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Nicosia, le carceri e quel filo con ''San Matteo'' Messina Denaro

di Aaron Pettinari - Audio
L'operazione "Passpartout" svela affari negli Usa e progetti di omicidio

"Noi preghiamo San Matteo... tutti i Matteo... quelli buoni, quelli cattivi...San Matteo proteggici...mai contro a San Matteo... onorevole Occhionero... mai mai si deve dire che siamo stati contro San Matteo, non si può sapere mai...per ora c'è San Matteo che comanda...". A parlare è Antonello Nicosia, finito in manette ieri nell'ambito dell'operazione "Passpartout", coordinata dalla Dda di Palermo, che ha portato anche all'arresto di altre quattro persone tra cui il capomafia di Sciacca Accursio Dimino, in un messaggio vocale captato il 25 marzo scorso. Secondo gli inquirenti quel Matteo altri non è che il super latitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro. Il senso di Nicosia per il Padrino trapanese è forte: una volta lo appella come un "Santo", un'altra come "Premier", a seconda del momento.
Certo è che l'assistente parlamentare dell'onorevole Pina Occhionero (ex LeU oggi Italia Viva) è indagato per associazione mafiosa e quel che emerge nella lettura delle carte va ben oltre alle già gravissime parole riferite su Giovanni Falcone ("morto per un incidente sul lavoro"). Scrivono i pm: "Peraltro, che le sorti della famiglia Messina Denaro stessero a cuore al Nicosia emergeva anche da altre conversazioni intercettate, conversazioni dalle quali poteva agevolmente comprendersi che l'empatia che legava lo stesso Nicosia a quella famiglia non era solo quella relativa alle condizioni detentive dei suoi numerosi componenti (a tutt'oggi detenuti nelle carceri italiane) ma riguardava, anche e soprattutto, il più importante rappresentante che, in realtà, in una struttura carceraria mai aveva fatto ingresso".

Gli incontri nelle carceri
Proprio quel continuo andare e venire all'interno delle carceri è uno dei nodi cardine dell'inchiesta.
Secondo i pm Nicosia, proprio sfruttando i rapporti con la Occhionero (interrotti nel maggio 2019), aveva lo scopo preciso di "monitorare lo stato d’animo dei singoli mafiosi detenuti, dissuaderne eventuali iniziative collaborative e veicolare informazioni fra i detenuti e l’esterno”.
In totale gli investigatori hanno registrato quattro ingressi in altrettante strutture penitenziarie nell'arco di poco meno di un mese e mezzo.
Tra il 21 dicembre 2018 ed il 1 febbraio 2019 le visite sono state effettuate nelle carceri di Sciacca, Trapani, Agrigento e Tolmezzo, in provincia di Udine, dove è detenuto il cognato di Messina Denaro, Filippo Guttadauro.
Dopo una visita in quel carcere partì un'interrogazione parlamentare sulle “criticità” del penitenziario dove sono ospitati i boss in "casa di lavoro", una misura di sicurezza dopo l’espiazione della condanna.
Prima ancora, il 22 dicembre, Nicosia ed Occhionero avevano visitato la casa circondariale di Trapani incontrandosi con Santo Sacco, consigliere provinciale, ex consigliere comunale di Castelvetrano e sindacalista della Uil condannato in via definitiva quale componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.
Il giorno successivo, dentro la vettura dell'assistente parlamentare, le cimici hanno registrato i commenti sull'incontro. "Santo Sacco è un bravo ragazzo, che deve legarsi al dito, basta che esce dal carcere - diceva Nicosia -. L'unica cosa che deve fare Santo Sacco è cucirsi la bocca... se si cuce la bocca...". Una raccomandazione che l'assistente parlamentare avrebbe fatto allo stesso detenuto. "Ma gliel'ho detto ieri, quando poi si è avvicinato gli ho detto 'Sa', porca puttana, continui a dire minchiate, a sparare cazzate, a parlare assai, cioè capisci che tua madre quando hai detto le prime cose avrebbe dovuto tagliarti la lingua?'".
Ma quella non era la prima volta che Nicosia incontrava Sacco. Tempo prima, infatti, su autorizzazione del Dap attraverso una delle proprie associazioni volontaristiche che si occupano di diritti ai detenuti, aveva già fatto visita al detenuto quando questi si trovava al carcere Pagliarelli di Palermo. Una conoscenza pregressa che non doveva essere resa nota.



Dalle indagini è anche emerso che Nicosia era "riuscito a procurarsi uno strumento sottratto direttamente dalla legge a qualsiasi verifica, per comunicare con gli associati mafiosi detenuti". Infatti è stato certificato che Sacco, in carcere, aveva ricevuto dall'assistente della parlamentare una lettera scritta su carta intestata della Camera dei deputati.
L'elemento grave sottolineato dai pm è che la missiva "non è sottoposta né a limitazioni né a controlli in quanto proveniente da membro del Parlamento".
Anche questo scambio epistolare veniva commentato con la Occhionero. "La carta intestata della Camera, cioè io sono Santo Sacco, pure qua dentro, capito, la carta intestata della Camera", raccontava Nicosia alla deputata, che chiedeva a sua volta se gli era piaciuta. "Ma certo, la carta intestata della Camera, gli potevo mandare una cosa così? - proseguiva Nicosia - Mi sono fatto dare un blocchetto di carta intestata Camera dei Deputati. Con la firma sotto perché ho firmato tutte e due, gli ho messo Onorevole... e lui questa cosa la porterà in giro come una fidanzata... sezione sezione. Io sono Santo Sacco, io sono Santo Sacco anche in galera! Ed il primo ministro (Matteo Messina Denaro, ndr) è sempre a Castelvetrano ... non si scherza", diceva ancora ridendo.
“L’impegno del Nicosia per Sacco - scrivono i pm - era tale che l’indagato aveva sollecitato la Occhionero ad attivarsi per far trasferire il detenuto da Nuoro a Roma perché, per ragioni allo stato non perfettamente decifrabili, lei avrebbe potuto ottenere, sempre a detta del Nicosia, un servizio di scorta”.
La deputata, che non è indagata, è stata sentita oggi dai pm come persona informata sui fatti. Ed è facile pensare che tra le domande che le saranno poste anche quelle sulle visite nelle carceri di massima sicurezza e gli incontri con i boss detenuti.
Gli inquirenti hanno evidenziato proprio come i rapporti tra lei e Nicosia si fossero interrotti da maggio, e al tempo stesso avevano anche registrato un'altra intercettazione, quella del 7 marzo, dove l'assistente si rivolgeva all'onorevole in modo minaccioso: “Onore’ non parlare a matula (inutilmente, ndr), Santo Sacco non sbaglia, il braccio destro del primo ministro (Messina Denaro, ndr), non sbaglia, non sbagliare a parlare tu”. E poi ancora: “Onore’ non è che fai finta che non capisci le cose e te la facciamo passare liscia. Non è permesso, altrimenti il cous cous a Selinunte non te lo puoi mangiare manco se porti Bersani…”.
Certo è che Nicosia aveva da tempo ideato quel modo di comunicare con i carcerati. In un'intercettazione del 4 gennaio scorso veniva spiegato l'origine del rapporto di collaborazione con la deputata dopo che l’attivista radicale le aveva preparato “un’interrogazione parlamentare”: “Io le ho detto: ‘Mi fai un contratto come assistente parlamentare, ma anche senza soldi, per entrare e uscire dalle carceri e basta’”. L'intento era semplice: “Mi giro le carceri, visto che non potevo entrare, così con lei entro, vado al 41-bis. Faccio un sacco di cose, hai capito? Ho trovato questo escamotage". In un'altra intercettazione diceva ancora: "Se io ci vado senza deputato a fare la visita devo chiedere l’autorizzazione al Dap. Il Dap comunica al direttore e che minchia di visita è? Con un deputato ci vado all’improvviso, capito? Entro di notte pure. Ad Agrigento ci sono andato di notte”.



L'onorevole Pina Occhionero


Il progetto di omicidio
Ma il ruolo di Nicosia andava anche oltre all'essere "postino" delle famiglie mafiose. In un dialogo registrato il 29 gennaio 2018 è stato intercettato mentre discuteva con il boss Dimino dell'opportunità di uccidere l'imprenditore Paolo Cavataio. Progettavano di ucciderlo in Africa, dove lavora con la sua impresa ittica. "Una cosa inutile" dice Nicosia. E Dimino aggiungeva: "E' il più ricco di Sciacca. Facciamocelo un giro lì in Marocco e ce lo chiamiamo". Addirittura non temevano eventuali ripercussioni perché lì, in quel Paese, "problemi non ce ne sono" e sarebbe anche stato difficile ricondurre ad un movente. "Appunto tu non devi dargli 'lauso', poi quando è ... dici minchia è successo ... e ha l'amante e ha quello ... capace che ha toccato qualche femmina di qualcuno", aggiungeva sempre il capomafia, che spiegava di poter uccidere lui stesso l'imprenditore: "e ... ci andiamo da là, se si fa una cosa là, l'importante è trovare una cosa di questa ... lo faccio io, l'importante che lo prendiamo".
Tra le conversazioni intercettate anche quella su un misterioso “progetto”, con Nicosia che in un messaggio vocale evoca sempre Messina Denaro: “Giratevela a Matteo così mi finanzia il progetto, manda un milione, ci vuole il contributo della famiglia per quello che faccio”.
Ma non c'era solo il Marocco nelle idee del boss e di Nicosia. I due, infatti, progettavano anche nuovi affari negli Stati Uniti, nel settore delle slot machine. "Noi dobbiamo andare là per fare - diceva Nicosia a Dimino - in California o in Texas o in un altro posto, non è che per forza dobbiamo farlo a New York. Dobbiamo fare una cosa per fare soldi, anche in un altro paese… in Canada, non ti puoi preparare per il Canada? Ci sono quelli di Cattolica Eraclea, non puoi vedere di inquadrare a questi? Non ci possiamo andare?". Dimino spiegava: "Da questi per ora non ci arrivo, per ora, perché li hanno là i riberesi".
Le intercettazioni hanno anche rilevato una riunione organizzata il 30 luglio 2018 a Castellammare del Golfo, al Flowe caffè, dove erano presenti Sergio Gucciardi, originario di Sciacca, proprietario di due bar a New York, dove sono installate slot machine, che secondo gli inquirenti "sarebbe stato affiliato a Cosa nostra da Accursio Dimino" e tale Stefano Turriciano. Quest'ultimo, si legge sempre nel provvedimento è "originario di Castellammare ma dimorante perlopiù negli Stati Uniti e dalle informazioni acquisite dalla polizia giudiziaria, è stato controllato nel 2007 all’aeroporto di Palermo con Franco Salvatore Montagna, originario di Alcamo e fratello di Sal Montagna, affiliato alla famiglia newyorkese dei Bonanno e assassinato il 24 novembre 2011 a Montreal".
E' emerso anche il tentativo di “infiltrarsi nei lavori di ristrutturazione del complesso alberghiero Torre Macauda”, villaggio turistico di Sciacca. Pensavano di guadagnarci "qualche 50mila euro".

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L'ex magistrato Pietro Grasso © Imagoeconomica


La paura di essere scoperti da Grasso
Con il passare del tempo, così come emerso nell'inchiesta, Nicosia aveva anche iniziato ad esporre al boss di Sciacca le sue preoccupazioni per quella sua vicinanza agli ambienti di LeU.
Del resto, come scrivono i pm nel fermo, la parlamentare di LeU, poi transitata a Italia Viva, Giuseppina Occhionero si era mostrata "poco propensa a scendere a compromessi".
La deputata aveva rifiutato, ad esempio, la proposta di farsi consegnare del denaro dai titolari di una cooperativa che, all'interno della casa circondariale della Giudecca a Venezia, gestiva la sezione in cui erano detenute le donne madri. Al termine di un'ispezione, infatti, Nicosia e Occhionero avrebbero riscontrato una serie di irregolarità e il primo avrebbe proposto al deputato di chiedere del denaro per modificare il contenuto della relazione che avrebbero dovuto redigere. "Ma se lei compra 5 Louis Vuitton all'anno io e te ne dobbiamo comprare almeno una, capito? - diceva Nicosia in un messaggio vocale registrato lo scorso 14 febbraio - Ne dobbiamo comprare una altrimenti questa cosa della moglie e del marito esce fuori, capito? … Dai l'Iban quando chiamano dici 'senta io non ho tempo, le sto dando Iban, il mio Iban, in base a quello che mandano eventualmente modifichiamo le dichiarazioni ma ... capisci che non si può fare gratis questa cosa".
Anche quel no, evidentemente, contribuì a deteriorare i rapporti. E già Nicosia, parlando con Dimino, paventava la necessità di un "cambio di casacca".
"Voglio fare cambio io, voglio cambiare deputata... Io sono Radicale e resto Radicale però siccome collaboro alla Camera come consulente di una deputata di Grasso", spiegava Nicosia ad Accursio Dimino. Bisognava cercare rapporti, invece, con i deputati di Forza Italia, giudicati da Dimino "più garantisti" e "più liberisti". "Lo vorrei fare con questi di Forza Italia, sarebbe meglio", diceva non sapendo di essere intercettato Nicosia.
Certo era che il cambio era divenuto necessario.
Tra i motivi individuati anche la presenza al vertice di LeU di Pietro Grasso (ex procuratore nazionale antimafia ed ex presidente del Senato). Secondo i due poteva esservi il rischio che questi scoprisse il suo pesante trascorso giudiziario (aveva avuto una condanna a 10 anni per traffico di droga, ndr) e, dunque, non solo estrometterlo da qualsiasi incarico e collaborazione con la deputata Giuseppina Occhionero ma "farlo fuori" da ogni ambiente politico. "Quello rompe i coglioni quello..." diceva Nicosia. E Dimino replicava: "Capace che ti brucia..."; Nicosia riprendeva: "Mi brucia, certo che mi brucia. Vedi che mi sto muovendo per sto motivo... perché mi spavento, mi spavento, e va be, certo … quello s'informa, dice … ma tu che minchia sei folle?! Con questo, con questo ti metti?…". "Che parla contro magistrati e cose?", gli faceva ancora eco Dimino. "Esatto, esatto!", concludeva l'assistente parlamentare.
Certo è che i rapporti tra Occhionero e Nicosia vennero interrotti a partire dal 17 maggio e, scrivono i magistrati, "non per volontà dell'indagato". Per avere chiarimenti su quei quattro mesi di collaborazione i pm di Palermo hanno convocato per oggi la deputata.

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