzato dagli uomini di Riina l’11 maggio 1981, aveva il timore che le nuove leve si pentissero mettendo a repentaglio l’intero progetto di riorganizzazione della commissione. Per questo motivo ha desistito nel partecipare e preferì mandare un suo uomo, Giovanni Buscemi. "A Giovanni è venuto pure qua, per me ci potete andare io l'ho cacciato ... voleva ancora che quello viene pure ... gli ho detto: ...inc... voleva che ...inc..., ma vattene ...", diceva. Per quanto riguarda invece l’assenza di Bisconti, in un’altra riunione, tenutasi nella zona qualche tempo più tardi, lo stesso capo mandamento di “Misilmeri-Belmonte” ha spiegato che “era seguito, ha visto che era seguito e quindi ha preferito non partecipare” ha affermato Colletti. In quell’occasione “mi è stato presentato un ragazzo come uomo d’onore, un ragazzo grossetto, giovane, credo trenta... trentacinque anni... (successivamente farà il nome di Gaspare Rizzuto, ndr) ha aperto... c’era dentro Pispicia, Greco, Di Giovanni, sono entrato là dentro con Bisconti e Sciarabba".

Dentro e fuori
Anche se il tentativo di Cosa nostra di ricostruire una nuova cupola è fallito grazie all'intervento della procura di Palermo, i grandi boss rinchiusi in carcere grazie a queste importantissime operazioni antimafia non possono assolutamente considerarsi "finiti". E lo stesso vale per quelli arrestati negli ultimi anni. Le parole e l'influenza dei capi mafia, è risaputo, sono in grado di attraversare senza difficoltà le celle e le pareti delle carceri di massima sicurezza. Prendendo in esame la nomina come capo mandamento di Ciaculli-Brancaccio di Leandro Greco, ad esempio, sembrerebbe quantomeno improbabile che venisse accettata in seno a Cosa nostra, senza il benestare espresso dal carcere dei potentissimi fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, i quali nel quartiere più a sud di Palermo hanno dominato per anni.
Occhi aperti anche sui mafiosi tuttora a piede libero nella città. A fine novembre il prefetto di Palermo Antonella De Miro ha consegnato alla Commissione parlamentare antimafia in trasferta in Sicilia un rapporto sui boss usciti dalle patrie galere dopo aver scontato il loro debito con la giustizia. I dati sono allarmanti. A quanto risulta dal 2017 sono tornati in libertà circa 230 mafiosi, di cui oltre una decina solo a Palermo. Tra questi ci sono quatto reggenti di mandamento: Giovanni Bosco, di Passo di Rigano; Giulio Caporrimo, di Tommaso Natale; Salvo Genova e Diego Di Trapani, di Resuttana. Alla luce del recente passato è facile pensare che anche su di loro si appoggi l’organismo di Cosa nostra.

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