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Leonardo Guarnotta: ''Su stragi verità possibile solo se cesserà l'omertà di Stato''

di Aaron Pettinari - Intervista
L'ex Giudice istruttore: "Su ergastolo ostativo allarmismo eccessivo. Ma Buscetta disse che da Cosa nostra si esce solo da morti o collaborando con la giustizia"

Dalle dichiarazioni su un attentato rivolto contro la sua persona nel 2000, alle inchieste sui mandanti esterni delle stragi, passando per la sentenza Stato-mafia e le recentissime pronunce della Cedu (Corte Europea dei diritti dell'uomo) e della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo. Di questi argomenti abbiamo parlato con l'ex giudice istruttore Leonardo Guarnotta, oggi in pensione, in passato membro, assieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, del pool antimafia coordinato dal giudice Antonino Caponnetto che ha istruito il Maxiprocesso di Palermo.
Le scorse settimane il collaboratore di giustizia Pietro Riggio, che il prossimo 19 novembre sarà sentito al processo d'appello Capaci bis ha riempito diversi verbali con i magistrati nisseni, parlando della strage di Capaci, a cui, a suo dire, avrebbe partecipato un ex poliziotto ed anche una donna dei servizi segreti libici ma anche di un attentato che nel 2000 si sarebbe dovuto compiere contro lo stesso ex Presidente del Tribunale di Palermo.
Sono molto cauto nei confronti di una notizia che giunge a 19 anni di distanza da parte di un soggetto le cui dichiarazioni dovranno essere vagliate dai colleghi nisseni - commenta lo stesso Guarnotta - Non dimentichiamo che questo collaboratore, che non ho mai conosciuto o interrogato, racconta di aver appreso certe notizie, come anche quelle sulla strage di Capaci, da una ex poliziotto che a suo dire sarebbe corrotto e che avrebbe avuto una parte nella strage di Falcone. Già quando ad aprile fui interrogato dai magistrati nisseni non mi fece troppa impressione. E non mi fa impressione neanche ora che la notizia è divenuta di dominio pubblico.

Lei dal 1995 non svolgeva più funzioni inquirenti ma si occupava comunque di mafia nelle vesti di presidente della seconda sezione penale e della quarta sezione di Assise a Palermo. Inoltre è stato anche Presidente di processi che vedevano imputati Calogero Mannino (ex ministro della Democrazia cristiana) e Marcello Dell'Utri (braccio destro di Berlusconi) per concorso esterno in associazione mafiosa. Può esservi una qualche relazione con quello che era il suo ruolo?
Ma non so se vi possa essere un legame così specifico. Una cosa del genere probabilmente poteva essere stata pensata quando ero Giudice istruttore. Quando smisi di svolgere funzioni requirenti mi occupai anche del processo Francese, con la condanna ai mandanti Salvatore Riina, Francesco Madonia, Nenè Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco e Pippo Calò e l'ergastolo anche per Leoluca Bagarella. Tuttavia mi stupisce un altro fatto.

Quale?
Che di un progetto di attentato nei miei confronti non hanno mai parlato altri collaboratori di giustizia, anche più importanti di Riggio. Una cosa del genere poteva essere decisa solo a livello di Commissione provinciale. Raccogliere tutte le informazioni è un atto dovuto e sarà fondamentale fare ogni verifica. E' già capitato in altri casi che certe dichiarazioni possono essere fatte per accreditarsi. E qui si chiama in causa una persona specifica su responsabilità gravissime. Per questo si deve essere cauti nell'esprimere valutazioni prima che le autorità competenti diano il proprio parere.

Al di là dell'esito possiamo raccogliere comunque il dato che a 27 anni di distanza si continua ad indagare con elementi che riaffiorano sulla presenza possibile di soggetti esterni a Cosa nostra dietro le stragi. Lei che idea si è fatto?
Che le stragi non siano state un'iniziativa della sola Cosa nostra è qualcosa che ormai è chiara da tempo. Quello che non è chiaro è chi sono state le persone che hanno agito come mandanti esterni dei delitti. Ci sono verità su cui è necessario andare fino in fondo.

Le recenti sentenze come quelle sulla trattativa Stato-mafia possono offrire un contributo di verità?

Io parto da un dato. Già nel 2011, nelle motivazioni della sentenza con la quale la Corte d'Assise di Firenze ha condannato all’ergastolo Francesco Tagliavia, uomo d’onore palermitano, perché ritenuto responsabile anch’egli delle stragi che insanguinarono Roma, Firenze e Milano, si affermava papale papale che “una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quanto meno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”. Io non so se il processo Stato-mafia, ancora in corso in Appello, potrà essere sufficiente a chiarire come sono andate certe cose in quegli anni. Sono convinto, però, che la magistratura può arrivare solo fino ad un certo punto, oltre al quale è necessaria che vi sia la fine dell'omertà della politica. Quindi la fine dell'omertà dello Stato. Perché un'aula di giustizia non è abbastanza grande da poter contenere la voragine che si è creata con la morte di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e gli uomini delle scorte.

In queste settimane il dibattito politico-giudiziario si è particolarmente concentrato sulle pronunce della Cedu e della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo. Lei che idea si è fatto?
La Corte costituzionale è intervenuta su quel che viene previsto dall'articolo 4 bis comma primo dell'ordinamento penitenziario, laddove si prevede che i detenuti condannati all'ergastolo che non collaborano con la giustizia non possono godere di permessi premio.
E' molto difficile esprimere un parere quando si è colpiti in maniera personale su certi fatti. Da questo punto di vista già sentir parlare di permessi premio è qualcosa che appare fuori luogo. Premio a chi? A delle bestie che hanno ucciso tante persone, uomini, donne e bambini? Premio a persone che hanno ferito la nostra terra violentandola e colpendo uomini come Falcone e Borsellino che non hanno fatto che il loro dovere affinché tanti giovani potessero avere una vita migliore? Questo è il mio primo pensiero se tengo conto del lutto che abbiamo avuto, perché la perdita di questi grandi uomini lo considero come un lutto personale, familiare. Poi, però, c'è il fatto che i soloni d'Europa e della Corte Costituzionale si sono trovati a giudicare sulla base dell'articolo 27 della Carta Costituzionale laddove si prevede che la pena deve tendere alla rieducazione del detenuto.
Aspetti su cui siamo chiamati a riflettere.

Ma un ergastolano mafioso può davvero interrompere i propri legami con l'associazione criminale?
Il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta sul punto fu molto chiaro. Un uomo d'onore che ha prestato giuramento può uscire da Cosa nostra in due modi: o con la morte o collaborando. Certo, dopo quanto stabilito dalla Corte Ue la nostra Corte Costituzionale non poteva esprimersi in maniera differente ma non si deve creare allarmismo perché non è che domani usciranno in libertà tutti gli ergastolani mafiosi. Ma è giusto evidenziare le criticità che possono presentarsi con la nuova indicazione della Consulta.
La vicenda, così come è stata rappresentata è sicuramente molto complessa e di difficile conciliazione perché vi sono tanti aspetti da valutare. Per comprenderla appieno si dovrà attendere la motivazione della sentenza perché è chiaro che il Giudice di Sorveglianza, che dovrà valutare se il detenuto ergastolano ha effettivamente partecipato ad un percorso rieducativo e si è staccato dalla famiglia mafiosa, dovrà essere dotato di strumenti efficaci per poter decidere e non dovrà essere lasciato solo nella decisione.

Non crede che questa decisione della Corte costituzionale potrebbe disincentivare le future collaborazioni con la giustizia?

E' un altro argomento a favore della non condivisione di quanto deciso dalla Corte costituzionale. Bisognerà trovare il modo di mantenere certi punti cardine della lotta alla mafia con questa nuova indicazione. Ma prima, come ho già detto, è necessario attendere le motivazioni della sentenza.

In foto: Leonardo Guarnotta (al centro con la giacca chiara) insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Antonino Caponnetto © Franco Zecchin

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