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Repici: '''Menti raffinatissime' dietro la morte del poliziotto Agostino''

Il legale della famiglia: "Oggi il processo si rende ineludibile"
di Aaron Pettinari - Intervista

Trent'anni. Tanto è passato dal giorno in cui, nel 1989, furono uccisi il poliziotto Nino Agostino e sua moglie Ida Castelluccio, incinta di pochi mesi. Trent'anni fatti di indagini, depistaggi, archiviazioni ed una richiesta di verità che ancora resta aperta. Un percorso reso sempre più difficile dal trascorrere del tempo. E' la prima commemorazione senza mamma Augusta, una donna coraggiosa che già con il solo sguardo trasmetteva tutta la propria forza e determinazione nel chiedere giustizia per "Nino, Ida e quel bimbo mai nato". Ed anche per lei suo marito Vincenzo, e l'intera famiglia, continuano a lottare. Una battaglia che viene condotta anche dal legale Fabio Repici che in questi anni con tenacia, opponendosi alle varie richieste di archiviazione del caso, ha chiesto che si arrivi a un processo nei confronti dei due indagati per l'omicidio, i boss mafiosi Antonino Madonia e Gaetano Scotto. E proprio Fabio Repici ci ha rilasciato quest'intervista in cui si fa il punto della situazione sull'inchiesta che è ora nelle mani della Procura generale di Palermo e che vede conclusi i termini di indagine che erano stati predisposti dal Gip.

Avvocato Repici, trent'anni sono passati dal delitto Agostino. Quando presentò la memoria con la richiesta di avocazione del fascicolo da parte della Procura generale disse che il processo "o si fa ora o non si farà mai più". Sono passati quasi tre anni. Che speranze ci sono che stavolta si arrivi a un dibattimento?
Sono passati due anni e mezzo dall'avocazione disposta dalla Procura generale di Palermo. Sono certo che la gran parte di questo tempo è stato occupato dal lavoro serio dei magistrati di quell'Ufficio. Quindi, per una volta, secondo me c'è da essere fiduciosi.

Anche in questa vicenda vi sono figure torbide come "Faccia da mostro", il poliziotto Giovanni Aiello. Di lui parlano diversi collaboratori di giustizia e nella richiesta di archiviazione della Procura del 2016 viene descritto come un soggetto certamente in contatto qualificato con l’organizzazione mafiosa Cosa nostra (se non, addirittura, a questa intraneo). Che ruolo ha giocato?
Ha giocato sicuramente un ruolo importante, fin da prima dell'esecuzione dell'omicidio. Occorre ricordare che il padre del poliziotto Agostino il 27 febbraio 2016 ha riconosciuto in Giovanni Aiello il conducente della motocicletta dalla quale era sceso un altro uomo - secondo me Antonino Madonia, legatissimo all'ex poliziotto Aiello e all'intero apparato di Polizia di Stato e Sisde che ha supervisionato il delitto - che a inizio luglio 1989 cercò Nino Agostino nella stessa casa di Villagrazia di Carini davanti alla quale qualche settimana dopo fu commesso il duplice omicidio di Nino Agostino e Ida Castelluccio.

La morte di Aiello quanto pesa sull'accertamento della verità?
Quando, il 21 agosto 2017, sulla spiaggia di Calalunga a Montauro, morì Giovanni Aiello, fu naturale pensare a un "infarto di Stato", per far scomparire un protagonista di tanti crimini di Stato. Pensai, dunque, che in quel momento fossero in tanti a festeggiare uno scampato pericolo. Infatti, se Aiello si fosse a un certo punto deciso a vuotare il sacco, sarebbe venuto giù di tutto. Basti pensare al contrasto fra le sue ufficiali parole messe a verbale negli interrogatori e la realtà rappresentata dai documenti che contemporaneamente egli faceva trovare puntualmente nel corso delle perquisizioni o le parole che faceva trapelare attraverso le intercettazioni. Quindi, certo, la morte di Aiello un po' pesa. Ma non tanto sul duplice omicidio Agostino-Castelluccio. Su quel delitto ribadisco che sono convinto che la verità prima o poi, spero a breve, emergerà tutta. La morte di Aiello pesa soprattutto per l'individuazione dei criminali di Stato, inseriti negli apparati di polizia e di intelligence, che hanno partecipato alla vera e propria campagna golpista che ha indirizzato la storia del nostro Paese dal 1969 agli anni più recenti. Ecco, magari Aiello avrebbe potuto essere il pentito di Stato - così inducevano a pensare i messaggi sibillini che egli si impegnava a diffondere capziosamente - che ancora manca.


aiello giovanni faccia da mostro

"Faccia da mostro", il poliziotto Giovanni Aiello


In passato di Aiello hanno riferito collaboratori come Vito Lo Forte e Vito Galatolo. In particolare Lo Forte aveva indicato Scotto e Madonia come esecutori materiali dell’omicidio del poliziotto, a bordo di una motocicletta, e Aiello come soggetto intervenuto ad agevolare la loro fuga. Quando la Procura chiese l'archiviazione si evidenziava un'assenza di riscontri individualizzanti nei confronti dei tre indagati. Lo scorso febbraio però, c'è stata una novità durante un'udienza del depistaggio di via d'Amelio, in trasferta a Roma, quando è stato sentito Francesco Onorato che di fatto offre dei riscontri alle dichiarazioni di Lo Forte, parlando per la prima volta di Aiello. Che incidenza probatoria possono avere queste nuove dichiarazioni?
Io già ritenevo erronee le conclusioni della Procura di Palermo, perché ero convinto che ci fossero già tutti gli elementi per fare il processo a Nino Madonia e Gaetano Scotto. Oggi ce ne sono di più, cosicché il processo si rende ineludibile.

Rispondendo ad una sua domanda Onorato parlò anche delle difficoltà per i collaboratori di giustizia nell'affrontare "certi argomenti" aggiungendo che "finché accusi un mafioso non succede niente. Quando accusi persone delle istituzioni, politici, polizie e servizi segreti... si chiudono le porte". Parole che riportano alla memoria quelle di Gaspare Spatuzza al processo Borsellino quater quando gli venne chiesto dell'uomo non di Cosa nostra presente quando venne imbottita di esplosivo l'auto che uccise Borsellino e gli agenti di scorta. E' la prova che dietro a stragi e delitti c'è una mano esterna che può portare allo Stato?
Solo gli imbecilli e i disonesti ormai possono dire che dietro stragi e delitti eccellenti, insieme a Cosa Nostra, non ci sia stata anche la mano di apparati dello Stato.

Torniamo al caso Agostino. Leggendo le carte, come l'archiviazione del Gip nei confronti dell'ex agente della mobile Guido Paolilli, indagato per favoreggiamento in concorso aggravato nel 2008, è provato che nelle indagini sull'omicidio vi fu un depistaggio. Cosa si voleva nascondere?
E' lo stesso canone utilizzato per il depistaggio su Via D'Amelio, del resto il garante nell'esecuzione è lo stesso: Arnaldo La Barbera. Si voleva nascondere la partecipazione di pezzi deviati dello Stato. Poi, giacché il depistaggio sul duplice omicidio Agostino-Castelluccio risale a epoca di pieno negazionismo, si voleva nascondere perfino la partecipazione di Cosa Nostra. Perché in quel momento ancora gli uomini di Cosa Nostra non avevano assunto il ruolo di parafulmine giudiziario che spettò loro dopo il 1992.

Come è possibile ripartire da quella intercettazione ambientale che a tutti gli effetti rappresenta un'ammissione di responsabilità nel depistaggio delle indagini sull'omicidio Agostino?
E' possibile ripartire mettendo spalle al muro (cioè, togliendo loro ogni clausola di impunità) lo stesso Paolilli (che ormai, essendo stato definitivamente archiviato, da testimone avrà l'obbligo di dire la verità, salvo che non preferisca essere sottoposto a processo per falsa testimonianza o per false dichiarazioni al pm) e tutta la filiera del Viminale e del Sisde, a partire da Bruno Contrada.

Caso vuole dire, che anche l'ex capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera, a cui i giudici del Borsellino quater attribuiscono un ruolo chiave nel depistaggio sulla strage di via d'Amelio, si sia adoperato a sviare verso altre piste le indagini su Agostino...
Come dicevo prima, La Barbera ha garantito l'esecuzione del depistaggio anche sull'omicidio Agostino. E, infatti, fece carriera nella Polizia, sotto De Gennaro e sotto altri. Del resto, come dimenticare che ad agosto 1990 la Squadra mobile di Palermo, nel far effettuare un verbale di riconoscimento fotografico a Vincenzo Agostino sulla persona che poi abbiamo saputo essere Giovanni Aiello, mise sotto gli occhi al padre della vittima l'immagine di Vincenzo Scarantino? Quello su Via D'Amelio con Scarantino era un depistaggio preannunciato.


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L'ex capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera © Imagoeconomica


L'omicidio Agostino avviene in un anno particolare, il 1989, dove vi fu il fallito attentato all'Addaura contro Giovanni Falcone. Oggi sappiamo da un’informativa della Dia e da un’altra della Squadra mobile del luglio 1989, che l’agente ucciso era di turno come scorta il giorno previsto per la strage a Falcone e nel giorno del ritrovamento dell’ordigno. Che legame c'è tra il fallito attentato e l'omicidio?
Si tratta di un legame inscindibile. In quei mesi si giocò all'interno della Polizia di Stato - e intendo nei ranghi dei vertici - la più sporca delle partite. Della quale fu vittima, non da solo, un semplice agente di polizia, onesto e coraggioso. Non è un caso che Nino Agostino fu proprio subito dopo il fallito attentato all'Addaura che iniziò a nutrire timori sulla propria incolumità. Aveva capito il gioco sporco. Del resto, lo si intuisce pure dalle parole del pentito Oreste Pagano, informato dal boss Alfonso Caruana a commento del ruolo di Gaetano Scotto come trait d'union fra Cosa Nostra e apparati.

Falcone, commentando il fallito attentato con il giornalista Saverio Lodato, parlò di "menti raffinatissime". Sono "menti raffinatissime" anche quelle che hanno voluto la morte del poliziotto?
Sono le stesse "menti raffinatissime". Quelle che hanno voluto la morte del poliziotto e che poi ne hanno accompagnato il depistaggio.

Una pista investigativa ha fatto emergere anche un altro dato. Agostino, sempre in quell'anno, sarebbe stato impegnato in un delicatissimo servizio di scorta nei confronti dell’ex estremista di destra, Alberto Volo, che tra il 28 marzo ed il 18 maggio veniva interrogato in gran segreto in Procura dal giudice istruttore Giovanni Falcone sull'omicidio Mattarella e anche su un'organizzazione segreta che si chiamava Universal Legion ma che coincideva perfettamente con quanto successivamente è emerso su Gladio. Secondo lei è possibile che Agostino, che appunto si occupava della sicurezza di Volo durante gli interrogatori, avesse appreso qualcosa di delicato?
Questo è un aspetto particolarmente delicato, sul quale spesso si generano confusione e false informazioni. Volo era un neofascista molto border line. Volo venne interrogato ripetutamente in quei mesi da Giovanni Falcone. Non so quanto Volo fu genuino nelle dichiarazioni rese alla magistratura. E' certo, però, che Volo frequentava il Commissariato San Lorenzo nel quale lavorava l'agente Agostino ed era in ottimi rapporti con il funzionario che fino a pochi mesi prima dell'omicidio Agostino aveva diretto quel commissariato. Ed è certo - lo dichiarò fin dall'immediatezza un collega di pattuglia di Agostino - che Agostino in quel periodo aveva iniziato a svolgere attività molto delicate, per l'individuazione e la cattura dei latitanti che al tempo guidavano Cosa Nostra e che, però, avevano punti di contatto, proprio nel mandamento di Resuttana in cui si trovava quel commissariato, con gli apparati di polizia.

Da qualche mese è deceduta Augusta, una donna, una moglie, una madre "in attesa di giustizia, anche oltre la morte". Come è possibile restituire la speranza di arrivare finalmente alla verità a Vincenzo Agostino e quindi alla sua famiglia?
Solo in un modo, con il processo. Così da dare verità e giustizia alla signora Augusta, almeno dopo la sua morte. E da consentire finalmente a Vincenzo Agostino di esaudire l'impegno morale assunto davanti alla bara di suo figlio e permettere alla Nazione di vedere il suo volto senza più la barba, la cui lunghezza ci dice quanto sono stati interminabili e angoscianti questi trent'anni senza giustizia.


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Augusta Schiera Agostino © Shobha


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