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Scarpinato: ''La strage di via d'Amelio opera di una criminalità del potere''

di AMDuemila
L'avvocato Repici: "Uomo legato a Contrada gestisce collaboratori di giustizia e testimoni. Così Governo non credibile"

Gli interventi al convegno organizzato per le commemorazioni: "Verità di Stato, Verità di tutti?"

Durante l'intero arco delle commemorazioni più volte è stata ribadita la necessità di una memoria che non sia solo sterile ma che diventi attiva nell'impegno quotidiano ma anche per una lotta per la ricerca della verità. E su questo si è discusso durante il dibattito dal titolo "Verità di Stato, Verità di tutti?", moderato dal giornalista Giuseppe Lo Bianco, che ha visto la partecipazione del Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato e dell'avvocato della famiglia Borsellino, Fabio Repici. Un appuntamento introdotto dalla lettera scritta oggi su La Repubblica da Giuseppe Lombardo che purtroppo non è potuto essere presente all'incontro, così come il consigliere del Csm Sebastiano Ardita.

Fabio Repici: "Ancora oggi ombra di Contrada al Viminale con De Salvo ad occuparsi di collaboratori di giustizia"
Prima di rispondere alle domande poste da Lo Bianco Fabio Repici ha approfittato della presenza del Presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra per lanciare un allarme sulle disfunzioni che al momento ci sono anche in materia di gestione e protezione dei collaboratori di giustizia. "L'unico modo per essere coerenti in giornate come questa, in memoria e ricordo di sei persone che sono state qui uccise, è quello di dire anche le verità più urticanti e indicibili. E tra le disfunzioni dello Stato nella gestione delle vicende dei Testimoni credo si debbano aggiungere quelle sui collaboratori di giustizia. E' noto quanto avvenuto nelle Marche, lo scorso Natale, e in questo momento, non venti anni fa, a gestire i collaboratori ed i testimoni di giustizia, sotto l'egidia del sottosegretario Luigi Gaetti, uomo di Governo, vi è un fedelissimo collaboratore di Bruno Contrada: mi riferisco al dottor Giuseppe De Salvo. Mi chiedo se si può tollerare in via d'Amelio, oggi che ricordiamo Paolo Borsellino, che l'ombra di Contrada ancora sia sul Viminale a gestire la vita e la morte di testimoni e collaboratori di giustizia. Io ritengo che sia indegna". Repici si riferisce all'ex capocentro del Sisde di Messina Giuseppe De Salvo da lui indicato come vicino a Contrada, ex numero due del Sisde già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Quindi il legale, rivolgendosi direttamente a Morra, ha aggiunto: "Questa persona va tolta da quel posto. Possibile che il Governo del cambiamento lo tiene lì? Non avete proprio la possibilità di rendervi credibili. Altro che cambiamento. Altrimenti rimane solo propaganda la declassificazione con cui sono stati resi accessibili atti che erano già noti a tutti da decenni".
Repici ha poi parlato del processo Borsellino quater, dove "con la sentenza emessa il 20 aprile 2017 si certifica che quella di via d'Amelio è stata una strage di Stato ma queste cose Salvatore Borsellino le aveva già dette tempo addietro, e tutti lo prendevano per pazzo. Oggi non più. In questo processo a vincere siamo stati noi, parte civile Salvatore Borsellino, e il legale di Vincenzo Scarantino, unici a chiedere l'assoluzione per quest'ultimo mentre la procura della Repubblica ha fatto di tutto affinché Scarantino fosse condannato nonostante le torture e le vessazioni subite". Repici ha poi evidenziato come sia stato scandaloso che la Commissione regionale antimafia, che si è occupata del depistaggio di via d'Amelio, non ha mai audito Salvatore Borsellino. "Sapete perché non è stato chiamato? Perché tra i collaboratori del Presidente della Commissione vi è Vittorio Bertone, figlio del Procuratore della Repubblica nisseno Amedeo Bertone. E' lui che ha omesso di convocare Salvatore Borsellino durante l'inchiesta. Vi è una cinghia di trasmissione tra la Procura della Repubblica nissena e la Commissione che convoca i testimoni e questo non è normale e le dobbiamo dire anche se sono fatte da quelli che ufficialmente dovrebbero essere dalla 'nostra' parte".



"Oggi nessuno può dire che in via d'Amelio vi era solo Cosa nostra, o che solo Cosa nostra abbia operato a Firenze, Milano, Roma, Capaci, ecc... Sono arrivate sentenze che hanno messo in fila certe cose. Penso al Borsellino quater, al trattativa Stato mafia, al processo in corso a Reggio Calabria, 'Ndrangheta stragista. I risultati a cui si è giunti sono impressionanti e pochissimi pensavano potessero essere raggiunti". In questo percorso nella ricerca della verità, secondo il legale, vi è anche il rischio di "intossicazioni investigative". In particolare ha parlato di alcuni collaboratori di giustizia (in riferimento ad alcune dichiarazioni di Maurizio Avola) che "con le loro rivelazioni fanno sparire con la scolorina alcuni soggetti su cui solo le risultanze processuali sono insuperabili circa il loro compito di raccordo fra organizzazioni criminali e apparati deviati dello Stato e al centro del biennio stragista. Un soggetto come Pietro Rampulla, condannato con sentenza definitiva per essere stato artificiere della strage a Capaci e che giustificò, a detta di Brusca, con un problema di famiglia la sua assenza il 23 maggio. Mi chiedo se la realtà è che Rampulla, che quella strage aveva preparato, in realtà fosse presente nei pressi di Capaci ma in un altro luogo rispetto Brusca. Io credo che si debba stare attenti su certe operazioni di intossicazione investigativa e se si guarda bene il luogo dell'intossicazione parte dalle zone di Barcellona Pozzo di Gotto, luogo dove è stato ucciso Beppe Alfano e dove il capo mafia era anche il capo delle organizzazioni istituzionali. E' da quel territorio che partono i discorsi delle stragi".


Roberto Scarpinato: "La strage di via d'Amelio opera di una criminalità del potere"
Successivamente a prendere la parola è stato il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato: "Per fare memoria bisogna ricordare tutto. E per prima cosa dobbiamo raccontare, soprattutto ai più giovani, che il depistaggio di via d'Amelio non costituisce un'eccezione ma una costante. Nessun Paese europeo, come l'Italia ha avuto una storia contrassegnata dalle stragi. La Repubblica esce con una strage, quella di Portella della Ginestra, poi la storia attraversa vicende come le stragi di Milano, Brescia, Bologna, Italicus, Rapido 904, fino a Capaci e via d'Amelio e quelle del 1993. Queste stragi hanno il minimo comune denominatore del mancato accertamento completo della verità. La strage di via d'Amelio è una storia violenta in cui ha operato una criminalità del potere che non ha esitato, per raggiungere i suoi scopi, a fare strage di innocenti, a eliminare testimoni e a impedire l'accertamento della verità. Non vi è dubbio che vi sono attualmente delle persone che sono a conoscenza dei segreti indicibili per cui si è operato con il depistaggio e sanno quali sono le cullai politiche complesse dietro le stragi. Uomini come Graviano, Santapaola, Madonia di Caltanissetta, eppure costoro non parlano e si tengono il segreto". Secondo il magistrato una spiegazione del silenzio potrebbe essere data anche alla certezza di essere raggiunti da determinati poteri che, come era emerso con l'indagine sul protocollo farfalla, possono raggiungere chiunque parli, in qualsiasi luogo. "C'è stato un collaboratore di giustizia, ex membro della Commissione provinciale, raccontò di persone sconosciute che entrarono nel carcere lasciando un sacchetto di plastica non forato in cella. Un invito chiaro a suicidarsi" ha ricordato il Pg. Scarpinato ha poi aggiunto: "Dopo 27 anni non siamo riusciti a sapere chi sono i soggetti esterni che hanno aiutato Riina e gli altri.
Non sappiamo chi è il soggetto esterno che ha presenziato all'operazione di caricamento dell'esplosivo della 126. Non conosciamo i nomi degli uomini dei servizi segreti che per primi giunsero qui in via d'Amelio per cercare l'agenda attraversando indifferenti tra morti e feriti. Com è possibile? Non siamo riusciti a dire che il vero nemico di Falcone e Borsellino è stato un immane sistema di potere senza il quale Riina non avrebbe potuto fare niente".
E poi ha detto con forza: "Il 23 maggio (strage di Capaci ndr) e il 19 luglio (strage via d'Amelio ndr) sono diventati una sagra della rimozione collettiva. Da una parte Riina e Provenzano, dall'altra Falcone e Borsellino. Il pool antimafia però non lo ha smantellato Riina. E quella smobilitazione avvenne solo quando nel novembre 1984 vennero arrestati Nino ed Ignazio Salvo, terminali locali del sistema di potere nazionale. E' in quel momento che scoppia la guerra contro il pool. Ma questa storia non viene mai raccontata, si arriva sempre al maxi processo, alle stragi e poi il nulla. Basta con questa sagra della rimozione spacciata per commemorazione. Non siamo riusciti a dire che il vero nemico di Falcone e Borsellino è stato un immane sistema di potere senza il quale Riina non avrebbe potuto fare niente. E' come raccontare i Promessi Sposi dicendo dei bravi senza parlare di Don Rodrigo".
Scarpinato ha anche ricordato l'accelerazione della strage Borsellino che si è consumata dopo Capaci ed ha ricordato alcuni atti che lo stesso magistrato avrebbe dovuto effettuare in quel periodo come l'interrogatorio di Gaspare Mutolo e la deposizione davanti ai giudici nisseni dopo quanto aveva annunciato nel suo ultimo intervento pubblico a Casa Professa, o ancora la verbalizzazione del collaboratore di giustizia Leonardo Messina. Tutti elementi che potevano essere inseriti all'interno dell'agenda rossa, poi sparita. "Riina venne spinto a fare quella strage e non diede alcuna spiegazione del perché a Ganci e Cancemi - ha proseguito il magistrato - Si assunse la responsabilità. Nelle intercettazioni più recenti parla di un uomo che di fatto gli disse che quell'attentato andava realizzato 'subito subito'. E sappiamo che quella strage fu controproducente per Cosa nostra perché sarebbe bastato attendere il 9 agosto per vedere decadere il provvedimento sul 41 bis, introdotto nel giugno 1992. Invece non sappiamo chi disse ad Agnese Borsellino che Subranni, al vertice dell'arma dei carabinieri era 'punciuto' o chi sia l'amico che ha tradito Borsellino. E da dove venivano quegli uomini dei Servizi che si trovavano in via d'Amelio? Erano di Palermo? Di Roma? Se erano di Roma, chi ha disposto i loro intervento dunque sapeva della strage?"

Salvatore Borsellino: "E' possibile che mio fratello tenesse copie dei suoi appunti ma anche quelli furono fatti sparire"
Anche Salvatore Borsellino non si è sottratto alle domande di Lo Bianco. In particolare ha riferito di aver rinvenuto alcuni appunti del fratello insieme a delle foto che stranamente si ripetevano in più copie. "Erano cose personali, ma non mi stupirebbe che Paolo avesse fatto copie anche dei suoi appunti, e di quanto scritto nell'agenda. Certo è che anche questi sarebbero stati fatti sparire perché ci furono perquisizioni nelle case di Paolo, compresa quella di Villagrazia, ed anche nel suo ufficio in Procura. Fu portato via tutto. Del resto quell'attentato sarebbe stato inutile se non fossero anche spariti tutti i documenti. Un'altra cosa che mi ha colpito molto è che una volta mi chiese se esistevano dei modi per non permettere ad altri di leggere i documenti nel computer, di fatto cancellandoli. Un meccanismo per proteggere i dati. Io posso dire che Paolo amava tanto scrivere. Certo è che se fosse venuta alla luce l'agenda rossa la storia del nostro Paese sarebbe cambiata".



I ''Testimoni di ingiustizia'' in via d'Amelio
di AMDuemila

Dopo il minuto di silenzio alle ore 16.58, in via d'Amelio sono intervenuti i "Testimoni di ingiustizia". Piera Aiello, oggi deputata e in passato testimone di giustizia, accompagnata dal testimone di giustizia Ignazio Cutrò e Gianfranco Franciosi, hanno dato voce alle problematiche che spesso i testimoni di giustizia incontrano nel loro percorso di contributo alla giustizia. Non solo. Durante l'incontro è stato fatto il punto sulla situazione normativa che regola la figura dei testimoni di giustizia.

Piera Aiello: "Leggi su testimoni di giustizia non facevano conto delle famiglie di chi denuncia"
Nel corso del pomeriggio sul palco di via d'Amelio è interventuta insieme a Ignazio Cutrò e Gianfranco Franciosi anche Piera Aiello, Presidente del comitato testimoni e collaboratori di giustizia presso la Commissione parlamentare Antimafia, nonchè lei tessa testimone di giustizia. "Noi 3 stiamo insieme ad altri stiamo combattendo da più di 20 anni contro le strutture di un sistema di protezione. - ha esordito la Aiello - Un sistema che vorrebbe proteggerci ma in realtà non è così. Sono entrata in Parlamento in Commissione parlamentare antimafia e ho appena depositato una legge sui testimoni di giustizia. L'ho fatto perche tutte le leggi fatte finora erano buone ma non si teneva conto di una cosa. Ovvero - ha spiegato la deputata in forze ai 5Stelle - che si attezionava alla figura del testimone secondo programma ma sicuramente non metteva in evidenza le nostre famiglie e io sto lottando per le famiglie dei testimone dei collaboratori che stanno accanto a noi, soffrono quanto noi e che non vengono quasi mai menzionate e sono quelle che pagano, prima di noi, un prezzo troppo alto. E questo deve finire", ha sentenziato. La storia dei testimoni è per tante cose uguale e ci accomuna una sofferenza quella di essere stai tutti presi usati spremuti e buttati via. E questo non va bene", ha sentenziato. Piera Aiello ha poi voluto precisare che "noi siamo qui oggi non per puntare il dito contro chi dovrebbe protegerci e non lo fa. Noi siamo qui oggi per dire che testimoniare è un diritto e un dovere e lo dobbiamo fare. Se tutti facciamo la cosa giusta la figura del testimone di giustizia non ci sarà più. Fino quando non si restituirà dignità ai testimoni di giustizia - ha concluso la deputata - io non sarò mai un parlamentare accomodante come tanti altri. Abbiamo inziato questo percorso più divent'anni fa ora siamo più forti di prima andremo avanti succeda quel che succeda non abbiamo paura non ci arrenderemo mai".

Ignazio Cutrò: "I mafiosi erano sicuri che lo Stato mi avrebbe lasciato da solo"
"Io ho rifiutato la scorta perché se qualcuno deve essere ammazzato sono proprio io. La scorta non la voglio fino a quando qualcuno non verrà a chiedere scusa". Sono queste le parole del testimone di giustizia, Ignazio Cutrò, durante la manifestazione del 27° anniversario della strage di via d'Amelio ora in corso a Palermo. L'imprenditore siciliano ha poi parlato del rischio che corrono i testimoni di giustizia dopo la fine del programma di protezione. "Noi testimoni di giustizia siamo morti che camminano in quanto quando usciamo dal programma di protezione non rischiamo più la vita. - ha detto - La cosa strana è che dopo l'operazione montagna in cui in un intercettazione tra due boss dicevano che avevo dato fastidio perchè avevo denunciato. In quella intercettazioni i mafiosi erano sicuri che lo Stato mi avrebbe lasciato da solo". Poi ha ribadito che "siamo noi imprenditori che denunciano lo Stato. - ha concluso - Io ho avuto il coraggio di denunciare e quando arrivo a casa posso guardare nei occhi i miei i figli. Questa terra è nostra e non dei mafiosi. Io non voglio voltarmi dall'altra parte. Io e la mia famiglia non ce ne andiamo da Bivona. Io da siciliano difendo la mia terrà e per questo non siamo noi ad andare via ma i mafiosi".

Gianfranco Franciosi: "Ho dato la mia vita per lo Stato ma non mi ha protetto"
A seguire, dopo l'intervento di Ignazio Cutrò, in via d'Amelio ha preso parola un altro testimone di giustizia, Gianfranco Franciosi, meccanico navale infiltrato tra le fila dei Narcos. Nel 2008 grazie al suo enorme contributo alla maxi operazione Albatros le forze dell'ordine sequestrarono 9 tonnelate di cocaina di cui 5 destinate all'Italia. Da quel momento in poi la serenità di Franciosi è precipitata anche a causa di una indifferenza delle istituzioni che non lo hanno adeguatamente protetto dopo che corse quel rischio immane. "A seguito del mio lavoro nell'operazione Albatros ricevo tre attentati, due vengono fatti dal clan di Lauro e uno del clan degli Spagnoli. - ha raccontato l'ex infiltrato - Vengo messo in un programma di protezione che diventa un'odissea perchè dicono di non essere in grado di proteggermi, e sono stato rintracciato anche dalla località riservata in cui mi trovavo. Non mi viene detto che potevo rimanere a casa. Decido allora di uscire dal programma di protezione e rischiare di morire, vengo liquidato con 47 mila euro dopo 8 anni di servizio prestati" ha lamentato il testimone di giustizia. "Vengo mandato a casa senza un servizio di tutela. Dopodichè - ha continuato il racconto della sua storia Franciosi- avvengono questi 3 attentati in cui mi distrugono il cantiere in 17 secondi. Continuo a urlare e chiedere aiuto ma non mi viene data nessuna scorta. Nel frattempo la mia famiglia viene distrutta perche l'esaurimento che si verifica quando ti trovi da solo è insopportabile è una cosa assurda". "Mi viene chiesto qualche mese fa - ha concluso il testimone di giustizia - di rientrare nel programma di protezione ma la promessa non viene mantenuta. Penso di aver dato la mia vita allo Stato, lo rifarei sicuramente, non mi pento di nulla".




In via d'Amelio la parola data agli ''Orfani di Stato''
di AMDuemila

Le testimonianze di Agostino, Manca, Domino, Vinci, Catalano e Montinaro

Non solo la strage del 19 luglio 1992. Il palco di via d'Amelio diventa un luogo di denuncia per tutti quei familiari vittime di mafia che ancora oggi attendono giustizia. Così le Agende Rosse hanno pensato di dare il microfono ad alcuni di loro, a cominciare da Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla, genitori di Matteo Vinci, ucciso da un'autobomba a Limbadi il 9 aprile 2018. Lo scorso giugno il gup distrettuale di Catanzaro ha rinviato a giudizio i cinque indagati dell’operazione “Demetra”. Un processo che prenderà il via il prossimo 17 settembre. "Nostro figlio era un ragazzo eccezionale, un uomo semplice che aveva lavorato come rappresentante di medicinali per poi anche impegnarsi politicamente candidandosi alle elezioni comunali. Laureato disoccupato ma disposto a qualsiasi lavoro pur di aiutare noi, la sua famiglia, finché si è scontrato con la sorella del boss della ‘ndrina dei Mancuso. Per avere giustizia abbiamo bisogno dello Stato, delle Istituzioni, della magistratura ma anche dei cittadini. Alle tante madri ed ai padri qui presenti dico di stare vicini ai vostri figli. Abbiamo bisogno di tutti voi".

Agostino: "Da 30 anni combatto con uomini deviati dello Stato"
"Sono trenta anni che combatto con gli uomini deviati dentro lo Stato - ha gridato Vincenzo Agostino, padre dell'agente Nino ucciso insieme alla moglie incinta Ida Castelluccio il 5 agosto 1989. "Mio figlio portava nel portafoglio un biglietto: se mi succede qualcosa guardate dentro l'armadio'. Dopo il suo omicidio, hanno perquisito la sua casa ma cosa hanno trovato nell'armadio di mio figlio non l'ho mai saputo. Perché non mi hanno fatto leggere cosa ha scritto? Perché durante la notte mi hanno chiamato alla Squadra Mobile e Arnaldo La Barbera e company mi hanno interrogato come se fossi l'assassino di mio figlio. Se non gli dicevo quello che sapevo quel vigliacco mi avrebbe arrestato. Che uomo è questo?". E poi ancora: "Non vogliamo nessun corrotto dentro lo Stato perché lo Stato siamo noi. Vogliamo persone che camminano sempre a testa alta e schiena dritta". Infine, in lacrime, ricordando sua moglie Augusta, deceduta quest'anno di cui è stata proiettata una testimonianza, è tornato a chiedere verità e giustizia rivolgendosi alle istituzioni presenti: "Io quest'anno ho perso mia moglie. Un donna che chiede ancora verità e giustizia e voi questa verità e giustizia me la dovete dare perché altrimenti non potrà mai riposare in pace senza di essa".

Angela Manca: "Indagine su omicidio di mio figlio chiusa vergognosamente. La Commissione apra un'inchiesta"
Successivamente a prendere la parola è stata Angela Manca, madre dell'urologo Attilio, morto nel febbraio 2004 a causa di un'iniezione letale. "Io non voglio fare la stessa fine di Augusta - ha detto la donna - Spero di vedere verità e giustizia per mio figlio che è stato ucciso in casa sua, massacrato di botte e a causa di iniezioni letali. Ci sono cinque pentiti che riconducono quella morte all'operazione alla prostata di Bernardo Provenzano a Marsiglia. Noi ci siamo rivolti al dottor Pignatone, alla Procura di Roma, ma nessuno indaga su questo fatto. Pignatone ha chiuso vergognosamente per droga le indagini. Non si chiudono indagini per droga se in realtà non si è morti per essa. La precedente Commissione antimafia si è occupata del caso e l'onorevole Bindi, vedendo le fotografie di mio figlio morto ha commentato che era un omicidio. Poi ha cambiato idea. Chiedo al Presidente Morra di ripartire dalla relazione di minoranza della scorsa legislatura dove si chiede di indagare in maniera approfondita. Io pretendo verità e giustizia perché mio figlio era una persona perbene e non un drogato qualsiasi".

Ninni Domino e Graziella Accetta: "Noi vogliamo giustizia, non vendetta"
Particolarmente duro anche l'intervento di Ninni Domino e Graziella Accetta, genitori del piccolo Claudio Domino, ucciso dalla mafia ad appena undici anni. "Alla politica chiedo -ha detto Domino - avete il coraggio di continuare nella desecretazione dei documenti o è solo un fuoco di paglia? I nostri giovani rifiutano il malaffare, le mafie, le massonerie e vogliono la verità. Come mio figlio che grida giustizia, non vendetta, perché la civiltà ci contraddistingue". "Mio figlio aveva solo undici anni - ha aggiunto Graziella Accetta - dopo tanti anni non riusciamo ancora a dormire e voglio sapere perché è stato ucciso Claudio. Ci sono pentiti che stanno parlando e dicono che Claudio è stato una vittima di Stato e non di mafia. Abbiamo bisogno di sapere la verità".


Stefano Mormile: "E' il momento di togliere il segreto di Stato"
E' Stefano Mormile a raccontare la storia di Umberto, educatore carcerario in servizio nel carcere di Opera dopo essere stato a Parma. Fu ammazzato l’11 aprile 1990 a Carpiano, nel milanese, mentre andava al lavoro. "Le indagini sulla sua morte furono subito ostacolate - ha ricordato - si mise in piedi quella strana e già collaudata tecnica di depistaggi e calunnie. Tanto è vero che per raggiungere una prima verità si sono attesi tanti anni. I primi processi sono stati fatti grazie all'avocazione dell'inchiesta alla procura di Milano che stava svolgendo un maxi processo sull'infiltrazione della mafia calabrese in Lombardia tra cui spuntarono dei pentiti che parlarono dell'uccisone di mio fratello. Per quell'omicidio furono condannati in secondo grado, poi passato in giudicato, i mandanti criminali dell'omicidio di Umberto che erano i fratelli Papalia, Antonio e Domenico. Fu però emessa una sentenza abbastanza ondIvaga sulla motivazione dell'omicidio. Le motivazioni addotte furono le conseguenze di due testimonianze contraddittorie. Una dell'esecutore materiale, Antonio Schettino, che faceva riferimento a una presunta corruzione di Umberto, il quale venne ucciso per non aver mantenuto la parola dopo aver ricevuto molti soldi per concedere un beneficio carcerario a Domenica Papalia. L'altra testimonianza, molto più solida, accertata, era quella che parlava di una eliminazione di un testimone scomodo perché Umberto aveva assistito a colloqui segreti vietatissimi all'interno delle strutture carcerarie tra boss della 'ndrangheta e agenti dei servizi segreti che entravano in carcere e facevano questi colloqui grazie ai quali ottenevano dei benefici non dovuti. Un protocollo farfalla ante litteram che nel 2003 deflagrò in maniera clamorosa". "Questa è una storia che ha avuto degli ancoraggi importanti di altri pentiti al processo 'NdraNgheta stragista dove un filone è stato dedicato alla morte di Umberto con testimoni che non solo confermano il movente ma raccontano che questo omicidio era stato chiesto dopo aver avuto l'autorizzazione dei servizi segreti. Io non sono qui per chiedere a distanza di 30 anni verità giustizia ma un'operazione diversa di trasparenza perché dopo tanto tempo dalla morte di altre vittime, in uno stato civile, se in tutti questi anni non si è giunti alla conclusione significa due cose: o che lo Stato è incapace o è complice".

Montinaro: "Oggi viviamo un senso di dolore. Ma non possiamo perderci nell'oblio"
E' Brizio Montinaro, fratello di Antonio (morto a Capaci mentre proteggeva Falcone), a dare un messaggio di speranza: "Oggi viviamo in un senso di dolore e delusione, nella speranza di trovar un barlume di verità che sia soluzione a tutto ciò che è accaduto. La nostra povera patria purtroppo ancora ha tanti misteri. Le desecretazioni, forse, ci aiuteranno a capire, a conoscere qualcosa in più, ma sicuramente noi una convinzione su quello che è accaduto ce la siamo fatta. Io sono qui a testimoniare e sollecitare anche altri familiari a non perdersi nell'oblio. Nella parola mafia si nascondono piccoli patti scellerati. Ma noi siamo qui a denunciarli e rifiutarli".

Tommaso e Salvatore Catalano: "Dopo 27 anni ancora qui a chiedere verità"
Anche i fratelli di Agostino Catalano, Tommaso e Salvatore, sono intervenuti durante lo spazio dedicato ai familiari: "Dopo 27 anni siamo ancora qui a chiedere verità per noi e per i tutti i siciliani onesti. Siamo qui per non dimenticare la borsa rubata dalla macchina di Paolo e per non dimenticare i 100 kg di tritolo che hanno ucciso il magistrato ed i suoi angeli che lo scortavano - hanno detto insieme - Chi ha voluto rubare quella borsa ha dovuto camminare sopra i corpi spezzati degli agenti di scorta e di Paolo. Quella borsa era molto più importante di Paolo, Agostino, Claudio, Emanuela, Walter e Antonio". E poi ha proseguito Tommaso. "Quando è morta mia mamma sei anni fa alzai gli occhi al cielo e dissi: 'mamma la tua missione ora la prendiamo noi'. Così da tutto questo tempo cominciamo a incontrare tantissimi giovani e a loro dico sempre che quando vengono qua in via d'amelio devono abbracciare i rami di questo albero. Perché sono le braccia di Agostino, Emanuela, Claudio, Vincenzo, Eddie Walter e il tronco di Paolo. Loro ci sentono, ci vedono e ci danno tanta energia. Loro sono felici se lo fate".

Luciano Traina: "Oggi è necessario avere verità. Qui stiamo morendo tutti"
"Io voglio verità. Non ci sto più perché stanno morendo tutti e dobbiamo sapere la verità. Siamo ancora arrabbiati perché c'è ancora una sfilza di non ricordo e di domande. Sono passati 27 anni dove siamo stati presi in giro e ancora vediamo arrivare qui davanti pezzi di Istituzioni indegne". E' con queste parole che Luciano Traina, fratello di Claudio, è intervenuto sul palco di via d'Amelio. Un intervento forte dove ha chiesto un vero cambiamento ai rappresentanti di Governo, affinché si vada oltre le parole. Ma la richiesta di verità si è spostata anche verso il magistrato Giuseppe Ayala, testimone di recente al processo sul depistaggio della strage di via d'Amelio. "Ho sentito l'audizione e lui davanti agli avvocati ed ai pm tentennava, diceva di essere stato magistrato e politico e di essere indignato. Ma la verità è che io sono indignato che mi trovavo vicino all'albero qui in via d'Amelio a cercare mio fratello mentre lui teneva la valigia in mano. Ho visto un commediante. Non spetta a me dire se è colpevole o meno, però una persona che è stata magistrato non può avere un atteggiamento simile".

Vullo: "Lo Stato deve farsi sentire su chi venne qui dopo le 17 del 19 luglio, consapevole di quello che era successo"
Infine a prendere la parola in questo spazio dedicato agli "Orfani di Stato" è stato Antonio Vullo, agente sopravvissuto alla strage del 19 luglio 1992. "Oggi è necessario che lo Stato si faccia sentire con chi pochi giorni fa ha ucciso Alessio e Simone a Vittoria. Così come è necessario che si faccia sentire con quelli che dopo le 17 di quel 19 luglio sono venuti qui in via d'Amelio perché sapevano quello che era successo. Io sono stato davanti all'autobomba per due minuti in macchina durante i quali non è esploso nulla. Poi ho lasciato l'auto per spostarla al centro della carreggiata e ho visto che ancora erano all'interno del cortile con il portone chiuso, se fosse stato aperto magari qualcuno si sarebbe salvato". "Ancora oggi - ha proseguito - questa è una cosa che mi tormenta tantissimo. Perchè la bomba non è esplosa quando eravamo tutti fuori dall'auto? Se fossimo stati tutti dentro la macchina sarei morto anche io e il mio nome sarebbe stato in quella lapide. E sicuramente la rabbia sarebbe stata maggiore di come è adesso. Perché sarei morto anch'io. Lo sanno bene che io ero dentro quell'auto quei bastardi che hanno premuto il pulsante mentre si nascondevano vigliaccamente".

Foto © Our Voice



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