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Messina Denaro e le stragi '92, Bellini racconta la ''seconda trattativa''

Si stoppa quando Gioè mi disse che Cosa nostra ne aveva una con i piani alti del Governo
di Karim El Sadi

Prosegue a ritmi serrati, davanti la Corte d’Assise di Caltanissetta, il processo contro il superlatitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, accusato di essere il mandante delle stragi del 1992. Ad essere audito è stato Paolo Bellini. Uomo dai mille volti, prima collaboratore del terrorismo nero e poi sicario della ‘ndrangheta tra le fila del clan scissionista Vasapollo, il nome di Bellini compare nei principali fascicoli che riguardano le pagine più buie della storia d’Italia, a partire da quello della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, riaperto qualche anno fa e che dallo scorso mese di maggio lo vede nuovamente indagato. L’ex militante di Avanguardia Nazionale ha iniziato il proprio intervento raccontando del periodo passato all’estero, in particolare in Brasile, dove si era recato per trascorrere la propria latitanza, dovuta a un omicidio del quale si era macchiato, sotto false spoglie con la sua nuova identità: Roberto Da Silva. Tornato in Italia venne arrestato nel fiorentino nel 1981 con l’accusa di furto di opere d’arte e venne successivamente trasferito per sfollamento carcerario al carcere di Sciacca, in Sicilia.
Ed è proprio tra quelle mura della casa circondariale in provincia di Agrigento che Bellini conobbe Antonino Gioè, il capo mafia di Altofonte col quale negli anni a venire strinse un forte legame di amicizia e di occulta collaborazione. Un rapporto di fiducia, quello instaurato tra il boss e il terrorista nero, sul quale ha voluto incentrare gran parte delle proprie domande in aula il pm Gabriele Paci. “Antonino Gioè era una persona rispettabile e intelligente. - ha ricordato Bellini - Non sapevo inizialmente che fosse appartenente a Cosa Nostra ma godeva di un rispetto assoluto in prigione”. Gli ex compagni di detenzione si videro poi a fine dicembre del 1991 quando l’ex di Avanguardia Nazionale scese in Sicilia perchè “avevo da riscattare crediti molto importanti per una ditta che gestivo (si parla di miliardi di lire, ndr) a Palermo e Catania e non potevo presentarmi alla porta di questa gente che avrebbe potuto essere posizionata nella società. Così ho fatto un salto a Palermo dal mio amico Gioè e gli chiesi un aiuto se queste persone possono avvicinarsi o meno”. E’ in uno di quegli incontri che Bellini parlò per la prima volta al boss della delicata operazione di ritrovamento che stava seguendo di alcune opere d’arte rubate dalla pinoteca di Modena. Il periodo in analisi è quello pre-stragi, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992. “Mi incontrai con Gioè in questa villa antica a più piani ad Altofonte. - molto probabilmente la stessa di cui parlava il collaboratore La Barbera in riferimento a una casa dove i colloqui tra Bellini e Gioè venivano origliati da lui e Giovanni Brusca al piano superiore dell’edificio in quanto Bagarella sospettava che Bellini fosse un infiltrato - Mi disse che sarebbe stato bello poterla arredare con qualche opera di antiquariato e io gli rivelai che ero stato incaricato da un Ufficiale di Polizia di Reggio Emilia di recuperare delle opere d’arte”. Qualche mese più tardi a Paolo Bellini venne presentato, dall’antiquario Agostino Valorani, il maresciallo del rinomato Nucleo tutela del patrimonio artistico Roberto Tempesta a San Benedetto, nelle Marche. “Sapevo chi fosse Tempesta per nomina - ha detto Bellini in aula - una persona corretta”, in quell’occasione “mi chiese se potevo interessarmi di questi quadri rubati dalla pinacoteca di Modena”. I due si rividero sempre a San Benedetto ad agosto del 1992 dopo le bombe di Capaci e via d’Amelio, in quell’incontro al ristorante “il pescatore” Bellini confessò al maresciallo dei carabinieri di essere “indignato da quei massacri di giudici, poliziotti e padri di famiglia, quindi ho detto al Tempesta che c’era la possibilità che io mi potessi infiltrare dentro Cosa Nostra e sfruttando il fatto che sapevo che i quadri che erano stati rubati da Maniero (Felice, ndr) della Mafia del Brenta, avrei potuto trovarli” ha raccontato l’ex terrorista. “Dissi a Tempesta che sfruttando questo recupero di quadri io ero sicuro di riuscire ad infiltrarmi in Cosa Nostra, queste mattanze devono finire” ha affermato. “Tempesta acconsentì ma prima mi disse che doveva parlarne coi suoi superiori, non ricordo bene se mi disse se fossero dei Ros o meno”. Il via libera gli sarebbe stato comunicato da Tempesta (che nel frattempo riferiva tutto al colonnello Mario Mori a detta del maresciallo Tempesta) all’autogrill del raccordo autostradale di Roma dove il maresciallo si è presentato all’appuntamento con una “busta gialla sigillata” contenente le fotografie delle opere che andavano ritrovate. Dietro la busta “c’era la scritta Ministero dei Beni culturali” ha rammentato il teste. “Così - ha continuato l’ampio excursus storico Bellini - andai da Antonino Gioè gli consegnai la busta che nel frattempo non avevo mai aperto e gli chiesi se conoscesse chi aveva le opere d’arte”. Gioè gli rispose “vediamo cosa si può fare”.

La “seconda” trattativa
Con quella busta fra le mani firmata “Ministero dei Beni culturali” consegnatagli da Paolo Bellini, Antonino Gioè, che nel mentre non riuscì a trovare nessuna delle opere in foto, iniziò a intravedere una possibile opportunità per dare finalmente respiro ad alcune questioni interne a Cosa nostra. Era il periodo dell’instaurazione del regime carcerario duro 41bis dove alcuni boss, soprattutto quelli di primo livello, erano stati spostati alle prigioni di massima sicurezza di Pianosa e l’Asinara. Così decise di alzare la posta in gioco e prendere lui in mano il timone della trattativa con una controproposta che “consisteva - ha spiegato durante l’udienza l’estremista di destra - nel fornire altre fotografie di quadri molto più importanti e una lista di 5 nomi di detenuti che, in cambio di quelle opere d’arte, dovevano avere degli adeguamenti della loro condizione detentiva (trasferimenti in reparti ospedalieri, o domiciliari, ndr)”. “Valeva la pena tentare”, ha commentato Bellini. Bellini, ha ricordato in aula, prese la busta di Gioè e la consegnò a Roma a Tempesta insieme a un foglietto contenente la lista di 5 nomi. il Maresciallo del Nucleo tutela del patrimonio artistico, a detta di Bellini, si prese del tempo “per analizzare le foto” e avrebbe riferito tutto al suo superiore il colonnello Mario Mori. Ha inizio così quella che i magistrati come Roberto Tartaglia hanno definito “Trattativa delle opere d’arte, una sorta di “secondo piano di trattativa assolutamente sincronico con le tappe di quella principale” che ha avuto tuttavia degli intoppi fin dalla sua nascita. Infatti, dei 5 nomi di detenuti, di cui Bellini ricordava solo quelli di “Pippo Calò e Bernardo Brusca”, “Tempesta mi disse che non si poteva fare niente in quanto erano di alto livello ed era un momento particolare. Mi disse però - ha precisato Bellini - di prendere tempo e di mantenere il canale aperto dicendo che si poteva fare qualcosa solo per uno o due della lista di cui uno era ammalato”. Bellini ha poi aggiunto che Tempesta gli annunciò che “non poteva occuparsi di questa cosa” e ad affiancarlo ci sarebbero stati “altri” che lo avrebbero contattato (il Ros, ndr).

Si ferma tutto
A quel punto l’ex primula nera riferì a Gioè che per quei detenuti si poteva fare poco e quest’ultimo, nel sentire quelle parole, ha rammentato Bellini, “era inferocito, diceva “quella non è gente seria non si può andare avanti”". E’ in quel contesto che, a detta del teste, Gioè avrebbe detto: “che ne direste se un giorno vi alzaste senza torre di Pisa?”. “In quel momento - ha continuato il suo racconto il teste - non cercai di dare impressione visiva ma rimasi stupito. Quel “che ne direste” - ha spiegato - era un ragionamento come per dire “tu fai parte di quelli la”, in pratica mi univa a loro”. Bellini poi sollecitato dalla sua domanda sulla torre di Pisa gli rispose “che sarebbe scomparso tutto il turismo e quindi la città di Pisa”, sottolineando, in un secondo momento, che “io non ho mai consigliato niente né dell’abbattimento della Torre di Pisa né della questione delle siringhe infette sulle spiagge, sono tutte cose dette da Gioè, non mie”. La precisazione del teste è dovuta probabilmente al fatto che in passate udienze di questo ed altri processi, i collaboratori di giustizia Gioacchino La Barbera e Giovanni Brusca avevano ribadito che a suggerire a Cosa nostra di colpire i monumenti, e in particolare la Torre di Pisa, era stato lo stesso Bellini.
Dopodiché Gioè, ha continuato il racconto l’ex terrorista, avrebbe aggiunto: “I giudici si possono sostituire, i poliziotti si possono sostituire e anche gli uomini ma la Torre di Pisa no”. Secondo Bellini ciò che gli disse Gioè era vero “perchè non poteva dire una cosa che non dovevo riportare a qualcun altro”. Una sorta di messaggio insomma. “Dopo - ha continuato Bellini - stava a chi di competenza far sapere cosa dire e cosa fargli fare”. Dopo questa affermazione il pm Paci ha domandato al teste se avesse riferito di questi sfoghi del capo mafia al suo interlocutore Roberto Tempesta e Bellini ha detto “sì certo immediatamente”. In seguito il magistrato gli ha chiesto se Gioè gli avesse mai parlato di altre trattative e Bellini si è ricordato che Gioè gli disse che “loro (Cosa nostra, ndr) avevano un’altra trattativa con i piani alti del governo, e lì per me la trattativa con loro si è arenata. Il periodo è fine settembre-primi di ottobre del 1992”. In quel momento per Bellini si verificò una situazione di stallo “da una parte c’era il Ros che non si era mai fatto vedere e dall’altra c’era Tempesta che mi diceva che prima o poi mi avrebbero contattato”. Il contatto alla fine ci fu, ma solo nel mese di novembre del ’92 in una circostanza tra l’altro molto particolare che il teste ha raccontato ai giudici. “Nel mese di novembre mi citofonano in casa chiedendo se fossi PaoloAquila Selvaggia”, il mio nome in codice che sapevo solo io, il maresciallo Tempesta e Mario Mori. Faccio salire questo signore che mi dice di essere del Ros e mi disse di “non scendere più in Sicilia che noi abbiamo una grossa operazione in corso” e se ne andò di fretta. Io in Sicilia - ha proseguito Bellini - scesi lo stesso il 30 o 31 dicembre ’92 per consegnare dei soldi di una partita di cocaina. Quando arrivai davanti al Motel Agip a Palermo dove avrei dovuto incontrare Gioè intravidi lo stesso carabiniere che si presentò a casa mia e quando lo vidi me ne andai subito per tornare in Emilia Romagna”.
Da quel giorno con Gioè non si vide più e quell'interlocuzione con gli uomini di Cosa nostra ebbe fine. Il processo è stato rinviato al prossimo 30 settembre e riprenderà sempre con la testimonianza di Bellini.

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