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Salvatore Borsellino su pm indagati per depistaggio: ''Me lo aspettavo''

di Karim El Sadi
Bene che non c’è Di Matteo. Sarebbe stata l'ennesima mossa a suo danno

Non posso dire di aver fiducia nella magistratura se ci sono certi magistrati. Se si è dovuti arrivare al Borsellino quater per avere una parvenza di verità e una parvenza di giustizia. Ci sono stati ben due processi che sono stati viziati da depistaggi, nei quali non si è indagato su quello su cui si sarebbe dovuto, come sulla sparizione dell'agenda rossa ad esempio, che fa parte anche quello del depistaggio, questo è il mio parere”. Sono parole dal sapore amaro quelle del fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore, riportate su Meridionews. Il fondatore del movimento Agende Rosse non si sbilancia e non si fa aspettative dopo la recente notizia dell’iscrizione, da parte della procura messinese, di alcuni magistrati nel registro degli indagati sul depistaggio seguito alla strage di via d’Amelio. “Me lo aspettavo - ha confessato di primo acchitto -. E lo avevo anche più volte detto che secondo me dovevano essere chiamati alle loro responsabilità anche quei magistrati che avevano avallato quel depistaggio fatto attraverso un assolutamente improbabile pentito. Purtroppo il maggiore responsabile è davanti alla giustizia divina, se ne esiste una”. Il riferimento è chiaro ed è rivolto a Giovanni Tinebra (deceduto due anni fa), all'epoca procuratore di Caltanissetta, che nel 1992 guidò il pool di magistrati che sono finiti sulla lista degli indagati gli scorsi giorni, Carmelo Petralia (oggi alla procura di Catania) e Annamaria Palma (avvocato generale a Palermo) accusati di concorso in calunnia aggravata dall'aver agevolato gli interessi di Cosa nostra. Insieme a loro sarebbero in qualche maniera coinvolti anche tre poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino guidato da Arnaldo La Barbera, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei che devono rispondere a processo a Caltanissetta della stessa accusa, quella di aver avuto un ruolo nella creazione del falso pentito Vincenzo Scarantino e nell'orchestrazione di quello che i giudici del processo Borsellino quater hanno definito come il più grande depistaggio della storia italiana. Numerose sono le domande e i misteri ma in ogni caso la magistratura deve fare tutti gli accertamenti del caso, ha sostenuto Borsellino. “È necessario che la magistratura indaghi per chiarire se questo depistaggio è stato fatto dolosamente o se è stato fatto per imperizia o per qualsiasi altra cosa - ha aggiunto -. Trovo giusto che si porti avanti questo tipo d'indagine”.
Assente, invece, dal registro degli indagati della procura di Messina il nome del sostituto procuratore antimafia Nino Di Matteo, anch’egli in quegli anni all’interno del pool che indagava sulla strage che uccise Paolo Borsellino e i suoi 5 agenti della scorta. Una notizia importante che il fratello Salvatore ha appreso con “soddisfazione”, in quanto “Di Matteo ha già dimostrato ampiamente che lui col depistaggio Scarantino non c'entra nulla, perché è vero che faceva parte di quel pool, ma era il più giovane all'interno di quel gruppo di magistrati, non ha mai interrogato Scarantino, si è anche autodifeso ampiamente”. Lo stesso Scarantino, sentito lo scorso 30 maggio in controesame al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via d'Amelio, aveva scagionato il magistrato Di MatteoIl dottor Di Matteo non mi ha mai suggerito niente, il dottor Carmelo Petralia neppure. Mi hanno convinto i poliziotti a parlare della strage”. Inserire il pm del processo Trattativa Stato-mafia nella “lista dei cattivi” “sarebbe stata - secondo il fondatore delle Agende Rosse - l’ennesima mossa a suo danno, in aggiunta alle tante che ci sono già state”. Una presa di posizione netta in difesa di Di Matteo, quella di Borsellino, probabilmente dovuta alle recentissime vicende di mera delegittimazione mosse nei confronti del sostituto procuratore nazionale antimafia, scaturite dalla sua intervista rilasciata al giornalista Andrea Purgatori durante lo speciale “Atlantide”, andato in onda su La7 lo scorso 18 maggio. Le parole di Di Matteo, basate su fatti già ampiamente noti alle cronache e facilmente accessibili per un riscontro, hanno scatenato l’ira del procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho che ha deciso di escluderlo dalla commissione che indaga sulle stragi di mafia dei primi anni ’90, per aver svelato piste di lavoro su cui si starebbe discutendo in riunioni riservate tradendo così “il rapporto di fiducia all’interno del gruppo e con le direzioni distrettuali antimafia”. Una mossa aspramente criticata da Salvatore Borsellino il quale ha sottolineato che “certe cose si conoscevano già. Di Matteo non ha fatto altro che farle arrivare al pubblico, la mossa di Cafiero De Raho di escluderlo da quel pool è ingiustificata a mio avviso. Adesso è sotto giudizio del Csm, spero non venga preso nessun provvedimento contro di lui, ma che venga reintegrato nella sua funzione. Per parecchio tempo è stato costretto ad occuparsi di balconi abusivi e di furti di energia elettrica, è stato disperso il mare di conoscenza che ha nelle indagini sulle stragi del nostro Paese, quella di via d'Amelio in particolare, quindi si è persa l'occasione di adoperare questa esperienza in modo da arrivare alla verità, ci si è allontanati anzi. Spero che al Csm ci siano più apostoli che giuda. Poi, con quello che sta avvenendo proprio al Csm in questi giorni non c'è da avere grande fiducia, queste notizie non fanno che aumentare la mia rabbia e la mia voglia di fare quello che posso, che però è ben poco. Ma almeno posso sostenere le persone giuste lungo questa strada di ricerca della verità e della giustizia, una via purtroppo impervia e spesso fatta percorrere ai familiari delle vittime che vengono lasciati soli e che vengono a volte anche attaccati proprio per questa voglia. Ma se ciascuno di noi fa il possibile, - ha concluso - magari questo mondo riusciamo anche a cambiarlo”.

Foto © Giorgio Barbagallo

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