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Quando Libero Grassi disse: ''Non rinuncio alla mia dignità''

di Marta Capaccioni
Oggi si ricorda il sacrificio dell’imprenditore che denunciò la mafia

Quanto può sembrare banale un “no”? Il “no” che ripetiamo ogni giorno, nella nostra quotidianità, quando non siamo d’accordo o preferiamo scegliere una strada diversa da quella degli altri. Anche Libero Grassi disse “no”, ma alle persone sbagliate. E gli costò la vita.
Era il 29 agosto di 28 anni fa, quando Grassi svoltò in Via Alfieri, a Palermo, e lo colpirono alle spalle con quattro colpi di pistola, uno al petto e tre alla testa. Per un semplice no. O forse, dopotutto, non così semplice.
Imprenditore e politico, nato a Catania ma vissuto tra Palermo e Milano per lavoro; quella di Libero Grassi è la storia di un normale siciliano che, senza averlo né chiesto né voluto, si ritrovò a dover sfidare Cosa Nostra. A metà degli anni Ottanta, l’azienda tessile di famiglia, la SIGMA, nonostante i vari problemi economici, fatturava 7 miliardi in Italia nel settore della biancheria intima. Cifre che facevano acquolina. E in quegli anni iniziarono le intimidazioni: telefonate dove si minacciava la sua incolumità pubblica, il rapimento del cane Dick, e ancora tentativi di rapine alle paghe dei dipendenti dell’azienda. Libero avrebbe solo dovuto aprire il portafoglio, tirare fuori 50 milioni di lire, e sarebbe finito tutto. Ma davvero il pagamento di quella cifra avrebbe liberato l’imprenditore siciliano dall’enorme bocca famelica della mafia?
Non proprio, Libero sapeva bene che la prima estorsione sarebbe stata solo di avvicinamento, e rifiutarsi di partecipare al gioco gli aprì il cammino verso la morte.
“Io non sono pazzo, non mi piace pagare, è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore. Io non pago perché non voglio dividere le mie scelte con i mafiosi”, così rispose Libero, durante la famosa intervista a Samarcanda (canale tg3), alla domanda di Michele Santoro: “ma perché lei non paga? Pagano tutti”. Era l’11 aprile del 1991.
Un destino già segnato dopo la lettera “Caro estorsore”, pubblicata in prima pagina sul Giornale di Sicilia, il 10 gennaio precedente: “volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al ‘Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui”.

grassi libero intervento

Una sfida aperta alla mafia, in cui Libero si trovò completamente solo, isolato in una città, in una regione, in una Nazione che chiudeva gli occhi e non voleva capire. Solo, senza nemmeno un uomo di scorta. Dalle parole dei suoi interlocutori, si capì come il disimpegno e un semplice “sì” fossero intimamente collegati alla diffusione e alla penetrazione del sistema mafioso nel territorio italiano. “Le estorsioni rappresentano un dettaglio”, dichiarò il direttore della Confindustria. Mentre il magistrato Luigi Russo affermò qualcosa di ancora più imbarazzante: “non possiamo rifiutare qualsiasi dialogo, si può anche non pagare, ma chi non paga, deve sapere bene cosa gli succede prima o poi”. Ecco il primato della legge! Ecco un rappresentante dello Stato! Ecco lo Stato!
E ancora il dottore continuò, aggiungendo parole sconcertanti. Perché d’altronde, era necessario raggiungere un punto di equilibrio, e se tutti si fossero comportati come Libero, migliaia e migliaia di piccole aziende siciliane sarebbero andate in fiamme. Allora è questa la verità! Libero non è una vittima. Se l’è andata a cercare! Libero voleva distruggere gli estorsori, non le aziende. E per questo fu assassinato, come i 28 imprenditori nei 10 anni che avevano preceduto il 1991, in una escalation criminale che avrebbe dovuto preoccupare molto.
Dopo la sua morte, in pochi compresero il significato di quel sacrificio, tra i quali i giudici Falcone e Borsellino, che qualche mese dopo avrebbero fatto la stessa fine. In una intervista condotta da Gianfranco Danna dopo l’assassinio di Libero, Falcone dichiarò che non si tenne conto che “Cosa Nostra ben difficilmente avrebbe trascurato di dare una lezione a chi metteva in forse tutto il sistema del racket mafioso”.
“Fra tanti eroi che non lo sono, e si atteggiano tali, eccone uno che lo è stato senza nemmeno sospettare, probabilmente, di esserlo. Essere galantuomini, sfidare - per normalità - la norma, sembra essere un fatto di eroismo. Se, come diceva Brecht, una nazione che ha bisogno di eroi è una nazione sventurata, Dio sa quanto possa esserlo la nostra, che ha bisogno di eroi così atipici e che oltretutto ne ha così pochi”, così scrisse il costituzionalista Guido Neppi Modona su Repubblica, il giorno dopo la morte di Libero.
E infine, riprendendo le parole del giudice Falcone, giusto qualche ora dopo l’assassinio, la mafia non si può vincere “pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.
Ogni goccia di sangue innocente equivale ad una imperdonabile colpevolezza per uno Stato che ama definirsi “civile e democratico”, ed equivale ad una grande responsabilità per ogni cittadino italiano che si nasconde dietro il velo dell’omertà.
Si chiamava Libero in onore di Giacomo Matteotti, ma davvero libera era la sua anima, che si ribellò a quella macchina mortale che è la mafia.

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