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Di Matteo ai ragazzi: ''Uomini estranei a Cosa nostra dietro la strage che ha ucciso Falcone''

di Aaron Pettinari - Video e Fotogallery
Il sostituto procuratore nazionale antimafia intervenuto nel convegno organizzato alla Camera dall'associazione Themis & Metis

Ad una settimana dalle commemorazioni della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, alla Camera, presso l'Aula dei Gruppi parlamentari, si è tenuto un convegno organizzato dall'associazione Themis & Metis, dal titolo: “Lo sguardo dei ragazzi sui valori della democrazia”. Un'occasione importante per fare memoria, riflettere e approfondire su quanto avvenne in quel lontano (ma non troppo) 1992. Un importante contributo di riflessione è stato dato dal sostituto Procuratore nazionale antimafia, Antonino Di Matteo che ha voluto sottolineare come, per evitare facili passerelle o effettuare esercizi retorici, sia necessario ricordare alcune verità: "La prima è che Giovanni Falcone in vita venne continuamente delegittimato, calunniato, anche da chi oggi finge senza pudore di onorarne la memoria. La sua storia di uomo e professionista fu costeggiata da ripetute delusioni e sconfitte, come avvenne quando presentò domanda per accedere all'incarico direttivo a Capo dell'ufficio istruzione di Palermo, o come consigliere del Csm o alla Procura nazionale antimafia. Delusioni che si verificarono anche dopo il primo attentato, quello del 1989 all'Addaura, dove anche ambienti istituzionali mettevano in circolo la voce che l'attentato se lo era organizzato da solo per accrescere la sua fama". "Altro aspetto - ha proseguito il magistrato - è che c'è una verità che va completata. I processi celebrati sono stati importanti ed hanno ottenuto risultati non scontati: molti uomini di mafia hanno partecipato a quella strage ma emerge la possibilità - dagli atti e da quanto detto e scritto - che altri estranei a Cosa Nostra abbiano partecipato a ideare, organizzare e perfino eseguire l'attentato a Capaci. Ragazzi, innamoratevi della verità e della giustizia".

"La politica si faccia carico"

Successivamente Di Matteo ha ricordato che "il contrasto alle mafie è una lotta di liberazione da un cancro che sta corrodendo la nostra democrazia che colpisce fino a soffocarli i diritti e le libertà. Questa lotta dovrebbe diventare obiettivo di ogni parte politica, di ogni governo, di ogni istituzione". E proprio la politica, secondo il sostituto procuratore nazionale antimafia, dovrebbe avere un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia, prima di tutti "assumendosi le proprie responsabilità smettendo di rifugiarsi dietro l'alibi dell'attesa della sentenza definitiva nelle vicende giudiziarie prima di riconoscere quelle responsabilità che non sempre sono penali. Così può riavere quel ruolo di primizia nella lotta alla mafia".





Il rapporto mafia-potere
"Quando si parla delle inchieste sui rapporti tra la mafia ed il potere spesso si è diffuso il concetto di una guerra tra politica e magistratura. Questo concetto, a mio avviso, non corrisponde alla realtà dei fatti. Negli ultimi 30 anni c'è stata una offensiva unilaterale di una parte consistente della politica, anche trasversale ai vari schieramenti, nei confronti di una parte della magistratura che si ostina a credere che il controllo della legalità debba essere a 360 gradi, che i cittadini siano uguali davanti alla legge e che l'azione giudiziaria debba essere guidata non da opportunità politica ma da criteri di doverosità giuridica. Quella parte politica che ha scatenato l'offensiva - ha sostenuto Di Matteo - mira ad avere una magistratura collaterale e servente rispetto al potere esecutivo. Progetti di asservimento del potere giudiziario a quello dell'esecutivo che erano già contenuti nel programma della P2 e che a questo obiettivo mirano con progetti di riforma che ciclicamente vengono riproposti come necessari: mi riferisco alla separazione delle carriere e ai progetti che mirano a temperare il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale".
Il pm che assieme ai colleghi Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia ha rappresentato l'accusa al processo trattativa Stato-mafia, si è poi rivolto agli studenti presenti: "Coltivate la memoria, è l'antidoto più efficace contro i messaggi che spingono alla rassegnazione, alla superficialità. Sforzatevi di conoscere quel che è accaduto. La storia della Mafia, che dura da duecento anni, non è solo storia di bassa macelleria criminale ma è una storia di potere tra quello rappresentato dai gruppi mafiosi da una parte e quello ufficiale, politico, istituzionale, economico e finanziario dall'altra. Tanti delitti sono stati realizzati in una perversa logica di convergenza tra interessi mafiosi e interessi esterni alla Mafia militare. La Mafia ha raggiunto la sua proverbiale potenza grazie alla capacità di coltivare rapporti con la politica. La Mafia è da sempre una questione nazionale: pensate alle risultanze del processo Andreotti, 22 volte ministro e 7 volte presidente del consiglio, o alla sentenza che ha definitivamente condannato Dell'Utri come intermediario di un patto, tra il 1974 e almeno fino al 1992, tra la mafia e l'allora imprenditore Silvio Berlusconi. Un patto rispettato per anni da entrambi contraenti. Pensate al processo verso l'ex presidente della regione siciliana Cuffaro. Il processo sulla Trattativa, anche se è una sentenza di primo grado, attesta che mentre in Italia venivano compiute 7 stragi, tra il '92 e il '93, c'erano parti delle istituzioni che andavano a chiedere a Riina cosa volesse in cambio per cessare quelle stragi. Questo c'è scritto nelle sentenze. I mafiosi hanno chiaro che è fondamentale per loro istaurare rapporti col potere, sanno che senza sarebbero già stati debellati. Noi non abbiamo ancora completamente capito che per vincere la guerra bisogna fare il possibile in via preventiva e repressiva per recidere quei rapporti. Sono convinto - ha detto ancora Di Matteo - che la politica si deve riappropriare di un ruolo di primo piano nella lotta alla Mafia da esercitare ogni giorno con la denuncia la capacità di analisi, di studio e di inchiesta, evitando di attendere la chiusura delle vicende giudiziarie".


Il valore del ricordo
Prima di Di Matteo era intervenuto il ministro della giustizia Alfondo Bonafede che rivolgendosi ai ragazzi ha parlato del concetto di "democrazia" che non può esistere senza "giustizia" ("La base della democrazia è il rispetto delle regole, la capacità dello Stato di farle valere. Non c'è libertà dove non c'è giustizia. Dove c'è Mafia e corruzione la meritocrazia non esiste quindi non esiste il futuro delle giovani generazioni"). La vice presidente della Camera Maria Edera Spadoni, che ha fatto gli onori di casa, nel suo intervento ha voluto ricordare il ruolo di primo piano che hanno gli organi di informazione e la scuola. In questo senso "è importante l'emendamento a prima firma Dalila Nesci approvato nel corso della discussione della proposta di legge sull'educazione civica nelle scuole che va proprio in questa direzione. Dall'anno scolastico 2019/2020 a scuola si studierà anche la storia del contrasto del fenomeno mafioso. I media dovrebbero anche dare una mano in questo, lo spazio televisivo dedica ancora troppo poco risalto alla criminalità organizzata. Mentre esprimo dubbi su alcune serie televisive che rappresentano le mafie come un'associazione folcloristica, arrivando a mitizzare il boss o dipingendolo come una figura altolocata. La domanda da farsi è: non c'è rischio emulazione? Perché dobbiamo dirlo con forza: le mafie non sono rappresentate in quelle fiction per quello che sono, una montagna di merda, come diceva Peppino Impastato e di cui è passato da poco l'anniversario del suo assassinio".
"In televisione
- ha aggiunto - vorrei vedere invece le vite e le storie di quegli eroi che combattono contro la criminalità organizzata ogni giorno. Per esempio 'A very sicilian justice', del regista inglese Paul Sapin: racconta della vita del dottor Nino Di Matteo, che abbiamo l'onore di avere qui quest'oggi e che nel corso della sua carriera si è più volte occupato dei rapporti tra Cosa Nostra ed alti esponenti delle istituzioni. Una vita difficile, scortata, che non fa sconti. In questo documentario traspare l'insufficiente presenza delle istituzioni a fianco di Di Matteo e la sensazione di solitudine". Dopo aver espresso il proprio sostegno al magistrato si è rivolta ai ragazzi: "Voi siete il futuro e motore della società di oggi e di domani. Vi auguro che il desiderio di legalità, conoscenza e giustizia, sia il faro della vostra vita. Siate curiosi, amate il vostro territorio, curatelo e non permettete a nessuno di rovinarlo. Farsi domande, fare domande, denunciare è il miglior antidoto all'indifferenza e al crimine. Facciamolo insieme, per il bene della nostra democrazia". Durante l'incontro, moderato da Francesca Scoleri (Presidente dell'Associazione Themis & Metis) è intervenuto anche Paolo Lattanzio, Deputato membro della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie, ha riferito del cambiamento che oggi ha la mafia anche nell'uso dei linguaggi. Quindi ha testimoniato l'esperienza della Commissione parlamentare in Puglia: "Siamo stati a Foggia ed a Taranto. Qui abbiamo visto tempi chiari di unione tra la mafia arcaica, quella della società foggiana del Gargano che si mescola con l'innovazione e era joint venture per l'acquisto degli stupefacenti provenienti dall'Albania. Ecco che cambia il linguaggio e che ci porta alle paranze dei bambini, degli stereotipi". Dopo il saluto della Vice Pres. dell’Associazione Internazionale “Joe Petrosino” (in collegamento da New York), è stata poi Sabrina D’Elpidio, Vicepresidente Associazione Themis & Metis, a parlare dei legami che si possono ravvisare tra la storia di Giovanni Falcone e quella di Joe Petrosino. "Petrosino ha una storia simile a quella di Falcone - ha ricordato - perché come lui era un visionario che aveva messo a punto delle tecniche investigative che ancora oggi sono in uso o di cui si parla. Penso, ad esempio all'utilizzo degli agenti sotto copertura. Anche lui, quando venne in Italia, capì perfettamente di essere un bersaglio". In conclusione dell'evento si è poi tenuta la premiazione degli elaborati presentati dagli studenti nell'ambito di un progetto, intitolato "Piccoli giornalisti crescono", che è stato sviluppato in collaborazione con la Joe Petrosino Association di New York ed il Dipartimento di Polizia di Stato di NYC. Elaborati che potranno essere letti prossimamente nel sito dell'associazione Themis & Metis.

Foto © Emanuele Di Stefano/Imagoeconomica

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